ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Quello che leggete di me

Il titolo parrebbe l’incipit di una confessione letteraria, la conclusione di una “recherche” di lunga data, il punto e accapo prima di un capoverso del tutto nuovo.
Non è nulla di ciò, è piuttosto un referto puntuale, riportato nella pagina delle statistiche, dei termini più ricercati dai visitatori che accedono al mio blog. L’ho scorso oggi per caso, dapprima con indolenza poi con attenzione.
Ebbene, i termini di ricerca più usati non sono attinenti le descrizioni ambientali, né le riflessioni (a dir la verità un po’ sgangherate) a cui spesso mi abbandono; sono invece tutti o quasi legati all’agricoltura con particolare riferimento a come fare questo o come fare quest’altro.
L’elenco all’inizio mi ha lasciato interdetto (Ma come… nessuno chiede nulla sui miei pensieri, a nessuno interessano, non hanno forse il carattere della generalità?), poi  man mano che lo scorrevo ha suscitato in me un che di tenerezza e di soddisazione. La gente chiede quello che gli serve non quello che noi riteniamo importante o pensiamo serva loro perché quello che scriviamo serve più a noi stessi.
Così il termine di ricerca più usato è “come piantare una vite” o “come piantare un ulivo”; poi domande sull’innesto, sul trapianto dei polloni, sulla potatura. Alcuni hanno digitato finanche “come incendiare le pale di fico d’india”.
Come incendiare le pale di fico d’India, ci pensate? Ci affanniamo a cercare parole e tornirle con gli aggettivi migliori, a semplificare i periodi riducendoli alla lunghezza giusta, a togliere e mettere virgole e cercare rime, mentre quello che ci chiedono è come si incendiano “le pale di fico d’India”.
Tutto ciò è meraviglioso; la solidità della vita comune si scontra con quella effimera de parole e ne esce vincente; le tavole rotonde, i pareri degli esperti, le discussioni di politica, le riflessioni sulla morale,sull’esistenza, sul coraggio, nulla sono in confronto alla resistenza meccanica di un nodo fatto bene o di un albero ben coltivato. L’avvicendarsi delle idee, la loro mutevolezza, il ragionare forbito sono il corollario e non l’essenza del vivere quotidiano, così il procedere raso terra, l’ararla, il fenderla per metterci un seme viene prima di tutto, perché il messaggio politico o quello etico filosofico mancano di umanità, sono cangianti e soggetti alle mode; muovere le mani invece, consentire alle dita di sagomare qualcosa, riuscirci, ha in sé qualcosa di definito e di eterno. Vale per le mani, per le emozioni, per le azioni che si compiono, per i baci, le carezze che si danno o si ricevono; vale per tutto quello che lascia un impronta sulla nostra pelle, foss’anche una ferita.
Quello che ricorderemo di noi sarà: le emozioni che provammo, alcune delle cose scritte e ciò che costruimmo o tentammo di costruire o seminare. Tutto il resto non lascerà traccia alcuna.

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Un pensiero su “Quello che leggete di me

  1. Le parole che portano qui sono quelle che google sceglie quando fa una specie di ricognizione. Se ti dicessi le cose bislacche cercate da gente indirizzata sul mio blog da google! C’è a chi interessano le perversioni della Levi Montalcini! Non so cosa decida che il mio blog dia risposte in tal senso. Non ho mai parlato della Montalcini, e di perversione ne avrò parlato al massimo riguardo il Berlusca. Mah!

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