ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “novembre, 2011”

Quattro ritratti

Saverio

Saverio fa il sarto da 60 anni e ora ne ha 69. Dice che avrebbe voluto lavorare in un atelier ma la malattia  e un po’ la sfortuna lo hanno costretto qui, nel bugigattolo dove lavora ora. Non può camminare Saverio, per una malattia che lo ha preso da ragazzo e che lo ha segnato nel corpo e nel viso, tirato come un budello seccato al sole.     
Sulla macchina per cucire ci sono i rocchetti del cotone e le scatole di bottoni, sul muro di fronte il poster di Maradona e in fondo una tenda che fa da camerino. Saverio stringe giacche, accorcia maniche, fa pieghe ai pantaloni.
Mi dice che non ha mai avuto una donna sua e di questo si dispera. “Chi mi avrebbe preso in queste condizioni?” 
Racconta che quando ha voglia telefona a una certa Mlada di quarant’anni che viene dalla Russia.  Lei entra, chiude la  porta a chiave e gli si siede sopra. Dice che sono i suoi soli momenti di felicità. 
Sopra il calendario  la vecchia foto di quando era apprendista. C’è lui magro ancora bambino tra un  sarto panciuto e un altro ragazzo apprendista come lui.

Bice

Oggi Bice sotto gli occhi della madre ha messo il trucco per la prima volta. Una cosa leggera,  rossetto e un’ombra di rimmel, ma ha già cambiato aspetto tanto che quando si guarda allo specchio non sembra più lei e strabuzza gli occhi per la sorpresa. Poi pronte escono per strada.
“Guarda avanti che stai benissimo… “- la incoraggia la madre vedendola impacciata, ma Bice così conciata si sente mascherata.
La folla del sabato sera le sommerge nel solito marasma. Due ragazzi da dietro  le lanciano un fischio, lei sbarra gli occhi stralunata poi le scappa un sorriso e con un occhio sbircia la madre che ride anche lei.
Attraversano la piazza una al fianco dell’altra e scompaiono tra la folla.

Marisa

L’ho vista stamattina dalla macchina. Camminava sul marciapiede vestita di nero. Fa  effetto vedere una donna della sua età vestita così, una sensazione di sorpresa, ma poi mi ricordo che gli è morto il marito da un mese e la sorpresa svanisce. Eravamo amici io e lui, d’infanzia e nella chiesa tra le lacrime dei parenti e dei figli c’erano anche le mie. Ora mi dicono che non si separa mai da loro che sono ancora piccoli e che sono loro, i ragazzi, alla fine a sorreggerla. 
Stamattina che  l’ho vista dalla macchina andava al cimitero. Aveva in mano un grande fascio di fiori, lo teneva tra le braccia in un modo che pareva  portasse il marito morto.

Gianna

Si fa chiamare così ma il suo vero nome non lo conosco. Viene dalla  Romania  e qui da noi ha conosciuto il marito, romeno anch’egli. Ha una forza che non diresti di una donna e sempre il sorriso sulla bocca, così la vedi salire le scale con due borse pesanti della spesa in mano e un sorriso stampato come se stesse in posa dal fotografo. Lui invece è  più pigro  o più furbo e la segue con la borsa più leggera.
“Buonciorno…”  mi saluta lei con la cadenza metallica che hanno quelli che vengono dall’est.
Erano impiegati in un’impresa di pulizia ma ora si sono messi in proprio. Hanno solo uno scooter e così  li vedi andare al lavoro, lui davanti a guidare e lei dietro con le braccia che agganciano secchi, scope e ramazze. Quando mi vede saluta sorridendo come se andasse in  vacanza. “Buonciorno!”  
Ora in fondo al rettilineo sono poco più grandi di un puntino. Si intravede solo  il rosso e il blu dei secchi.

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Ballata per curare la tristezza

Mi chiedi una ballata per curare la tristezza.

Come se fosse una facile  ricetta,

come se chi ti scrive ne fosse immune

e non avesse anche lui deficit di allegrezza.

Mi chiedi una ballata per  la malinconia.

Come se non fosse un’onda  che mi culla,

una nenia  che mi cammina accanto,

affezionata compagnia.

 L’inganno delle volte la tristezza,

dietro un angolo aspetto che mi superi

altre ancora me la  lascio dietro,

come ladro che fugge con destrezza.

Ma pure mi raggiunge la tristezza

e allora vedi brillarmi gli occhi

per un istante forse due.

Tre nei momenti di debolezza.

Mi chiedi una ballata per curare la tristezza.

Come se fosse una facile  ricetta,

come se chi ti scrive ne fosse immune

e invece è come te, ragazza.

Qui su WordPress

Mi muovo su WordPress come in una casa nuova, aprendo le porte una per una e guardando nelle stanze per scrutarne l’ampiezza e la luminosità. E’ diverso scrivere qui;  su Splinder si era tante lucine accese che chiunque poteva vedere, una specie di piazza di giorno che quelli che c’erano li vedevi tutti. Splinder era una carovana circense in movimento, con la pantera che se anche non lo vedeva sapeva il leone in quale gabbia era e la giraffa dov’era l’elefante. Una carovana rassicurante,  non tanto per qualche dato reale quanto per il senso di “tribù” che si percepiva; c’era netta la sensazione che in caso di bisogno qualcuno della comunity  sarebbe  intervenuto a salvare il malcapitato, magari fendendo l’aria come Superman col suo mantello rosso. Naturalmente non era così, o per meglio dire non lo era sempre,  anche su Splinder si annidavano inutilità, approfittatori, falsi poeti, falsi profeti, falsi e basta, ma anche no; un po’ come nella vita reale insomma, ma il fatto di vedersi tutti nello stesso accampamento dava a tanti la convinzione  di un’affidabilità a priori. E poi i pvt,  paradigma infallibile di una comunicazione a distanza breve, ai limiti del contatto; “contatto” che  avveniva quando si usava la chat, ponte sospeso tra due corpi in attesa di fondersi in qualche modo. Una prateria, una sala d’aspetto, un parco giochi, un libro aperto, una casa di accoglienza, un camino acceso, un lacrimatoio, una motocicletta, una ciambella di salvataggio, un’ apostrofo rosa; questo era Splinder. WordPress è diverso.

Qui scrivi messaggi e li infili in una bottiglia che lanci in mare, un mare che non conosci. Non hai lucine né fari né segnali radar, solo stelle in lontananza che a volte nemmeno vedi ma  di cui dai per certo l’esistenza.  Si naviga da soli, la comunicazione è frammentata, discontinua, disturbata da chissà quale distanza o interferenza. Ma non c’è nessuna interferenza, semplicemente non hai una piazza a farti compagnia, né una barca vicino  a cui fare segnali morse. Quello che scrivi lo scrivi per te, per leggerlo tu per primo, il resto è calcolo delle probabilità.

Il post più che momento di comunicazione diventa un mezzo di espressione, un tam tam suonato nella foresta che non sai chi sentirà. Non ci sono i pvt, né la chat, non ci sono gli “amici” a portata di mano, né quelli più intimi  ad ascoltarci; non c’è nessuno ad asciugarci lacrime né a ridere assieme a noi. Wordpress per chi è stato su Splinder è un corso di sopravvivenza, un corso di sopravvivenza salutare perché è  comunicazione nella sua essenza migliore, scarna e asciutta, senza intermediazioni. Un grafito nelle grotte di Lascaux che nessuno sa chi vedrà e tra quanto. Alla fine scrivere qui è un grido sottovoce, un gorgoglio, un affermazione del sé e della propria individualità.

WordPress è il diario di bordo di una navigazione dove quello che conta e resistere e mantenere la rotta perché nella vita quello serve è mantenere una rotta. Non sappiamo se domani avvisteremo la terra o la burrasca che ci trascinerà a fondo; nell’uno e nell’altro caso speriamo di fare in tempo a scriverlo; io lo farò qui su WordPress.

La potatura della vite

Quello della potatura è il periodo che più mi piace anche se a guardarla la vigna  è un deserto di silenzio. Non più  foglie rigogliose,  grappoli potenti,  farfalle e vespe in cerca di acini succosi; ora  i tralci sono spogli, si cammina sulle foglie secche; crepitano sotto le scarpe come  mortaretti  di bambini. E’ il solo rumore che si sente. 

                

La potatura mi piace  perché  mette ordine nelle cose, nulla resiste senza regole o  senza un filo che le leghi;  mette ordine nei miei pensieri  e li stende su un filo, in modo che io li possa guardare uno per uno. Potare la vite è  più di un’operazione di taglio, è un costruire il futuro, scommetterci sopra, è provare a dare un ordine metafisico alla vita. Una vigna è  una classe di alunni e potarla è  cercare di dargli una preparazione  che li faccia crescere bene perché la vite, pianta rampicante per eccellenza, se la lasci libera arriverebbe sulle nuvole che  poi a vendemmiare ci vorrebbe una scala  lunghisssima.

Due sono i sistemi di potatura che mi hanno appassionato. Il primo è il classico Guyot.

Qui si eliminano tutti i tralci dell’anno tranne uno che viene  coricato sul filo e  fissato con un legaccio. Sul tralcio prescelto, chiamato “capo a frutto” spunteranno in primavera  i nuovi tralci che daranno origine ai grappoli dell’anno prossimo. Non mancheremo di lasciare, sul lato opposto, uno sperone di tre o quattro gemme che sarà l’origine del capo a frutto del prossimo anno. E’ una potatura  laboriosa in quanto c’è bisogno di legare i singoli tralci con spago o strame ed è quella più usata da queste parti.

Ecco  una vite prima della potatura con il sistema Guyot.

Ed eccola dopo.

L’altro sistema è il “ cordone speronato”. In questo caso lasceremo crescere una branca orizzontale sulla quale individueremo gli speroni le cui gemme produrranno La potatura annuale consisterà nel rinnovare questi speroni. Nel corso degli anni si otterrà  un tralcio orizzontale forte, nodoso,  robusto come un tronco, portatore instancabile di grappoli. Per la sua geometria perfetta e visionaria assieme è’ il tipo di potatura che preferisco; l’ho vista  l’estate scorsa in Toscanae e quest’anno la adotto per la prima volta, speriamo bene.                      

Anche qui il “prima”.

E il “dopo”.

 

Prima di tagliarla ogni vite va guardata bene. Bisogna scegliere il tralcio giusto e  tagliarlo bene per non provocare danni.

Delle volte sembriamo interagire la vite e io, con lei che mi dice dove tagliare e io che l’ascolto e le dico la mia. Mi pare di ritornare ai tempi dell’ università quando  a poche ore dall’esame mi fermavo nel prato dell’ateneo a  ripetere a bassa voce la materia d’esame. Le aiuole di bosso parevano ascoltarmi e qualche volta dirmi la loro.

Matematica creativa

Non sapevo esistesse una matematica a tal punto creativa, è quella che usa mio figlio per risolvere i problemi di geometria.
In un esercizioin cui  doveva calcolare l’altezza di un parallelogramma è accaduto che comunque lo rivoltasse (girava  il foglio per guardare la figura da tutti i lati) non riusciva a capacitarsi che ci potesse essere una soluzione. Poi come un Watson con una traccia in mano si è accorto che bastava fare la radice quadrata di un certo dato per far tornare il risultato. Ebbene l’ha fatta; così un esercizio che richiedeva più di un passaggio l’ha risolto (secondo lui) con un’operazione fatta a caso.
“L’importante è il risultato!” mi ha detto.
Va bene. Da oggi e per un pò via il telefonino (con gli sms come se piovesse), niente facebook e  cazzeggio pomeridiano e …un pò di più la mia presenza.
Il piccolo di sei anni oggi mi ha stupito.
“Papà gli zero contano, se no come si fa a dire dieci, cento, mille, un milione?”
Questo più  piccolo cercherò di non perderlo.

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