ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Piccole note scritte qua e là, fotogrammi, cose viste, alcune solo pensate.

005 (11)

Sole
La casa era in un vicolo stretto, una specie di basso con una porticina, la finestra al lato e un balconcino subito sopra. Sopra la cassetta delle lettere una maiolica con sopra scritto: ” In questa casa sono benvenuti gli amici, la gioia e il sole”. Mi colpì l’accenno al sole in un posto dove mai un raggio era penetrato; lo trovai un gesto d’eroismo.

Regalo di Natale
Il piccolo ha scelto il regalo di Natale per la fidanzatina: un pinguino di peluche con i cioccolatini e sulla pancia la scritta “Tienimi con te”.

La foglia sul tetto
Di quella foglia sul tetto mi colpì il moto vorticoso, scossa com’era dallo scirocco; vorticoso ma non caotico poiché danzava sulle tegole e con grazia. Si lasciava andare, riprendeva il controllo, si alzava in volo, atterrava sbarazzina; si, pareva davvero divertirsi. Fino a che una raffica di vento la prese d’improvviso. Di lei non sappiamo più nulla.

Un ciabattino
Faceva il ciabattino in un pertugio della città vecchia; quando ci passavo con mia madre mi colpiva l’odore di colla e cuoio. Aveva un deschetto con gli scomparti per i chiodini e un coltello affilatissimo con cui rifilavale suole; le scarpe aggiustate le avvolgeva nella carta di giornale per non farle impolverare. Mi colpiva anche il modo di guardare; alzava le palpebre con lentezza come a non sopportare troppa luce, ne uscivano gli occhi lucidi di chi non amava la propria condizione ma aveva perso le speranze di cambiarla. Oggi ho incontrato il figlio, ha gli stessi occhi del padre lo stesso modo di guardare; la stessa espressione umile di chi ha il peso del mondo addosso ma lo porta con dignità.

Baci, abbracci
Che poi non si vive che per un bacio, uno sguardo alla persona giusta, un tocco di mani, spalla contro spalla, uno stringersi di carni, un incavo di seno.

Sull’equilibrio
Con gli anni mi sono convinto che la vita è una questione di equilibrio. Equilibrio è discernere cosa è giusto e cosa no, è tenere una rotta più o meno stabile, essere coerenti, non mutare il proprio modo di essere a seconda di chi si ha davanti, essere consapevoli di sé. Oddio non è che io queste doti le abbia tutte, forse solo qualcuna. Spero almeno una.

Soldati nella neve
Non possiamo fermarci, non è giusto, non ci è concesso; soldati nella neve dobbiamo continuare, arrivare alla base, superare l’inverno. Ci pensavo stamattina quando i ragazzi mi hanno detto: “Papà il padre di XY sta male male.” Ho risposto: “Ce la farà vedrete.” anche se so non arriverà a Natale. Ci cadono attorno come birilli e nessuno sa perché e se tutto questo ha un senso; bisogna andare avanti, come soldati nella neve. Devo prendere lo scatolone con il presepe.

Revolucion
Oggi sono passato nei pressi di un campo di calcio dove non so più quanti anni fa vidi un concerto degli Inti Illimani. Ricordo il caldo, la polvere, il mio cuore di ragazzo; quando cantarono “El pueblo unido jamas sera vencido” tutti alzarono il pugno, io con loro. Con un po’ di diffidenza perché io mezzo anarchico detestavo l’omologazione e quei pugni alzati mi parevano comunque da gregge. Ciò nonostante preso dal contesto lo alzai; mentre ascoltavo la canzone ero certo che la rivoluzione dovesse cominciare già all’uscita del campetto.

Faville
Passiamo la vita a prendere decisioni giuste o sbagliate che siano; ognuna è un giro di pagina, una pietra lanciata sull’acqua che affonda e non vediamo più. Sotto la scorza di noi finti rudi c’è tutto il rimpianto per quelle prese con leggerezza, impeto o passione. Io per me non rinnego nulla di quelle prese, dò anzi loro dignità, ne riconosco l’importanza, le sento mie come una madre sente suo il figlio. Delle volte mi fanno compagnia, sono faville nelle fiamme di un camino.

Occhiali
Degli anni che passano ti accorgi nei modi più impensati. Oggi dopo aver rovistato nell’auto alla ricerca degli occhiali da lettura mi sono fermato in un supermercato a comprarli. All’espositore sono arrivato con facilità, il problema è stato scegliere quelli +1,5; la vista si imbrogliava, una nebbia fumosa circondava etichette e gradazioni; ero entrato in una nuvola di indeterminatezza. Ho chiesto alla commessa che in un attimo li ha trovati.
“Eccoli.” mi ha detto con cortesia.
“Grazie, sa com’è l’età.”
Si è allontanata sorridendo forse ritenendolo uno dei soliti pretesti usati dagli uomini per attaccare bottone.
No mia cara, è l’età.

In una chiesa
Mi capita ogni tanto al ritorno dal lavoro di fermarmi davanti a una chiesa; per lo più di pomeriggio inoltrato quando le luci non sono ancora accese e tutto è in penombra. E’ un’ora in cui è difficile vi sia qualcuno, uomini meno che mai, tutt’al più donne. Qui che siamo più a sud che a nord più d’una ha il velo; mi piace immaginarla interloquire con chissà chi e chiedere cose che lei sola sa. Le donne che pregano hanno il senso della forza, sono coraggiose, essenziali; gli uomini non sarebbero in grado di pregare così.

Il sole di novembre
Dal terrazzo dov’ero la vidi distintamente; saliva nuda, l’asciugamani sulle spalle, le scale esterne che portavano alla doccia della pensione; aveva il corpo esile, il seno piccolo, il pube glabro. Scomparve dietro una porta rossa. Più avanti c’era il mare azzurro e un sole che non diresti il primo novembre.

Epitaffio                                                                                                                             “Qualunque cosa abbiate pensato di lui era la verità.” Ecco, questa sarebbe una frase buona per il mio epitaffio.

Le prime piogge
Le prime piogge alzano una polvere ancora calda d’estate, tutti a prendere gli ombrelli, i ragazzi più piccoli continuano a giocare nel piazzale, sguazzano nelle pozzanghere come nei film di guerra quando si combatte sotto la pioggia e per il nemico non c’è speranza. Inutilmente le madri li chiamano.

Le donne delle camere
Ne giro di alberghi, le donne delle camere hanno tutte la stessa faccia giovani o attempate che siano. Una faccia ferita, provata; se potessero ti racconterebbero la loro vita e del perché sono lì ma non ti conoscono e ti guardano diffidenti ritraendosi per riservatezza o timore, come se di chi le osserva non ci fosse da fidarsi, non più. Mentre lucidano la rubinetteria gli occhi nello specchio del bagno riflettono la loro vita.

Qui
Qui c’è un castello alto che guarda il mare, se sali sul torrione puoi guardare la curva della terra e anche più in là. Qui c’è un mare azzurro che quando ti tuffi vuoi vedere dove finisce l’azzurro ma non finisce mai. Qui c’è un sole che d’inverno ti scalda appena ma d’estate ti cuoce e la pelle mi diventa dura e secca come pergamena su cui scrivere le cose che voglio.

Petaloso
Diceva bene Eco che il web è popolato da legioni d’imbecilli; la dimostrazione, non ce n’era bisogno lo sapevo anch’io, è venuta dalla parola “petaloso” a grande richiesta entrata a far parte del lessico italiano. C’era bisogno di un termine simile? Copre un vuoto? Non mi pare, è invece il risultato della spinta potente di quelle legioni di imbecilli che il web affollano. Ma non gliene faccio una colpa, gli imbecilli muovono il mondo, lo fanno girare regolare, hanno una funzione conservativa.

Dimentica
Non c’è, non può esserci nulla da recuperare di quanto successo; i gomitoli srotolati non hanno senso né sofficità, stanno lì a testimoniare qualcosa di fatto, di accaduto, di concluso. Le montagne scalate sono anch’esse imprese superate; la vita è una mitraglia che a chi corre in campo aperto non lascia scampo.

ll meglio che ci aspetta
Concordo con Calvino quando afferma “il meglio che ci si può aspettare è evitare il peggio”. D’altra parte cos’altro è la vita se non una perenne navigazione (verso dove non si sa) in cui quello che più conta è evitare il naufragio?

Chet Baker
La tromba di Chet Baker a me pare un ponte tra visibile e invisibile, realtà e inconscio, beatitudine e peccato, conosciuto e ignoto. E’ una trivella che scava scava e non si ferma più. Attraversa tutti gli strati della terra.

Sulla strada
Erano ai piedi del cavalcavia ad aspettare clienti; delle tre mi ha colpito l’ultima. Coda di cavallo, gonna nera e maglietta rossa si mordeva le labbra e guardava davanti a sé come avesse qualcosa in sospeso; che so la pentola sul fuoco o il libro del figlio che non ricordava aver messo in cartella.

Tempo
Nessuno riuscirà mai a ben definire il tempo trascorso; personalmente credo sia una specie di passeggiata tra i ciliegi sull’orlo dello strapiombo.

La vita allegra
Il fatto che continui a fare battute quando sono dall’endocrinologo dimostra il mio timore; in qualche modo mi preparo a quello di preoccupante che potrà dirmi. Così con la vita allegra, con le battute, allontano il peggio, costruisco uno scudo attraverso il quale nessun male, mi illudo, possa passare. Il fatto che il medico rida di gusto mi conforta alquanto ma io lo so chi sono: un soldato in trincea prima dell’assalto all’arma bianca.

Flight Simulator
Non esistono videogiochi per me esiste solo il Flight Simulator quello che scegli un aereo, impari a guidarlo e ci voli come fosse vero. E’ stata una passione che mi ha travolto; nei viaggi lunghi mi piaceva mettere il pilota automatico andare a pranzo e tornare in tempo per l’atterraggio; già perché se era straordinario il decollo ancora di più lo era l’atterraggio dove non dovevi sbagliare nulla. Memorabili certi voli sulle Alpi o sull’oceano, anche se il volo che più ricordo lo feci su un Cessna con cui atterrai  tra le montagne del Tibet.

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Agosto 2017

Crepitano rami e cortecce sotto le scarpe, ansima la bocca che non trova aria, non quella buona da respirare almeno. Il sudore del mondo non è salato quanto il mio; scende dalle sopracciglia, riga il volto, penetra nella bocca,  segna l’animo. Non una bava di vento, né ombra che possa dar sollievo, solo il frinire pazzo delle cicale e il volo folle dei merli in cerca d’acqua. Da qui al mare laggiù credo di essere solo, eppure mi pare di udire voci lontane a farmi compagnia. Poche energie oggi mi son rimaste eppure mi sento così forte. Sotto l’erba secca i semi aspettano le piogge dell’autunno.

006

18 aprile

Ora tutte le cose vanno in un certo modo come i gomitoli di lana che alla fine resta un capo tra le mani. Sapevo da tempo come sarebbe andata a finire, da quando la situazione cominciò a precipitare eppure tenevo su tutti e anche me (terribile l’ardore di chi consola gli altri quando pure la fine è nota). Tutto si accavalla ora e i ricordi sono grani di rosario “E’ finita.” mi disse un giorno. “Macché, camperai 100 anni e passa.”
Un gomitolo che si svolge lento col filo di una vita intera; me ne accorgo ora che tutto affiora come alga nello stagno. Non credevo di dover tanto a mio padre, alla sua figura onesta, alla sua vita anonima di lavoratore una vita a fare quello che si doveva fare. Questa cosa del dovere l’ho imparata da lui; non fuggire mai che le cose solo ad affrontarle è già una vittoria. Credo sia stata una fortuna vederlo morire. Insieme, io, lui, la sua faccia, la mia, le sue braccia, le mie; che poi erano uguali, la stessa peluria disordinata.
E’ stato un passaggio di consegne intimo, uno scambio d’intenti, un passaggio d’abito tra lui e me Mi è parso avermi dato i suoi, io li ho provati e mi sono andati bene, comodi.
Non ho pianto in quei momenti piango ora a descriverli. Gli carezzavo il viso, “Guagliò…” gli dicevo mentre osservavo i suoi respiri diradarsi, all’improvviso smise, riprese, poi non respirò più. Non ho provato dolore in quel momento piuttosto smarrimento, come quando si spezza una corda a cui è legato qualcosa d’importante. Ho chiamato i medici, l’ho vegliato prima di chiamare i miei; mentre li aspettavo l’ho accarezzato tanto, poi ho consolato anche loro. Per il funerale ho scelto una chiesa in faccia al sole.
Qui è già estate e l’erba è secca. Ieri oltre i forasacchi che ondeggiavano al vento mi è parso di vederlo che scavava le buche per le viti; ho chiamato “Guagliò, guagliò…” ma nessuno mi ha risposto. Sono pieno di lui.

I fianchi delle donne

NUDO

Dei fianchi delle donne mi piace l’ampiezza, la forma di tronco cavo rifugio di ghiri l’inverno e cuccioli di volpe in primavera. I fianchi delle donne sono zattere, relitti galleggianti dopo un naufragio, arpe celtiche, aquiloni. Sono tamburi che risuonano nel buio della notte.

Afternoon

010

I pomeriggi che passo nella casa sul mare hanno un che di meditativo; il sole che cala mi trova esposto agli appuntamenti con me stesso, con quello che sono diventato; un uomo dalle mani rugose, il carattere pure, corazzato all’apparenza, un cuore che batte.
Saranno stati i giocattoli a farmi diventare così; i sonagli dei primi mesi, le biglie, i carri armati a batteria. Lavavo i soldatini; li mettevo sul davanzale ad asciugare che i vicini dicevano a mia madre. “Ma com’è che tuo figlio lava i giocattoli?” Lei allargava le braccia:“E’ fatto così.”
Mi piaceva lavare i giocattoli e il senso di decoro che ne traevo; ne ero certo, un giocattolo pulito si sarebbe sentito più amato.
O le canzoni, forse mi hanno costruito le canzoni; mentre ascoltavo The dark side of the moon mi immaginavo sulla luna a esplorarla; mi è sempre piaciuto guardare dall’altra parte, dove è buio, dove nessuno guarda.
Davanti ho il mare, lungo l’orizzonte un’isola; lì ci sono stato d’inverno quando il mare arrivava sulle case e le onde alle finestre. il ristorante era in piazza, devo averci le foto da qualche parte; di notte da qui si vede il faro.
Sono seduto sul gradino le mani sulla pietra calda; il sole di marzo sprofonda verso l’estate.

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