ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

18 aprile

Ora tutte le cose vanno in un certo modo come i gomitoli di lana che alla fine resta un capo tra le mani. Sapevo da tempo come sarebbe andata a finire, da quando la situazione cominciò a precipitare eppure tenevo su tutti e anche me (terribile l’ardore di chi consola gli altri quando pure la fine è nota). Tutto si accavalla ora e i ricordi sono grani di rosario “E’ finita.” mi disse un giorno. “Macché, camperai 100 anni e passa.”
Un gomitolo che si svolge lento col filo di una vita intera; me ne accorgo ora che tutto affiora come alga nello stagno. Non credevo di dover tanto a mio padre, alla sua figura onesta, alla sua vita anonima di lavoratore una vita a fare quello che si doveva fare. Questa cosa del dovere l’ho imparata da lui; non fuggire mai che le cose solo ad affrontarle è già una vittoria. Credo sia stata una fortuna vederlo morire. Insieme, io, lui, la sua faccia, la mia, le sue braccia, le mie; che poi erano uguali, la stessa peluria disordinata.
E’ stato un passaggio di consegne intimo, uno scambio d’intenti, un passaggio d’abito tra lui e me Mi è parso avermi dato i suoi, io li ho provati e mi sono andati bene, comodi.
Non ho pianto in quei momenti piango ora a descriverli. Gli carezzavo il viso, “Guagliò…” gli dicevo mentre osservavo i suoi respiri diradarsi, all’improvviso smise, riprese, poi non respirò più. Non ho provato dolore in quel momento piuttosto smarrimento, come quando si spezza una corda a cui è legato qualcosa d’importante. Ho chiamato i medici, l’ho vegliato prima di chiamare i miei; mentre li aspettavo l’ho accarezzato tanto, poi ho consolato anche loro. Per il funerale ho scelto una chiesa in faccia al sole.
Qui è già estate e l’erba è secca. Ieri oltre i forasacchi che ondeggiavano al vento mi è parso di vederlo che scavava le buche per le viti; ho chiamato “Guagliò, guagliò…” ma nessuno mi ha risposto. Sono pieno di lui.

I fianchi delle donne

NUDO

Dei fianchi delle donne mi piace l’ampiezza, la forma di tronco cavo rifugio di ghiri l’inverno e cuccioli di volpe in primavera. I fianchi delle donne sono zattere, relitti galleggianti dopo un naufragio, arpe celtiche, aquiloni. Sono tamburi che risuonano nel buio della notte.

Afternoon

010

I pomeriggi che passo nella casa sul mare hanno un che di meditativo; il sole che cala mi trova esposto agli appuntamenti con me stesso, con quello che sono diventato; un uomo dalle mani rugose, il carattere pure, corazzato all’apparenza, un cuore che batte.
Saranno stati i giocattoli a farmi diventare così; i sonagli dei primi mesi, le biglie, i carri armati a batteria. Lavavo i soldatini; li mettevo sul davanzale ad asciugare che i vicini dicevano a mia madre. “Ma com’è che tuo figlio lava i giocattoli?” Lei allargava le braccia:“E’ fatto così.”
Mi piaceva lavare i giocattoli e il senso di decoro che ne traevo; ne ero certo, un giocattolo pulito si sarebbe sentito più amato.
O le canzoni, forse mi hanno costruito le canzoni; mentre ascoltavo The dark side of the moon mi immaginavo sulla luna a esplorarla; mi è sempre piaciuto guardare dall’altra parte, dove è buio, dove nessuno guarda.
Davanti ho il mare, lungo l’orizzonte un’isola; lì ci sono stato d’inverno quando il mare arrivava sulle case e le onde alle finestre. il ristorante era in piazza, devo averci le foto da qualche parte; di notte da qui si vede il faro.
Sono seduto sul gradino le mani sulla pietra calda; il sole di marzo sprofonda verso l’estate.

Di notte

011

Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

Ex Cathedra 2016

direttore_dorchestra

08 febbraio. Ho chiesto a Telecom di cancellarmi dagli elenchi, l’ha fatto ma poi la cosa ha cominciato a turbarmi: esisto se nessuno può leggere il mio nome o sono un fantasma, uno che non c’è?

21 febbraio. Due avrei voluto non morissero mai, uno era Italo Calvino, l’altro Umberto Eco. Mi piaceva la loro leggerezza.

27 febbraio. Ora vorrei essere a Ventotene a scrivere di angoli, di azzurri, di muri di sole.

03 marzo.  Stanno per scadere i 5 giorni di dieta che ogni anno faccio dopo i risultati delle analisi del sangue.

20 marzo E’ il momento di scamiciarsi, di lasciare la pelle nelle mani di questo nuovo sole. Sta arrivando un’altra estate; non ci credevate eh?

03 aprile. E’ morto Gallieno Ferri disegnatore di Zagor, il mio fumetto preferito; questa notte lo Spirito con la Scure, Cico e io lo ricorderemo  davanti al fuoco.

14 aprile.  Il caffè non è un granché ma il bar è tra gli alberi e mi piace; d’estate fuori è pieno di cicale, le foglie al vento fanno frrr.

27 aprile. Mi piacciono i paesaggi ma ancor di più la loro mutevolezza;  la valle che diventa pianura, la strada che dopo una curva mostra il mare.

26 maggio. Il jet aveva terminato la sua ascesa verticale e ora pareva in stallo; ho pensato stesse per cadere proprio sulla mia auto appena lavata.

28 giugno. Sogno una finale Italia- Islanda che finisce pari anche dopo i rigori e la monetina lanciata per decidere chi vince  rimanere in aria senza  scendere più a terra.

13 luglio. Ci sono momenti in cui potrei scrivere tremila pagine in fila senza fermarmi mai. Questo è uno di quelli.

27 luglio. Non capita una nuvola saranno tre mesi, nemmeno per sbaglio; tutto è arido, delle cicale rimane il guscio.

13 agosto. Sono pieno di difetti. Uno dice: “Dai non può essere, ce l’hai questo tal difetto?” “Si, ce l’ho.” Di pregi pochi.

30 agosto. Ho una scorza dura che non ci pianti un chiodo ma dentro ho un cuore liquido.

31 agosto. Delle case crollate per il terremoto mi hanno colpito i bagni con le docce i portasciugamani e i lavandini in bella mostra. Mi ha colpito l’intimità violata.

9 settembre. Mentre faceva l’assolo pareva che un Dio volesse portarselo via per sentirlo con calma in paradiso. Poi però è rimasto.

10 dicembre. Il mio Natale tra trent’anni lo vedo davanti al camino mentre sfoglio i volantini degli ipermercati, pagina attrezzi.

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