ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Lavorare stanca

La terra va pian piano asciugandosi. La mia di natura argillosa stenta a farlo, come a voler trattenere l’umidità, conservarla fino all’estate. Ma io so, e lo sa anch’essa, che  presto si spaccherà come un melograno con l’acqua di oggi sprofondata chissà dove.
Va asciugandosi dicevo ma ancora conserva quella consistenza plastica che non mi consente di fresarla con la motozappa (resterebbe impantanata), così io che ho bisogno di preparare il terreno per un po’ di piantumazione primaverile devo usare la zappa.
La zappa è l’attrezzo principe di chi ha terra da lavorare. I più esigenti ne hanno di vari tipi e foggie, anzi le accompagnano con  badili,  sarchiatori, o  coltivatori per scavare, rasare l’erba e rivoltare la terra. Io uso solo la zappa e mi piace così. Eccola.

Ne ho preso una di buona fattura e ben forgiata; ha forma trapezoidale, la lama è larga 15 cm e pesa un chilo senza manico. Il peso è importante, più alto è più la lama penetra in profondità, così come è importante l’inclinazione del ferro rispetto al manico; per terreni di collina come questo è utile che siano minori di un angolo retto così da venire meglio incontro al terreno; e così è la mia.
La uso per sarchiare, rivoltare la terra e fare solchi; quello che cambia è il movimento che devo imprimergli: lento e delicato per rasare l’erba, potente per dissodarla e rivoltarla.
Rivoltare la terra è una cosa che mi piace. Mi piace calibrare la forza, dosarla, prendere le misure al terreno, infiggere la lama lì dove avevo pensato. Mi piace vederla affondare, guardare il taglio verticale, tirare a me la porzione di terra divelta.
Emette un tonfo soffice la lama quando tocca la terra, ma inesorabile. Recide legamenti, radici, lombrichi, cristalli di carbonato. Recide le mie certezze, le uccide, le rinnova, le fa nascere a nuova vita.

La terra che viene fuori non è mai la stessa che c’era prima e a ogni colpo cambierà ancora; un nuovo modo di vedere le cose, di stupirsi del mondo e di quello che ti prospetta ogni volta, dei  muscoli che ti dolgono, del lombrico lungo, rosa e umido di pioggia che hai portato alla luce, del suo contorcersi attonito prima di provare a rituffarsi nella terra molle e scomparire alla vista.
Così colpo dopo colpo scavo il mio solco, ne regolo gli argini, ne misuro la linearità. La vita le passioni, il sangue, la morte, sono tutti qui, in questo solco di terra rossa, morbida e soffice che tutto copre e a tutto dà vita; ora alla mia stanchezza e domani alla mia forza. Che terra memorabile… io aspetto lei e lei aspetta me.
Ho finito. Pulisco la lama con un coltello, con la pietra abrasiva gli rifaccio il filo.

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