ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “febbraio, 2012”

Un sogno


                                              Il sogno  (P. Picasso, 1935)

Non potevo accettare razionale come sono di non ricordare nulla dei miei sogni notturni;  già, è proprio così, mai al risveglio  è  restato qualcosa di quello che avevo sognato, nemmeno un indizio o un frame. Eppure se il sogno è la continuazione della vita vigile, se  rappresenta la schiuma di ciò che si è vissuto come mai  non ne conservo traccia…, forse  quello che mi appare reale non lo è  oppure ciò che faccio o penso durante il giorno non  vale nemmeno di essere sognato?  O i miei sogni non sono a tanto intensi da essere ricordati; se è così vuol dire che la mia vita reale che io dipingo variegata e convulsa non lo è per nulla tanto da tacitarsi l’istante  in cui chiudo gli occhi,  come se nulla  ci fosse da appurare, nulla di cui esaltarsi o rammaricarsi della giornata  appena vissuta.
Ma forse non è questione di intensità e il sogno mi sfugge perché non gli concedo appiglio, non gli dò confidenza e lui precipita in un pozzo profondissimo da cui più non risale.  I miei sogni sono frammenti non più ricomponibili.
Eppure niente più della tranquillità notturna avrebbe il potere di far combaciare i pezzi e dare spazio alle impressioni represse durante il giorno; cosa che accadrà pure  ma io, frastornato   dalle informazioni e le aspettative della mattina  non me ne accorgo. L’ esplosione del sole e della luce   “spengono” la flebile lucina del sogno ricacciandolo nel  subconscio.
Ma  tutto questo non potevo accettarlo; non ricordare i sogni vuol dire darla vinta all’ inespresso, al “jamais vu”; il sogno diverrebbe  una rosa che mai colsi, il rebus che mai mai risolsi. Far venire il mio sogno alla luce, sconfiggere la sua timidezza, farmelo amico; questo  l’obiettivo che dovevo pormi. 
Occorreva uno stratagemma e l’ho trovato. Invece che svegliarmi come al solito alle sette di mattina ho messo la sveglia alle cinque quando il sogno meno se l’aspetta, minori sono le sue difese e minori le mie. Alle cinque di mattina, come quelle “cinco de la tarde” ora della resa dei conti, in modo da sorprenderlo prenderci confidenza e farlo mio. Ebbene ce l’ho fatta, sono entrato nel mezzo della scena e ho sorpreso l’altro me che  “jouait”; ho colto il sogno in flagrante e ne sono rimasto affascinato, rapito. Ricordo tutto: le parole, i gesti, ciò che facevo, le sensazioni che provavo. Ma non le posso raccontare.

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La crisi industriale del 2012

Avevo annunciato il mio nome al citofono quando sentii dietro di me il chiudersi di una portiera; non era il classico rumore secco piuttosto il tonfo ovattato che hanno le portiere delle auto nuove e di prestigio. Ne era scesa una donna.
Mentre salivo le scale sentivo i suoi tacchi sui gradini della rampa sottostante e mi parevano leggeri come tic tac di lancette; non mi voltai a guardarla ma percepii che era vestita di nero. Entrai nell’ufficio con la discussione già in corso, anzi più che una discussione si trattava di una sequela di improperi che S.P. rivolgeva a tre dei suoi operai.
“Credete che io debba dipendere da voi e dalle vostre cazzate? Siete degli incapaci!”
Il più anziano dei tre cercava di giustificare sé gli altri. “ Signor P. l’essiccatoio era senza manutenzione perché non abbiamo i pezzi di ricambio; ha ceduto proprio quando non doveva, abbiamo fatto di tutto per rimetterlo a posto, ma di tempo non ce n’era…” Gli altri due non fiatavano, io mi ero fermato sul bordo della porta.
“ Le cose non vanno bene ma voi ci mettete del vostro…” disse S.P. e continuò: “Sono stanco di rimetterci, basta! Chiudo tutto e vado via. A casa tutti a casa…” In piedi fino a questo momento si lasciò cadere sulla poltrona della scrivania con il viso tirato per lo sforzo.
“ Andate ora.”
I tre mi sfilarono davanti salutandomi con gli occhi, uno di loro lo conoscevo bene, mi aveva invitato al battesimo del figlio e ora la moglie ne aspettava un altro.
“Non ne posso più di questi…” esordì facendomi accomodare.
“Beh… se è vero che c’è crisi altrettanto vero è che in questa azienda di manutenzioni non se ne fanno più… Quei tre non possono continuare a mettere rattoppi quando son finiti pure quelli. Non crede?”
“Mancano i soldi, mancano i soldi, sono finiti i soldi…”
La ragazza entrò in quel momento e lui la salutò con sussiego. “ Ciao Sabrina..!” Lei ricambiò il saluto e salutò anche me con il capo. Era la stessa che avevo incontrato salendo. Gonna nera al ginocchio, calze, maglia girocollo, collana di perle, giacchino corto con collo in pelo, capelli neri lunghi. Raggiunse la scrivania, vi si fermò davanti, puntò le mani sul legno del tavolo, allargò leggermente le gambe e sorrise.
“Ha visto che signore mi vengono a trovare…?” mi disse ricambiandole il sorriso.
“Oh si, davvero notevole …”
Ora lei era seduta in poltrona e accavallava le gambe guardandosi intorno. Aspettava che io andassi via. Lasciai sul tavolo le carte che dovevo lasciare, salutai S.P e andai via. Nel piazzale c’era uno di quelli che avevo incontrato sopra. Mi disse che lì le cose stavano mettendosi male e che era preoccupato per la sua famiglia.
“Ce la faremo…” gli dissi “…ce la faremo, siamo sopravvissuti a una guerra mondiale sopravviveremo anche a questa crisi.
“Lei è sempre ottimista.” mi rispose.
Ma ero già in macchina, lo salutai con la mano e andai via.

Lavorare stanca

La terra va pian piano asciugandosi. La mia di natura argillosa stenta a farlo, come a voler trattenere l’umidità, conservarla fino all’estate. Ma io so, e lo sa anch’essa, che  presto si spaccherà come un melograno con l’acqua di oggi sprofondata chissà dove.
Va asciugandosi dicevo ma ancora conserva quella consistenza plastica che non mi consente di fresarla con la motozappa (resterebbe impantanata), così io che ho bisogno di preparare il terreno per un po’ di piantumazione primaverile devo usare la zappa.
La zappa è l’attrezzo principe di chi ha terra da lavorare. I più esigenti ne hanno di vari tipi e foggie, anzi le accompagnano con  badili,  sarchiatori, o  coltivatori per scavare, rasare l’erba e rivoltare la terra. Io uso solo la zappa e mi piace così. Eccola.

Ne ho preso una di buona fattura e ben forgiata; ha forma trapezoidale, la lama è larga 15 cm e pesa un chilo senza manico. Il peso è importante, più alto è più la lama penetra in profondità, così come è importante l’inclinazione del ferro rispetto al manico; per terreni di collina come questo è utile che siano minori di un angolo retto così da venire meglio incontro al terreno; e così è la mia.
La uso per sarchiare, rivoltare la terra e fare solchi; quello che cambia è il movimento che devo imprimergli: lento e delicato per rasare l’erba, potente per dissodarla e rivoltarla.
Rivoltare la terra è una cosa che mi piace. Mi piace calibrare la forza, dosarla, prendere le misure al terreno, infiggere la lama lì dove avevo pensato. Mi piace vederla affondare, guardare il taglio verticale, tirare a me la porzione di terra divelta.
Emette un tonfo soffice la lama quando tocca la terra, ma inesorabile. Recide legamenti, radici, lombrichi, cristalli di carbonato. Recide le mie certezze, le uccide, le rinnova, le fa nascere a nuova vita.

La terra che viene fuori non è mai la stessa che c’era prima e a ogni colpo cambierà ancora; un nuovo modo di vedere le cose, di stupirsi del mondo e di quello che ti prospetta ogni volta, dei  muscoli che ti dolgono, del lombrico lungo, rosa e umido di pioggia che hai portato alla luce, del suo contorcersi attonito prima di provare a rituffarsi nella terra molle e scomparire alla vista.
Così colpo dopo colpo scavo il mio solco, ne regolo gli argini, ne misuro la linearità. La vita le passioni, il sangue, la morte, sono tutti qui, in questo solco di terra rossa, morbida e soffice che tutto copre e a tutto dà vita; ora alla mia stanchezza e domani alla mia forza. Che terra memorabile… io aspetto lei e lei aspetta me.
Ho finito. Pulisco la lama con un coltello, con la pietra abrasiva gli rifaccio il filo.

Due parole sul Festival di Sanremo 2012

Non era aria quest’anno per il Festival. La testa era altrove; alla crisi, alla mancanza di lavoro, ai soldi che non bastano mai. Sanremo quest’anno era una mosca ronzante di cui molti avrebbero fatto a meno; fosse stato per me l’avrei sospeso.
E’ con questo stato d’animo, che ieri sera mi sono avvicinato allo show e quello che ho visto è andato al di là di ogni previsione. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino lo sketch iniziale di Luca e Paolo con le solite canzoncine rattoppate e le solite frasette su Berlusconi ha dato il la alla serata; volgare, scontato, a tratti avvilente: zero comicità, zero in tutto.
Gianni Morandi è apparso stanco e poco lucido, senza verve e autonomia: una marionetta in balia del gobbo. I minuti passavano e disgustoso mi diventava quel teatro e quel pubblico plaudente, fastidiosa la prima fila di vip e super vip; tutto stonato, fuori posto, tutto esageratamente troppo.
Ma non lo era, il troppo doveva ancora arrivare e sarebbe arrivato con Celentano.
Ora uno si può chiedere come si possa ricamare Sanremo su un ospite al punto da dargli 50 minuti di palcoscenico; si può chiedere quale senso abbia, al Festival della Canzone Italiana, relegare i cantanti a mero contorno del Celentano-pensiero. Chiedetevelo anche voi, non troverete risposta se non cercandola nelle farfugliate menti dei vertici Rai che abbagliate dal miraggio del superospite salva programma hanno dato agio a un confuso Celentano di gettare fango su questo e quell’altro; idiozie peraltro, neanche cose sensate.
Così alcuni “inutili” giornali cattolici dovrebbero chiudere in quanto non parlano a sufficienza di Dio. Così Aldo Grasso, reo di averlo criticato, viene definito “deficiente”. Così la Corte Costituzionale viene derisa  perché non ha dato il consenso al referendum sulla legge elettorale, come se un milione e  duecentomila firme (tutto si vorrebbe fosse concesso al populismo) costituiscano di per sé garanzia di legalità e di osservanza della Costituzione.
Celentano, Gianni Morandi, Pupo; tutti e tre accomunati da un qualunquismo che ha del primordiale, dall’ignoranza estrema, dalla mancata conoscenza delle più elementari regole di una società democratica; un’accozzaglia informe di barbarie sputata su un palco in prima serata. E poi Rocco Papaleo, uomo di teatro, che “..sono stato onorato di aver fatto da maggiordomo a Celentano”. Venite gente, venite, a Sanremo stasera si recita l’involuzione della specie. 
Un fallimento assoluto da cui si è salvata solo la  Belen. Meravigliosa qualunque cosa faccia.

Quello che leggete di me

Il titolo parrebbe l’incipit di una confessione letteraria, la conclusione di una “recherche” di lunga data, il punto e accapo prima di un capoverso del tutto nuovo.
Non è nulla di ciò, è piuttosto un referto puntuale, riportato nella pagina delle statistiche, dei termini più ricercati dai visitatori che accedono al mio blog. L’ho scorso oggi per caso, dapprima con indolenza poi con attenzione.
Ebbene, i termini di ricerca più usati non sono attinenti le descrizioni ambientali, né le riflessioni (a dir la verità un po’ sgangherate) a cui spesso mi abbandono; sono invece tutti o quasi legati all’agricoltura con particolare riferimento a come fare questo o come fare quest’altro.
L’elenco all’inizio mi ha lasciato interdetto (Ma come… nessuno chiede nulla sui miei pensieri, a nessuno interessano, non hanno forse il carattere della generalità?), poi  man mano che lo scorrevo ha suscitato in me un che di tenerezza e di soddisazione. La gente chiede quello che gli serve non quello che noi riteniamo importante o pensiamo serva loro perché quello che scriviamo serve più a noi stessi.
Così il termine di ricerca più usato è “come piantare una vite” o “come piantare un ulivo”; poi domande sull’innesto, sul trapianto dei polloni, sulla potatura. Alcuni hanno digitato finanche “come incendiare le pale di fico d’india”.
Come incendiare le pale di fico d’India, ci pensate? Ci affanniamo a cercare parole e tornirle con gli aggettivi migliori, a semplificare i periodi riducendoli alla lunghezza giusta, a togliere e mettere virgole e cercare rime, mentre quello che ci chiedono è come si incendiano “le pale di fico d’India”.
Tutto ciò è meraviglioso; la solidità della vita comune si scontra con quella effimera de parole e ne esce vincente; le tavole rotonde, i pareri degli esperti, le discussioni di politica, le riflessioni sulla morale,sull’esistenza, sul coraggio, nulla sono in confronto alla resistenza meccanica di un nodo fatto bene o di un albero ben coltivato. L’avvicendarsi delle idee, la loro mutevolezza, il ragionare forbito sono il corollario e non l’essenza del vivere quotidiano, così il procedere raso terra, l’ararla, il fenderla per metterci un seme viene prima di tutto, perché il messaggio politico o quello etico filosofico mancano di umanità, sono cangianti e soggetti alle mode; muovere le mani invece, consentire alle dita di sagomare qualcosa, riuscirci, ha in sé qualcosa di definito e di eterno. Vale per le mani, per le emozioni, per le azioni che si compiono, per i baci, le carezze che si danno o si ricevono; vale per tutto quello che lascia un impronta sulla nostra pelle, foss’anche una ferita.
Quello che ricorderemo di noi sarà: le emozioni che provammo, alcune delle cose scritte e ciò che costruimmo o tentammo di costruire o seminare. Tutto il resto non lascerà traccia alcuna.

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