ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “gennaio, 2012”

Come si pianta un ulivo

Sono  giorni questi in cui la campagna sembra morta e a noi nulla  ci viene da fare se non  guardarla come si guarda un quadro.  Eppure è il periodo  migliore per pensare al domani, perché  l’inverno non mette fretta e ci lascia il tempo per  pensare  nuove cose e realizzarle in silenzio senza il palcoscenico arabescato della primavera o ancor di più dell’estate. 
Ad esempio questo è il periodo migliore per piantare un nuovo ulivo. 
Voi lo sapete e anch’io lo so, la vita ci lascia  sempre più di una scelta  su come fare le cose e anche  per l’ulivo è così; anzi qui le scelte sono minimo tre. La prima, la più facile, ci fa andare al vivaio, scegliere l’alberello della specie che più ci piace, infilarlo in una buca e riempirla di terra. La seconda, la più difficile (è un tirare di dadi) ci fa mettere dei semi sottoterra e sperare che germoglino. E’ una strada avventurosa perché anche se succede l’ulivo tende a tornare selvatico e dovremo innestarlo (l’innesto dell’ulivo è qualcosa di memorabile, ve ne parlerò).
La terza strada è quella più pratica e  immediata, io la preferisco di gran lunga. Eccovela raccontata.
Ogni albero di ulivo alla sua base ha una zona di forma globosa più ingrossata, è il cosiddetto “ciocco” sul quale si sviluppano  germogli chiamati polloni; eccoli.

I  polloni  rappresentano il futuro  della pianta, la sua nuova generazione; se li lasciassimo crescere liberamente renderebbero l’albero un cespuglio gigantesco, in più toglierebbero energia alla pianta che  non produrrebbe quasi nulla; per questo ogni anno vengono eliminati o nel nostro caso utilizzati per piantare un nuovo ulivo.
Si sceglie quello più vigoroso  poi con un’ascia o un piccone si sferra un colpo sulla parte legnosa immediatamente circostante il germoglio; il colpo deve essere pulito in modo da staccarlo dal tronco in maniera netta e profondo in modo da reciderlo fino all’apparato radicale.
Ecco il germoglio appena reciso.

Mentre in questa foto potete apprezzarne l’apparato radicale.

Cosa resta da fare? Scegliere il posto dove vogliamo piantare il pollone, scavare una buca, concimarla, poggiarlo sul fondo, riempirla di terra fresca.

Fatto, abbiamo piantato un nuovo albero. Avrà bisogno di cure a attenzioni per i prossimi sette anni quando comincerà a dare i primi frutti; li darà fino a centocinquanta anni e se la sorte l’aiuta camperà fino a mille.
Qualcuno si chiederà che senso abbia  piantare un albero di cui non potremo seguirne che la prima giovinezza. Non lo so, il discorso si fa complesso e  ho finito l’inchiostro; so però che serve a poco vivere se non creiamo qualcosa che ci sopravvive.

Due parole sulla crudezza

La crudezza ha un senso? Me lo chiedevo ieri l’altro dopo che con asprezza mi ero rivolto a un interlocutore.
Il fatto è che siamo portati a desiderare  la nostra vita come un picnic all’aperto dove seduti sulla tovaglia sorridiamo tra cestini, thermos e panini. Un picnic dove a ogni richiesta segue una risposta cortese, il vento non scompiglia vettovaglie, il sole splende e le nuvole mai si fanno vive. E’ la vita serena che tutti vorremmo; la faccia bella di noi stessi, la coperta sotto cui amiamo riposare e che ci copre fino al mento, l’aspetto di noi che ci piace mostrare al mondo. Ma sarebbe il più visibile non il più reale, sarebbe la faccia illuminata della luna contrapposta alla buia,  dove prevale la crudezza.
La crudezza è un tarlo che ci riporta alla realtà di quello che  siamo: animali intelligenti, ma anche perfidi e spietati. Ci deriva dall’umore, dalla competizione, dalla difficoltà nei rapporti interpersonali; è una sorta di pugnale nascosto nella cintura con il quale ci difendiamo  se attaccati o brandiamo per far vedere che siamo vivi. Già perché  atteggiarci a duri ci fa star bene. Amiamo disegnarci come quelli che non devono chiedere mai e vorremmo che tutti vedessero che i colpi rimbalzano sulla nostra armatura senza farci male. Tetragoni alle avversità.
Così la crudezza può diventare uno scudo dietro al quale ripararci e che, in apparenza, ci fa uscire indenni da qualsiasi traversia.  Non per nulla gli eroi della nostra infanzia hanno tutti una qualche invulnerabilità o sono difficili da colpire; Tex Willer ad esempio solo di striscio e mai in maniera grave così una volta che una sua ferita mi parve preoccupante restai incollato a quelle pagine fino a che non gli tolsero la benda; fui contento della sua guarigione ma la traiettoria di quella pallottola mi aveva intrigato, così come il suo ‘impatto sul mio eroe.
Ecco,  la crudezza ci spaventa ma allo stesso modo può farci sentire vitali, ci riporta alla realtà; senza non potremmo vivere. E’  il sangue che scorre nelle vene, è il recupero di un’animalità ancestrale, lo scatto di una belva  che nessuna educazione letteraria o sentimentale riuscirà a eliminare, forse solo a scalfire. Difficile che un cuore possa battere in maniera compiuta se non si rotola ogni tanto nella polvere della crudezza, anche se dopo dovrà pentirsi di averlo fatto.
“Porterai la principessa nella foresta, e la ucciderai. Mi porterai poi il suo cuore come segno del delitto“. Così dice la strega cattiva al cacciatore in “Biancaneve e i sette nani” dei fratelli Grimm, ma il cacciatore non lo farà. La crudezza come punto più basso da cui arrivare al lieto fine; nessuno risale se prima non sprofonda. La vita stessa è inseparabile da questo baratro, ne è il bordo perenne.
La crudezza, la durezza, l’asprezza, la paura  divengono allora  antefatti di una qualche redenzione, l’inizio di un’ ascesi dantesca; fino alla prossima caduta. Perché  ancora oggi  io non so se la vittoria di Dio sul diavolo sia stata una  vittoria vera o solo un’illusione di Dio.

Un viaggio lungo un giorno

Stamattina la sveglia mi ha sorpreso che non era ancora l’alba strappandomi a un  sogno che, come gli altri, mai ho ricordato e mai ricorderò; io e i sogni ci salutiamo prima del mio risveglio così da non poterli pensare né raccontare; è un altro dei miei misteri.
Entro nella doccia con ancora una parte di me rimasta a letto, solo sotto l’acqua  sento mettersi in moto la circolazione, ritrovo la mia corporeità fetale.
Lo specchio  restituisce l’ immagine del mio volto come di un foglio accartocciato; faccio smorfie per distenderlo e  mentre mi rado lo vedo prendere vita e coscienza di sé. Metto sul fuoco l’acqua per il tè, ci tuffo  una fettina di limone e spalmo la marmellata di fichi sulle fette biscottate. Mi piace interpretare le spire di vapore che salgono dalla tazza, tento di trarne degli auspici, ma nemmeno stamattina ci riesco. Ho finito; controllo che tutti dormano, sistemo le coperte a chi ne ha bisogno, infilo la giacca e esco con poco rumore.

Le strade del primo mattino sono sgombre e i semafori lampeggiano, si va veloci. Piove, ma accelero per dare ebbrezza al percorso, mi piace vederlo scivolare dietro di me, sorpassare le cose, salutare incroci, uffici postali, caserme e giardini pubblici mentre passano. Tamburello con le dita sul volante la musica della radio; le canzoni sono ponti per passare da un pensiero all’altro, sprigionano immagini che ritenevi sprofondate sul fondo di chissà quale sacco  invece sono lì e chilometro dopo chilometro vengono a galla e ti rendono il viaggio più apprezzabile.
Dopo la curva il bar del primo caffè.  Mi mischio alle  facce della mattina, alcune assonnate, qualcuna allegra, altre segnate dall’ennesima levataccia. Per alcuni  tutti i giorni è così tanto che per il freddo anche le rughe si sono indurite  e ora paiono scolpite sulla loro faccia.
Sull’autostrada filo che è un piacere; dopo il casello due chilometri e sono arrivato.
“ Buongiorno come sta?”
“ Io bene, lei?”
Indosso le scarpe antinfortunistiche , il camice e gli occhiali. Salgo, scendo, risalgo. L’aria fredda della mattina mi gela il respiro.  Da qui vedo gli alberi fino al fiume; mi piacerebbe camminarci in mezzo ora, vedere le foglie grondare acqua, sentire i rami che si spezzano. E’ finito il turno di notte, gli operai e le loro facce stanche  tornano a casa. Compilo il report, lo firmo, due chiacchiere  e vado via.  
Esce finalmente il sole; dieci chilometri più avanti mi aspetta una cartiera  e  da qui mi pare di intravedere il fumo della sua ciminiera. A pranzo mi invitano alla mensa aziendale: riso al pomodoro, polenta e un poco di carne. Il direttore di produzione mi dice che questa è un’azienda giovanissima, è vero. I tavoli sono pieni di ragazzi e ragazze, come nemmeno al college o all’ oratorio.
“Tutti neolaureati” mi dice. Parlano, ridono, si beano del tepore dell’ambiente e di quello spirito di squadra che sempre gli raccomandano di avere. A me paiono tante  reclute in partenza per il fronte.
Non riprendo l’autostrada, mi inerpico per le colline. Dietro una di esse c’è una fabbrica dove stampano lamiere. Pochi giovani qui, tanti invece con la faccia segnata e le unghie nere di calamina. Proseguo a salire lungo strade  che  conosco da anni così  come riconosco i tornanti e i massi che li costeggiano. Dopo un viale alberato c’è un bar. Entro per un caffè. Il proprietario mi parla della fiera del gelato di Rimini dove comprerà il  pistacchio di Bronte per farne un gelato.  Cambio idea e ne chiedo uno al cioccolato: “Quante palle?” 
“Due grazie…” 
Morbido e fioccoso, come piace a me.
Riprendo il viaggio tra alberi spogli e rivoli d’acqua che invadono la carreggiata; è quasi buio, stormi di cornacchie volano nella vallata.
Dopo  un rettilineo e  una curva a sinistra il cielo si apre, il panorama si fa ampio; valico la collina. Sotto di me vedo il mare; mezz’ora e sarò a casa.

Indifferentemente

Ma le storie  d’amore si sa, non hanno quasi mai vita facile (sennò sarebbero corse di tram) e delle loro pene la canzone melodica ha da sempre fatto un cavallo di battaglia, ancor di più la canzone napoletana le cui strofe sono piene di cuori tormentati, amori lontani e gelosie. Non il pezzo di cui parliamo oggi che si intitola Indifferentemente. E’ stato scritto nel 1963 da Umberto Martucci e cantata lo stesso anno al Festival di San Remo da Mario Trevi e Mario Abbate.

Indifferentemente è un pezzo non tra i più conosciuti e si discosta sensibilmente dalla solita trama della canzone napoletana; è la cronaca in diretta della fine di un amore.
I due si incontrano davanti a un tramonto che diventa a questo punto la scena del loro addio. Anche in questa canzone prevale la comunicazione o almeno il tentativo di comunicare ma mentre in “Voce ‘e notte” possiamo intuire i pensieri complici di lei, qui si sa solo di una sua risata (e rid pure). Naturalmente non conosciamo le motivazioni di questo addio  ma poco importa, conta quell’alzare di braccia, quella bandiera bianca che sta per salire sull’asta e sventolare.
Viene letteralmente a mancare il cuore in questa canzone, citato solo una volta e poi “scippato dal petto”; nessuna frase d‘amore, nessuna speranza, nessuna mano che si muove a cercare l’altra, nessuna lacrima ostentata né tantomeno visibile; piuttosto l’enunciazione di un verdetto che lui fa proprio offrendo il petto: “Fammi quello che vuoi, indifferentemente, tanto lo so che per te non sono più nulla”. Meglio anticipare la fine, renderla immediata, risolutiva. E allora “damme stu veleno”; dammi questo veleno, meglio berlo adesso senza aspettare domani, tanto se anche  mi uccidi io non ti dico nulla.
Ed è così che esaurito il dramma, detto tutto quello che c’era da dire, non resta che un ultimo grido: Ij voglie a te,  le ultime parole prima della fine,  l’ultimo atto di ribellione; l’ultima scena di un amore che non vuole morire ma muore.

Staremmo ore a disquisire su quale carica d’amore vi sia in queste parole, se siano nobili e degne di nota o facciano di quest’uomo un uomo debole; ho la mia idea ma poco conta, quello che mi interessa e trasmettervi  un‘altra faccia di questa poliedrica anima napoletana, di questo  modo di amare fatto di spade, lacrime e passioni ardenti, ma anche di addii disperati come questo. 
Il video che propongo vede l’interpretazione graffiante di Enzo Gragnaniello, tra l’altro straordinario chitarrista. L’arrangiamento è superbo.

Indifferentemente

Famme quello che vuò indifferentemente,
tant o’ ssacc che’ sso, pe te nun sso cchiù niente.

E damme stu veleno, nun aspettà dimane,
cà indifferentemente si tu m’accid ij nun ti dic nient.

Tramont’ a luna e nuj pe recità l’ultima scena,
restamm man’e man’, senza tenè o curaggj e ce parlà

Famme quello che vuò indifferentemente,
tant o’ ssacc che’ sso, pe te nun sso cchiù niente.

E damme stu veleno, nun aspettà dimane,
cà indifferentemente si tu m’accid ij nun ti dic nient.

E rid pure mentre m’scipp a piett chistu core,
nun sento cchiù dolore, e mò nun tengo lacrime pe te.

E damme stu veleno, nun aspettà dimane,
cà indifferentemente si tu m’accid ij nun ti dic nient.

Ij voglio a te…

Voce ‘e notte

Ci sono delle canzoni che galleggiano nell’aria in attesa che tu le ascolti; non si sa da quando  girano attorno, non te lo dicono, ma è solo quando le ascolti che  si fermano, come se quello che dovevano fare con te l’hanno fatto.
Mi è successo con “Voce ‘e notte”, canzone napoletana di 100 anni fa che l’altro giorno mi si è messa davanti mentre ero su You Tube. Così  mi sono ripromesso di parlarne, di questa e di altre se vorrete; un omaggio a questa città negletta e sprofondata nell’abbandono ma anche alla sua gente sola e disperata anche quando ride, che  ti guarda con sospetto ma poi ti fa entrare in casa e ti offre una frittura di alici fumante.

“Voce ‘e notte” fu scritta nel 1903 da Eduardo Nicolardi per la sua amata, Anna Rossi di 25 anni, che era stata data in sposa dai genitori a un anziano commerciante. L’autore immagina di essere sotto casa della  donna di notte mentre dorme con suo marito. Al di là del lirismo il testo è bellissimo per come si colgono i movimenti dei personaggi, i loro sguardi,  gli aneliti, le lacrime sottintese e no; sembra la scena di un film. Molti termini sono comprensibilissimi,  altri soprattutto per quelli che vivono oltre il Rubicone, lo sono di meno per cui proverò a tradurla in qualche modo; mi perdonerete.

La versione che propongo è quella di Sal da Vinci, ottimo e giovane interprete della musica napoletana.

E’ il canto d’amore di un uomo che ha perso la sua donna  ma le sue parole sono senza astio o recriminazione; le dice invece che l’ama e si preoccupa che quella visita notturna non le arrechi danno in alcun modo.

Comincia così…
Se questa voce  ti sveglia nella notte mentre ti stringi all’uomo che hai vicino… stai pure sveglia se vuoi  stare sveglia ma  non fartene accorgere…
La seconda strofa è di una meraviglia assoluta: Non serve andare alla finestra perché  non puoi sbagliarti, questa voce è la mia; è’ la stessa voce di quando tutti e due ancora timidi ci davamo del “voi”.
La terza è di riposo prima dell’esplosione delle restanti tre: Questa voce vuole cantarti nel cuore il mio tormento antico e il mio amore lontano.
E poi la quarta: Se ti viene voglia di amarmi, se la smania di baci ti corre lungo le vene, se il fuoco ti brucia… bacia il tuo uomo, io non sono nessuno ormai.
E ancora: Se questa voce che piange di notte sveglia il tuo sposo non aver paura, digli che è una serenata senza nome, digli di dormire..
E l’ultima: Digli  che chi canta in questa via è un pazzo o uno che muore di gelosia, uno che  racconta infamità. Canta da solo, ma cosa canta a fare…?

Amore di cent’anni fa; versi secchi, puliti, forti. Bella davvero. Se fossi donna non dimenticherei chi me la dedicasse. Nè lo dimenticò Anna perché, si seppe poi, l’anziano marito morì dopo poco tempo e i due ebbero finalmente modo  di stare insieme.

Ecco il testo integrale.   

 

           Voce ‘e notte

Si ‘sta voce te scéta ‘int”a nuttata,
mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino…
Statte scetata, si vuó’ stá scetata,
ma fa’ vedé ca duorme a suonno chino…

Nun ghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,
pecché nun puó’ sbagliá ‘sta voce è ‘a mia…
E’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,
scurnuse, nce parlávamo cu ‘o “vvuje”.

Si ‘sta voce te canta dint”o core
chello ca nun te cerco e nun te dico;
tutt”o turmiento ‘e nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico…

Si te vène na smania ‘e vulé bene,
na smania ‘e vase córrere p”e vvéne,
nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,
vásate a chillo…che te ‘mporta ‘e me?

Si ‘sta voce, che chiagne ‘int”a nuttata,
te sceta ‘o sposo, nun avé paura…
Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,
dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via
o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!
Starrá chiagnenno quacche ‘nfamitá…
Canta isso sulo…Ma che canta a fá?!…”

 

 

 

Navigazione articolo