ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “marzo, 2012”

Io sto con Mario Monti

Io sto con Mario monti, qualunque legge draconiana promuova io sto con lui. Perché sta facendo il lavoro sporco, quello che in 50 anni nessuno ha voluto fare sprofondando l’Italia nell’ abisso in cui ci troviamo. Io sto con Mario Monti perché questa Repubblica parlamentare ha fallito e con lei la classe politica che l’ha governata.
Io sto con Mario Monti perché in questo Paese delle cose che accadono ci si accorge sempre con sorpresa, così diventa una novità vedere i pazienti ricoverati su una barella nei corridoi dell’Umberto Primo e tutti si scandalizzano come fosse un’aberrazione a loro stessi sconosciuta e non il risultato di un’amministrazione della cosa pubblica fallimentare.
Io sto con Mario Monti perché quando si parlava di ridurre gli stipendi ai politici Marina Sereni deputata del Pd ha detto: “ Va bene li riduciamo se ci date la casa gratis a Roma ”. La casa gratis, come se tutti quelli che vengono a lavorare nella capitale ce l’hanno la casa gratis. Io sto con Mario Monti perché  nel pieno della crisi quando gli italiano cominciavano a suicidarsi Casini, Rutelli, Schifani e Fini passavano le vacanze alle Maldive.  
Io sto con Mario Monti perché ha messo mano in modo serio all’evasione fiscale e prima finiva tutto a tarallucci e vino; così la  Finanza è entrata in maniera sistematica a Corso Italia a Cortina, Via del Corso a Roma e a Via Condotti a Milano la città da bere e ha scoperto che si battono solo il 40% degli scontrini (il sommerso in Italia vale 500 miliardi di euro), che pacchia eh…?
Io sto con Mario Monti perché il numero dei parlamentari doveva essere dimezzato ma ieri Alfano, Bersani e Casini hanno proposto di  ridurlo da 945 a 750. Io sto con Mario Monti perché tutti e tre si sono fatti fotografare davanti al premier come fossero  i vincitori di chissà quale tenzone; tutti tre seduti con Monti dietro in piedi. La foto me ne ha ricordata un’altra, questa.

Dopo  la vittoria sui nazisti Churchill, Roosevelt e Stalin si incontrano a Yalta. Solo che quelli la guerra l’hanno vinta davvero, questi hanno portato la Repubblica al fallimento economico e morale.  E allora io sto con Mario Monti qualunque cosa faccia, anche se qualche sua decisione non mi piace. Anzi vorrei che il suo mandato non finisse nel 2013 ma durasse dieci anni almeno. Senza elezioni? Si, senza elezioni; se questa è la classe politica che ci tocca votare vi prego risparmiateci la pena. E si perché “A volte ritornano” e questi tra una anno torneranno.  Disertiamo le urne allora,  non c’è maniera migliore per  delegittimare una classe politica da circo equestre che si fa beffe dei ciuttadini; gattopardi senza dignità che si fanno fotografare come se  fossero gli artefici della rinascita invece che della catastrofe.
Non andiamo a votare, delegittimiamoli, sprofondiamoli nella melma nella quale hanno già sprofondato gli italiani.
Lo so compagni sono un qualunquista, ma sto con Mario Monti.

Della disciplina

Sono convinto che la disciplina abbia un ruolo fondamentale nella vita di ciascuno di noi. Sono convinto che le cose vadano in qualche modo circoscritte (nel senso di delimitate) di modo che si posa misurarle e calcolarne volume e peso. Non credo, citando Shakespeare che siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, non credo che i sogni appartengano alla vita reale, né che nella vita reale si possa coltivare qualcosa di indefinito o di smisurato. Ecco allora che una buona dose di disciplina può servire a dare un volto alle cose e ad amarle (o detestarle) per la misura che hanno, perché non si può amare ciò che non si conosce o si conosce solo per sommi capi; seguire una certa disciplina consente di seguire una direzione precisa, di vivere consapevolmente le proprie esperienze.
Citando Thomas Mann potremmo definire la disciplina come il movimento del marinaio che si sposta a sinistra quando la barca si inclina a destra e viceversa; non una mera equazione matematica piuttosto un tentativo di trovare un esito alle nostre lotte, un coefficiente di sicurezza in grado di farci uscire incolumi dalle situazioni più disparate. Il mondo non funziona se non gli diamo un ordine, se non lo governiamo; vale anche per la natura. Da qualche parte è nato un movimento che vieta l’intervento umano nelle coltivazioni, vieta fin’anche la semina affidata solo ai capricci del vento. Ebbene un orto del genere non sfamerebbe nessuno perché nulla o quasi vi crescerebbe di commestibile o di qualità accettabile sopraffatto come sarebbe dalle malerbe.
La disciplina serve a questo, a dare un senso alla nostra intelligenza. Serve a tracciare un filare dritto e a distanziare le piante al punto da lasciare a ciascuna lo spazio per crescere; serve a tracciare una rotta in modo da raggiungere l’altra riva di un mare in un determinato punto.
La disciplina può salvaguardarci dai tormenti dovuti alla fine di una storia d’amore, dalla delusione per un’amicizia conclusa ma anche dallo stress del lavoro. Essa non ci fa dimenticare il sentimento, né venir meno le gioie (o le pene) d’amore, semplicemente le incanala in un fiume a noi noto, un canale di cui conosciamo correnti e approdi.
Un esempio? La delusione per un abbandono può essere ben mitigata dalla considerazione: “Tutto cambia nella vita” o anche “L’importante è quello che ancora deve succedere”; considerare insomma l’accaduto come una tappa intermedia di un viaggio, una stazione di posta in cui ci si ferma prima della ripartenza.
Escamotages se volete ma cos’è la disciplina se non un vademecum per tenere a bada gli avvenimenti?
Ma la disciplina non è solo questo, è anche un abito mentale che mi consente di trattare gli altri come tratto me stesso, con la medesima considerazione e rispetto; ci riesco sempre? Ci provo quello si. La disciplina, il senso mai sopito del dovere e della cosa per me “giusta” mi fa addentrare in un sentiero anche se so di trovarlo intricato; è una cosa che deve essere fatta e io la faccio. Anche l’estro tratto con disciplina perchè   l’inventiva  lasciata  in balia della fantasia non costruisce non dà luogo a nulla,  resta una spira di fumo e basta.
Ecco allora che la disciplina perde l’aspetto militaresco con cui spesso la si dipinge e diventa un mettersi alla prova, un cimentarsi in una traversata che, sic e simpliciter, va fatta. E’ un misurarsi e aver rispetto di sé e degli altri. Già, gli altri. Lasciarli parlare, saperli ascoltare, rispondere a una loro domanda, salutare prima di andare via, sbagliare, tornare sui propri passi per rimediare all’errore; cos’altro sono se non esempi di disciplina. Trovate ciò reazionario?

A scuola di pomeriggio

Oggi sono stato a scuola di pomeriggio; in quella di mio figlio che vi aveva dimenticato il quaderno. Ho bussato, chiesto al bidello e sono salito.
La stessa scuola, le stesse scale che salivo 45 anni fa, le stesse finestre vista mare e le navi militari con il fumo nero che usciva dal fumaiolo: “Sulla nave stanno cucinando!”  dicevo ai compagni di classe.
Avevamo tutti, maschi e femmine, un grembiule nero con fiocco azzurro e colletto bianco; pareva la classe del Libro Cuore e forse sono così tutte le classi delle elementari. C’era il ricco al primo banco, anzi i ricchi, io ne avevo due: Ennio e Giuseppe figli di un ingegnere e di un radiologo rispettivamente; c’era quello dell’ultimo banco, che veniva a scuola sempre con gli stessi vestiti, silenzioso e non faceva i compiti; e poi c’erano i figli della classe media con i quaderni incartati con il cellophane, non come i miei con la carta dei pacchi.
Io che avevo un genitore agricoltore ero l’addetto alla luna, la pioggia e le   stagioni. Quando ci fu un cece da piantare non ebbe dubbi la maestra su chi affidare il compito: “Vieni tu” mi disse.
Con la terra del giardino riempii un barattolo, vi infilai il chicco e innaffiai; ma lo spinsi troppo in profondità così il cece non spuntava mai. I giorni passavano e stavo per perdere la qualifica di esperto quando il germoglio spuntò dalla terra; fu un sollievo per me.
E poi le corse sotto il portico.Ero veloce si da piccolo, fendevo l’aria come spinto da una molla, con la testa protesa in avanti ad anticipare il corpo.
Poi la prima amichetta che mi disse no (si chiamava Speranza) e io ci restai malissimo; non pensavo che una bimba potesse dire di no a un bimbo che si voleva fidanzare. E la foto di carnevale fatta sulle scale, con la classe mascherata e io vestito da Zorro. E la gara delle tabelline dove arrivai in finale con Costantino figlio di un emigrato in Argentina rientrato in Italia. Pari fino alla fine, lo battei all’ultimo secondo in un calcolo che non ricordo. Cosa vinsi? Una copia della rivista Selezione del Reader’s Digest che in copertina aveva un articolo sulla Cina e un numero de “Il monello”. Divorai entrambi con rapidità inaudita; cominciava allora quel piacere della parola letta che pochi anni dopo mi avrebbe fatto sfogliare pagina dopo pagina l’intero dizionario di Italiano.
Mi pare di rivedermi, io e gli altri seduti nei banchi. Dove saranno ora? Meteore disperse in chissà quale galassia.
Mi avvicino alla finestra; fuori il golfo brilla di primavera.

Gli ultimi movimenti degli occhi

Un acciacco improvviso, che peraltro i medici prevedono senza conseguenze, ha fatto scaturire in me una riflessione sulla mia fine. E’ un pensiero questo che mi sfiora ogni volta che per una qualche ragione mi ritrovo a fare qualcosa di avventato o mi sento fisicamente in bilico. Allora mi ritrovo a pensare a quello che sarà l’ultimo movimento dei miei occhi, l’ultimo battito di ciglia prima della fine. Pensiero del tutto singolare, non trovate? Anche perché viene più facile pensare alla morte degli altri che alla propria; e si perché noi dalla morte ci riteniamo esenti, come se potessimo piangere solo quella altrui e spostare l'argomento della nostra più in là come in un gioco dell'oca.
Se fosse, vorrei morire serenamente in modo da avere tempo per descriverla o per gustarla come si gusta l’attesa in un appuntamento importante. D'altra parte importante lo è e del tutto futuribile perchè in quei momenti si è davvero proiettati nel futuro; un astronauta nella capsula spaziale pronto al decollo.
Cosa guarderò in quel momento e a cosa penserò? Oh sono certo che saprò difendermi dalle lacrime, le mie, e mi comporterò come il bambino che la notte di Natale va a dormire sapendo che l’indomani avrà qualcosa di nuovo con cui giocare e a cui prestare la propria attenzione.
A cosa penserò? Forse al riassunto della mia vita, magari con Un unico flash back che racchiude gli incontri, i volti delle persone che ho conosciuto; e poi gli accadimenti, i giorni e le notti, gli alberi piantati, i baci dati, quelli ricevuti, le carezze, le risate, qualche lacrima versata, la mia forza, la debolezza, gli errori, le sconfitte, le grida dei bambini, i giochi, i soli, i tramonti. Tutto in un unico battito di ciglia.
Consentitemi un vezzo. Vorrei passare gli ultimi istanti tra le braccia di una donna, ma non nel senso dell’abbraccio; abbandonato tra le sue braccia come nella Pietà di Michelangelo dove quel corpo senza vita diventa parte integrante del vestito della Madonna. Un uomo esanime ma ancora parte integrante di qualcuno, un segno di appartenenza; tra le braccia di una donna, come quando sono nato.
Anelo a una fine consapevole, anelo a un foglio di carta e una penna da tenere in tasca, hai visto mai si possa scrivere nel posto dove andrò. "Quello che non possiamo cambiare dobbiamo almeno descriverlo"; già, ci pensate descrivere l’al di là, non c’è mai riuscito nessuno.
Gli ultimi movimenti degli occhi; un ultimo battito di ciglia, un sorriso strano e poi click, spegnersi e diventare un’idea, nitida all’inizio sbiadita man mano che passa il tempo.
- Ehi ma dov’è Marcovaldo, è un po’ che non si vede … - dirà qualcuno qui su WordPress – avrà cambiato ancora blog?

Marcovaldo allevatore

Marcovaldo si conosce; quando una cosa gli entra nel cervello è difficile che ne esca senza che lui l’abbia considerata e preso una decisione a riguardo. Questo perché non sono tante le cose che riescono a entrargli dentro, piuttosto lo sfiorano e lui le lascia passare, ma questa era diversa e lui l’aveva elaborata a dovere.
Tutto era cominciato in una strada di campagna quando alla ricerca di chissà chi si era imbattuto in una capretta che dall’altra parte del reticolato lo osservava ruminando ma a Marcovaldo pareva che gli parlasse; così lui aveva accostato l’auto e abbassato il finestrino. Chi lo avesse visto in quell’atteggiamento lo avrebbe preso per un tipo un po’ leggero o per un ladro di bestiame, niente di tutto questo Marcovaldo era nello stato di cogitazione che sempre precedeva un decisone. E la decisione fu: voglio allevare una capra.
Nei confronti della cosa che gli entrava in mente Marcovaldo usava intraprendere una manovra di avvicinamento volta a assumere informazioni su di essa; in particolare sulla sua importanza e sul modo migliore per raggiungerla. Fece così, ricordò, anche con la sua prima ragazza che lui, dopo lungo cogitare, abbordò alla stazione (prendevano lo stesso diretto) con la scusa di chiederle una sigaretta; solo che la mise in bocca al contrario e quando l’accese ne incendiò il filtro. La cosa, del tutto non voluta, ebbe comunque il suo effetto visto che la ragazza rise di gusto e forse fu anche per questo che si innamorò.
Ma torniamo alla capra. Tanto per cominciare Marcovaldo ne studiò le caratteristiche su Google: abitudini, alimentazione, pregi e difetti. Poi per saperne di più si iscrisse a un forum di allevatori e qui ebbe le prime sorprese. Scoprì che la capra si arrampica dappertutto e gradisce molto le foglie degli alberi, ulivi compresi; gli fu pertanto consigliato di allestire un recinto elettrificato. Marcovaldo che di un recinto del genere non voleva sentir parlare già immaginava le viti ridotte a arbusti e gli ulivi con la chioma solo in alto come gli ombrelloni. Doveva trovare un’ alternativa valida.
A volte le cose basta cercarle col pensiero per renderle manifeste, così alcuni giorni dopo scavallando una collina si imbattè in un gregge di pecore. Conobbe Peppe il pecoraio a cui chiese informazioni. Lui gli disse che la pecora è più docile della capra e bruca a terra senza mai alzare il muso.
Per cominciare gli consigliò due agnelli, maschio e femmina piccoli e appena svezzati, oppure una pecora adulta che quando sarebbe stato il momento avrebbe potuto farla coprire dal suo montone. Marcovaldo che non aveva ancora informazioni sufficienti gli rispose che ci avrebbe pensato.
Mentre andava via vide nel mezzo del prato una pecora che lo guardava senza il timore delle altre e senza indietreggiare quando lui si avvicinò.
– E questa? – chiese.
– E’ gravida – disse Peppe – ha due agnellini nella pancia e partorirà tra due mesi. Vi faccio un prezzo speciale.

Marcovaldo abbassò i sedili posteriori e la fecero salire. La pecora durante il viaggio non emise un solo belato, piuttosto guardava il panorama circostante che non aveva visto mai. Altre volte volgeva gli occhi verso il guidatore e si soffermava ad osservarlo; Marcovaldo se ne era accorto guardando nello specchietto.

Navigazione articolo