ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Della lotta e della resa eventuale

                       I gladiatori dopo il combattimento (Giorgio De Chirico)

Fino a quando bisogna combattere e quando invece abbassare le braccia e lasciar cadere le armi?
La domanda in apparenza di poco senso è di quelle che governa l’intera nostra vita con numerevoli applicazioni. Ad esempio fino a quando inseguire un ideale, un’ambizione, un sogno, una donna? Fino a quando correre prima di fermarsi e sedersi sulla riva di un torrente, guardare l’acqua scorrere e dire basta?
La verità è che se dovessimo lottare all’infinito ogni combattimento verrebbe meno soprattutto verrebbero meno le motivazioni che hanno portato alla sua intrapresa, così come arrendersi subito lo mortificherebbe. E allora fino a quando combattere?
Io per me credo che bisogna combattere (per o contro  è uguale) fino a quando “l’obiettivo” rimane  nel nostro cuore, odiato o amato che sia. Bisogna combattere fino a quando  il pensiero dell’ ”altro” suscita  sentimenti perché le cose che ci fanno sobbalzare meritano di essere vissute e affrontate. In questi casi si può combattere fino alla fine. La lotta ha un senso se non dura all’infinito; senza una speranza ragionata di vittoria (o senza un cuore che batte) sarebbe difficile continuarla perché diverrebbe un’ossessione o una coperta di Linus; la lotta condotta all’infinito rischia di essere una “pillola giornaliera”, una sorta di dose  minima che  dà l’illusione della sopravvivenza attiva.
E allora  al posto  di questo status quo consolatorio, degli alambicchi fumosi, piuttosto che agitarsi come Don Chisciotte contro nemici immaginari meglio riprendere il contatto con la realtà,  ritrovare la propria consapevolezza; meglio sarebbe  lasciar cadere le armi.
La deposizione delle armi, o resa che dir si voglia, non ha minor dignità perché chi ha lottato ha già di per sé un merito, quello di aver vissuto e di voler continuare a farlo. Non resta che la resa quando la spinta che  faceva scalare montagne si affievolisce, quando il cuore e la mente non sobbalzano più per un determinato ideale. “Non morirei mai per le mie convinzioni, potrebbero essere sbagliate.” asseriva Bertrand Russel. “Finché ci credo si” aggiungo io. La resa dunque come una presa di distanza pacata dalle proprie idee, un lasciar libero un sogno affinché possano sognarlo altri ma non più noi; una resa come atto di coraggio.
Allora sedersi lungo la riva di un torrente e guardare l’acqua scorrere dopo aver tanto combattuto diventa un ristoro formidabile, almeno lo è oggi. Domani se ci sarà  ancora da combattere non mancheremo di farlo.

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6 pensieri su “Della lotta e della resa eventuale

  1. D. in ha detto:

    Mi chiedo, a volte, se chi dice di aver combattuto per un sogno, un ideale, una donna lo abbia fatto davvero. La resa non ha minore dignità quando abbiamo davvero combattuto per mantenere qualcosa in vita, ma solo in questo caso…se la fiammella si è affievolita allora non c’è nemmeno bisogno di scrivere tutte queste parole…basta dirlo!
    D.

  2. pyperita in ha detto:

    Mi hai fatto venire un mente un titolo di un libro che ho amato molto “alexis, o il trattato della lotta vana” della Yourcenar. Se la lotta è vana, perchè l’ostacolo è insuperabile, alla fine bisogna mollare, anche per un discorso di dignità, o di semplice sopravvivenza.

    Ti auguro un bellissimo 2012, mio nuovo e caro amico di blog!

  3. Condivido.
    Io ho augurato un 2012 di amore e conoscenza, dove intendo per conoscenza la risposta alle domande che poni tu. Conoscenza della realtà propria e dell’altro, della possibilità e dell’impossibilità, del senso che ha lottare o arrendersi.
    Buon 2012 di lotta e di resa!

  4. Dimmelo. T’ispirai io tali elucubrazioni con la mia vana lotta? 😉

  5. Un ideale, un amore, una motivazione a combattere sanno riempire un istante come le stagioni, gli anni, talvolta la vita intera.
    Siamo divenire, siamo mutazione, siamo (almeno dovremmo essere) crescita.
    Fino a quando insistere nella rincorsa, nella contesa, nell’azione che ci muove verso -pro o contro- è una questione secondo me talmente soggettiva che uno solo è l’interlocutore in grado di consegnarci risposta: il nostro io più profondo, quello che non razionalizza ma “sente”.
    Finché il cuore batte… giusto, chiamiamolo cuore, anima, spirito, interiorità: quel che è certo è che tutto scaturisce da dentro.
    Mi torna in mente un passaggio dei Promessi Sposi che in una frase piuttosto banale racchiude quella che vivo oggi come grande verità se la interpreto metaforicamente: “…Forse se ne sarebbe potuto sapere di più se invece di cercare lontano si fosse scavato vicino”.
    Ecco, invecchio e sperimento sempre di più la sensazione che l’esplorazione più avvincente e avventurosa, e certamente fruttifera, non la si compie facendo il giro del mondo, ma imparando ad interrogarci, sondarci e soprattutto “ascoltarci”.
    Abbiamo complessità insospettate e ricchezze immense, abbiamo dubbi e dilemmi, ma abbiamo anche risposte, se fortunati certezze.
    In questo ad esempio io credo di non dovermi arrendere mai, nel cercarmi, nel conoscermi e nel conoscere, nella speranza, nella fede.
    Mettiamoci pure che sono di una caparbietà unica, ma temo che, avendoli, abbracciati, sarà davvero dura dichiararmi arresa dinanzi a tali obiettivi; del resto senza non potrei definirmi davvero “viva”.

    Per tutto il resto… Copio e incollo il commento di Donapella, esauriente e sintetico come io non ho ancora imparato 🙂

    P.S. Le feste sono state spossanti, mi siedo un attimo ad ammirare il torrente che scorre, disturbo?

  6. Mi hai fatto pensare una cosa, con questo post. Più volte mi sono trovata nella condizione di pensare che i fatti – vittorie, sconfitte, perdite, o un nulla di fatto – dipendessero da me. Da me, capisci? Dalla mia pertinacia, dal valore, dall’intelligenza, dalla forza… Innumerevoli volte ho pensato che se fosse venuto a mancare il mio apporto con profusione di impegno, avrei fallito, ma peggio avrei causato la fine di qualcosa di bello, giusto e importante. Ancora mi succede di inciampare e quasi cadere nella trappola psicologica che ci vorrebbe eroi od eroine. Invece le cose vanno e per cose intendo le cosucce come le grandi. Hanno un corso e noi siamo degli esecutori di un disegno spesso già tracciato. Tutto richiede un accordo che non è volontà, decisionismo, impegno strenuo. Possiamo sederci, Marcovaldo, sul fiume e vedere che tutto ciò che deve accadere accade con il minimo dello sforzo. Quello che diciamo, facciamo, cerchiamo, inseguiamo, non dipende da noi. La nostra libertà di scelta è davvero minima e si limita a delle inezie. L’essenziale si decide altrove.

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