ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “dicembre, 2011”

Della lotta e della resa eventuale

                       I gladiatori dopo il combattimento (Giorgio De Chirico)

Fino a quando bisogna combattere e quando invece abbassare le braccia e lasciar cadere le armi?
La domanda in apparenza di poco senso è di quelle che governa l’intera nostra vita con numerevoli applicazioni. Ad esempio fino a quando inseguire un ideale, un’ambizione, un sogno, una donna? Fino a quando correre prima di fermarsi e sedersi sulla riva di un torrente, guardare l’acqua scorrere e dire basta?
La verità è che se dovessimo lottare all’infinito ogni combattimento verrebbe meno soprattutto verrebbero meno le motivazioni che hanno portato alla sua intrapresa, così come arrendersi subito lo mortificherebbe. E allora fino a quando combattere?
Io per me credo che bisogna combattere (per o contro  è uguale) fino a quando “l’obiettivo” rimane  nel nostro cuore, odiato o amato che sia. Bisogna combattere fino a quando  il pensiero dell’ ”altro” suscita  sentimenti perché le cose che ci fanno sobbalzare meritano di essere vissute e affrontate. In questi casi si può combattere fino alla fine. La lotta ha un senso se non dura all’infinito; senza una speranza ragionata di vittoria (o senza un cuore che batte) sarebbe difficile continuarla perché diverrebbe un’ossessione o una coperta di Linus; la lotta condotta all’infinito rischia di essere una “pillola giornaliera”, una sorta di dose  minima che  dà l’illusione della sopravvivenza attiva.
E allora  al posto  di questo status quo consolatorio, degli alambicchi fumosi, piuttosto che agitarsi come Don Chisciotte contro nemici immaginari meglio riprendere il contatto con la realtà,  ritrovare la propria consapevolezza; meglio sarebbe  lasciar cadere le armi.
La deposizione delle armi, o resa che dir si voglia, non ha minor dignità perché chi ha lottato ha già di per sé un merito, quello di aver vissuto e di voler continuare a farlo. Non resta che la resa quando la spinta che  faceva scalare montagne si affievolisce, quando il cuore e la mente non sobbalzano più per un determinato ideale. “Non morirei mai per le mie convinzioni, potrebbero essere sbagliate.” asseriva Bertrand Russel. “Finché ci credo si” aggiungo io. La resa dunque come una presa di distanza pacata dalle proprie idee, un lasciar libero un sogno affinché possano sognarlo altri ma non più noi; una resa come atto di coraggio.
Allora sedersi lungo la riva di un torrente e guardare l’acqua scorrere dopo aver tanto combattuto diventa un ristoro formidabile, almeno lo è oggi. Domani se ci sarà  ancora da combattere non mancheremo di farlo.

Natale in casa C.

Lo prevede anche un corollario alla legge di Murphy: se pensi che qualcosa di negativo possa accedere è probabile che accada.
Ebbene io non avevo pensato a nulla di negativo alle 13,45 del 25 dicembre quando la prima fitta all’altezza del dente del giudizio fece la sua comparsa. A essa ne seguì una seconda e mentre servivano i calamari grigliati (mio piatto preferito) una terza. Immaginate ora il mutamento di espressione dovuto a tale fitta, il giorno di Natale poi, quando a tutto si pensa (auguri, buoni propositi, letterine, poesiole) fuorché al mal di denti. Anche perché (pure questo è  da considerare) mai si era presentato negli ultimi cinque anni.
Il pranzo di Natale non posso dire sia andato male perché tra una fitta e l’altra sono riuscito a rendere sufficiente omaggio alla tavola e ai commensali, anche se quel vibrare periodico di nervo dava a tutto il senso della precarietà. Soprattutto dava origine alla seguente domanda: “Dove lo trovo un dentista a Natale?”
Le mogli si sa servono a consolare quando serve, così la mia mi tranquillizzò con un: “Non preoccuparti chiamiamo Ruggero (il dentista di famiglia n.d.a.) ci penserà lui…”
Il dolore e il gonfiore aumentavano. Il pomeriggio partii alla ricerca di un antidolorifico; lo trovai in una farmacia a non so quanti anni luce di distanza. Erano capsule molli, di quelle che si ingoiano e liberano nello stomaco il principio attivo.
La prima non mi fece quasi effetto per cui la seconda la sciolsi direttamente in bocca. Il sapore che ne derivò fu di disgusto pieno ma  funzionò e il dolore risultò sotto controllo, o quasi, per le successive sei ore. O quasi perché la notte dormii seduto sul divano perché ovunque poggiassi il capo sentivo tipo martellate nel cervello.
Ruggero l’ho chiamato la mattina successiva. Lo studio era naturalmente chiuso ma la vocina della segreteria snocciolava il numero di cellulare a cui fare riferimento per le emergenze. L’utente da me chiamato è risultato irraggiungibile e allo stesso modo è risultato il pomeriggio del 26 e la mattinata di martedì 27.
Licenziato Ruggero come dentista di famiglia la cosa difficile è stata cercarne un altro. Tante telefonate a vuoto fino a quando dall’altra parte del filo una voce dolcissima ha risposto: “ Pronto…?”
Lei  era l’assistente del dott. G. e mai donna mi è parsa così bella, anzi era bello pure lui. Mi hanno fatto sdraiare sulla poltrona, guardato in bocca e eseguito una radiografia è risultato un’infezione alla gengiva. Il dott. G. ha pulito e disinfettato la parte, ci ha spalmato una punta di cortisone e prescritto un antibiotico da prendere due volte al giorno. Ora sto un po’ meglio.
Ma questo è un Natale particolare; mi sento debole, sta salendo la temperatura, raffreddore e gola in fiamme. Nel post precedente ho scritto che “supererò questo inverno come si supera un guado”. Speriamo di farcela.

Ps. Che non sia stata l’acqua fredda del guado a ridurmi così?

Parole d’inverno

Camminando oggi su questa terra di brina dove i fili d’erba fanno crac e il vento taglia come vetro penso che l’inverno ha davvero uno scopo, forse più delle altre stagioni, ridenti o decadenti che siano. L’ inverno non ti offre riparo se non quello che sai costruirti, non ti offre sostentamento se non quello che sei riuscito a infilare nella bisaccia; è una prova di sopravvivenza l’inverno, una “recherche” che devi fare da solo, che ti tempra o ti uccide. L’inverno è toccare il fondo dei pensieri, lasciarli nuotare nel semighiaccio di questa mattina fredda, dove i passeri stentano ad aprire le ali e le formiche a organizzare la  fila. Non ha la leggerezza poetica delle foglie che cadono né il turgore consolatorio delle gemme, nemmeno la floridezza del frutto maturo; non ha  motilità né divenire, non ha il supporto della speranza. L’inverno è un film in cui la parola fine non scomparire mai dallo schermo.
Eppure mentre ci cammino sopra a me pare di essere su una terra accogliente e tutta da esplorare e il vapore che esce dalla bocca una prova formidabile della mia esistenza in vita. Così mi piace, in questa tabula senza speranza apparente cercare altre vite, altri respiri; perché un uomo è niente se non cerca e il cercare è già segno di vita, è un cuore che batte, che se uno può cercare può amare e comunicare, può mettere alla prova la sua forza e la sua debolezza.
Mi piace camminare in questo deserto di gelo e condirlo di parole, riempirlo in qualche modo, intravedervi un movimento, un senso. E lo trovo. Sotto  questa superficie melanconica che tanto piace ai poeti  sento le radici muoversi, farsi strada, abbeverarsi; con una lentezza inusitata si preparano alla nuova vita. Percepisco la linfa risalire dalla radice ai tronchi fradici d’acqua fino ai rami secchi, a tener in vita la pianta. Piove. L’acqua penetra la terra, l’inumidisce e ne solubilizza i sali, li mette in movimento. Niente si ferma di quello che vuole davvero vivere; ora anche l’erba si scuote di dosso la brina.
Il mio respiro nel grigio umido che mi circonda continua a emanare vapore; sono vivo e supererò questo inverno come si supera un guado.

Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
io e il mio ragazzo di sei anni scriviamo queste righe a quattro mani, o meglio scrivo io che lui non è così veloce e bisogna fare in fretta perché Natale si avvicina e noi.. non  abbiamo ancora spedito la letterina! O meglio non l’ho spedita io che l’ho dimenticata in tasca e solo oggi me ne sono accorto.
– Ormai non farà più in tempo ad arrivare…! – ha sospirato mio figlio prima di cominciare a lacrimare e ancora lacrimava quando gli ho detto:
– Ma se le Poste ci mettono tanto (arrivare in Lapponia con questo freddo non è facile per nessun postino) perché non la pubblichiamo su internet?
– Ma Babbo Natale ci naviga su internet?
– Certo che si e la leggerà in un battibaleno!
– E allora presto mandiamola papà!
Caro Babbo Natale, facciamo una cosa veloce perché non vorremmo che dato il ritardo i regali buoni li avessi finiti così per fare presto invece di riscriverla ti mandiamo la lettera originale; cancelliamo l’indirizzo perché ci sono anche i Babbo Natale falsi, per strada ce ne sono tanti e anche in televisione, e non sappiamo se sono buoni veramente. Tu invece sei buono lo sappiamo e dell’indirizzo non hai bisogno che sai già tutto, dove abitiamo e a che piano.
Mio figlio dice che vuole aspettarti da sveglio perché ti vuole conoscere, vedere la tua faccia da vicino, se ridi o no quando entri e se porti la neve in casa, che sarebbe bello visto che qui la neve non cade quasi mai, e anch’io lo vorrei. Caso mai ti aspettiamo insieme.
Ora io e mio figlio Yuri ti salutiamo e ti auguriamo Buon Natale.

Maestrale

E’ stata una notte terribile dal punto di vista meteo. Il maestrale ha spazzato la rada con una forza inusitata facendo strage delle barche meno protette. Molti scafi sono andati giù e ora giacciono a tre metri sott’acqua, come sotto sono andati quelli appesantiti dalla pioggia e non svuotati in tempo.
Così stamattina era un corri corri a salvare il salvabile; alcuni vi sarebbero riusciti mentre altri  avrebbero guardato la propria barca occhieggiare dal fondale, con a galla  parabordi,  lenze,  salvagente e  secchi di plastica che non sapevano dove andare.
La mia, con le cime di prua spezzate, era tenuta all’ormeggio solo dalla cima del corpo morto e barcollava verso il largo incerta sul da farsi;  o forse era solo stanca come chi è appeso a una corda con una sola mano invece che con due.
Con l’aiuto di Tommaso sono salito a bordo. Si faceva fatica a restare in piedi,  le onde tendevano a strappare la barca dalla banchina  per portarsela chissà dove. Ho aperto il gavone di prua, ho preso la cima di scorta e l’ho lanciata a Tommaso che l’ha legata alla bitta di terra, lo stesso ho fatto con il mio capo recuperando il più possibile per riavvicinare la barca al molo. Attorno a me erano grida e bestemmie per il tempo, per la barca che era andata a fondo o aveva la chiglia sfondata che imbarcava acqua.  Tommaso dice che è tanti anni che è qui ma una cosa così non l’aveva mai vista. Credo che un giorno non farò in tempo io e accadrà anche alla mia e quando arriverò non ci sarà nulla da fare se non guardare le mie lenze a galla con i sugheri colorati, uno per ogni pesca. Non altro vedrò in superficie.

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