ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “aprile, 2012”

Due mesi di Ex cathedra

Due mesi di Ex cathedra, due mesi di frasette posate su WordPress per un giorno o due e poi avvicendate, ma non scomparse; salvate su word sono rimaste in fila come sulle pagine di un quaderno i pensierini dei bambini; pagine destinate al dimenticatoio, sopravanzata da pensieri più evoluti, meglio costruiti e architettati.
Ma… “Abbiamo dignità anche noi!” hanno protestato oggi ed è vero. Hanno dignità anche loro questi pensieri un pò sui generis, sono parte di me e a trascurarli mi farei torto ché le parole sono belle tutte, anche quelle partorite sulle strisce pedonali, al rosso di un semaforo o leggendo la pagina 26 di un quotidiano. “Se escono da me vuol dire che mi contraddistinguono…” ho pensato e mi sono convinto che in un resoconto che dovesse rappresentarmi non dovrebbero mancare. E cos’è WordPress se non un libro mastro formidabile, cos’è se non la cartina al tornasole della personalità di chi vi scrive?
Così li pubblico questi pensieri brevi; cinguettii stonati, resoconti arcirapidi, piccole avvelenate, spunti balzani. Marcovaldo è anche questo.

Marzo 2012

– Ho tolto l’elenco dei blog linkati. Mi pareva una lista di proscrizione all’incontrario.

– Il fatto che io riesca a fare tante cose mi inorgoglisce alquanto e fa passare in secondo piano la constatazione che nessuna di esse mi viene bene.

– Quando questa crisi sarà finita la classe operaia entrerà tutta in una mano.

– La chiamano “acqua naturizzata”. Acqua potabile fatta passare attraverso improbabili filtri che invece di depurarla” la peggiorano, quando non la inquinano addirittura. Finalmente al ministero se ne sono accorti. La semplice acqua di rubinetto è sempre la migliore.

– I visitatori che raggiungono il mio blog cliccando il termine “la settimana enigmistica” sono in progressivo aumento. La cosa piuttosto che lusingarmi mi rende perplesso poiché l’attribuisco all’aumento della disoccupazione.

– Domani si va a pesca al largo della montagna, sveglia alle 5. Oggi ho provato la barca, tutto bene.

Aprile 2012

– Oggi ho visto il primo serpente della stagione. Che era grosso me ne sono accorto dal tempo che ci ha messo per sparire tra le pietre di un muro a secco. Se ad aprile sono così immagino a luglio come saranno.

– Ministro Fornero lei lo sa, l’amo tanto che la sposerei oggi stesso. Solo le ricordo che mentre lei giocherella con l’art. 18 in fabbrica non c’è rimasto più nessuno.

– Fare il tesoriere non è per nulla facile esposti come si è alle tentazioni. Io stesso da bambino mangiai tutti i pasticcini che avevamo rubato a una pasticceria e che tenevo in custodia.

– A Umberto B. & C.: se per averlo duro avete dovuto usare i soldi dei contribuenti vuol dire che si trattava di una protesi.

– Diabolik ha la mia età. Non siamo granché simili a parte il gusto per il mascheramento; e poi lui ama le bionde io le more.

– Davo ai miei figli 10 € ciascuno per mezza giornata di lavoro in campagna; ora si ritengono assunti e dicono che non posso licenziarli. Mentre vi scrivo picchettano la mia scrivania.

– Tra i visitatori del mio blog aumentano quelli che provengono dalla Finlandia. Più che alle cose che scrivo lo attribuisco al mio indubitabile fascino mediterraneo.

– Sono riuscito finalmente a ricordare un mio sogno. Pescavo su una spiaggia del Pacifico e prendevo un pesce così grosso che mi applaudivano dai balconi dell’albergo; io da sotto li ringraziavo e dicevo che era solo fortuna anche se sapevo che non era vero; poi me lo caricavo sulle spalle e rientravo nella hall.
Sogno tutto da interpretare anche se in prima battuta mi viene da pensare che nei sogni come nella vita io sia un po’ smargiasso.
Ps: Comunque il pesce non era poi così grosso, ne ho presi di più grandi.

– Giornata defatigante alla cui fine le cose fatte sono state più di quelle pensate; spero di non aver dimenticato nessun fuoco acceso e nessun bambino in macchina. A proposito, dove ho messo la macchina?

– All’estero ne capita uno ogni 20 anni, da noi uno va e l’altro viene. Tale assioma mi fa pensare che l’avvicendarsi di personaggi al di fuori della decenza come Berlusconi, Bossi e ora Grillo e il successo elettorale che conseguono sono la prova che l’Italia non è ancora una democrazia evoluta.

– Juan Carlos di Spagna, presidente onorario del WWF è andato in Africa a caccia di elefanti.

– La Fornero andrà a spiegare agli operai dell’Alenia la riforma del lavoro. Qualunque cosa si dica di questa donna non sarà sulla sua mancanza di coraggio, e a me piace sempre di più.

– Oggi per caso ho visto mio figlio baciare l’amichetta; da come la teneva credo la baciasse bene. Per fortuna non sono solo le colpe dei padri a ricadere sui figli… a volte anche il modo di baciare.

– Ogni utente di Facebook fa guadagnare a Zuckeberg 5 dollari. I miei 5 non li avrà.

– Hanno scoperto dov’è il punto G. Si trova tra l’ apparato genitale e quello urinario, è lungo 8 millimetri, largo 3 e forma un angolo di 35° con la parete dell’uretra. Stasera proverò a cercarlo con precisione. Per il cm non c’è
problema userò quello da sarto, il difficile sarà fare entrare il goniometro.

– Una giornata sugli Appennini nel punto in cui si uniscono Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo; pranzo con pancetta e vino rosso e poi la neve, il Tirreno di qua l’Adriatico di là.

S’era assopito un pescatore

Il tempo mi ha reso più duro. Se da un lato sono più trasparente dall’altro più rigoroso, a volte spietato. Ho scritto già su questo argomento segno che non di parentesi si tratta ma di un’evoluzione oramai in corso.
Qualche giorno fa alla richiesta di qualcuno di candidarmi alle prossime elezioni amministrative ho dato una risposta negativa; secca peraltro. La politica partecipata un tempo traguardo oggi mi pare apparenza vistosa e nobile per nulla; la trovo di basso livello, non rispondente alle mie aspettative e incapace di affrontare in maniera lucida alcunché. Lucida; ancora una volta uso un termine che invoca linearità e un agire consapevole. Anche nel linguaggio cerco il rigore, come se le parole avessero un senso solo se rigorose e squadrate da incastrarsi in altre come anelli di una catena alla quale aggrapparsi e alla bisogna scalare.
Non sono più aperto alle mediazioni e le domande oramai le faccio più a me stesso che agli altri, come se le cose che so le ritenessi bastevoli e un confronto nella gran parte dei casi riuscirebbe si a spronarmi ma non ad arricchirmi in maniera soddisfacente. Cos’altro è questo se non il segno di una tentazione a non concedersi o di una riduzione all’essenziale che taluni, forse non sbagliando, annotano come un’ avarizia di sentimenti?
Sarà; eppure io credo che se abbiamo una libertà è quella di non dover rispondere a qualsiasi domanda e di sceglierci l’interlocutore che più ci piace. Possiamo anche scegliere se consegnarci mani legate alle nostre idee o provare guardarle da fuori magari in maniera critica.
Rigore auto costruttivo lo chiamo io; consiste nel conservare la propria autonomia di giudizio, la propria libertà, senza diventare parte integrante di un partito o di un moto d’opinione. Rifuggere dai miti assembleari, dagli status quo e dalle parole d’ordine “a la page”; questo è quello che sento di volere adesso; a costo di vedermi dipingere (l’ho sentito davvero) come il “ pescatore di De Andrè, immobile e un po’ narcisista”.
E’ che gli slogan hanno sempre la loro funzione taumaturgica e popolare così di chi non li scandisce ci viene di non fidarci. Mi vengono in mente ora le parole di quegli studenti che nel ’68 a Pasolini che li criticava risposero che se voleva discutere con loro doveva raggiungerli sulle barricate.
Amici il tempo mi ha reso più duro e la realtà la vedo scontrosa e difficile, in più non raggiungo nessuno che non mi va di raggiungere, stesse sulle barricate o su un materasso ad acqua.
Le cose che ho da fare sono le più semplici che quelle complicate nemmeno mi riescono più; nulla di che intendiamoci. So piantare alberi, farli crescere, raccogliere frutti e in generale costruire su macerie. E poi, ma già lo avete detto voi, so pescare.

Sul tuo seno

Ho una particolare predilezione per il seno femminile. La cosa va al di là del puro ambito sessuale che pure entra in gioco in maniera cospicua, di fatto che è la parte del corpo femminile che più mi attrae. Ora sull’argomento si sono scritti interi trattati che questo poche e malfatte righe non contribuiranno a rendere più completi, ma sapete com’è, se non si parla delle cose che ci vengono in mente di cosa si deve parlare…
Il colpo di fulmine avvenne la volta che lo vidi dal vero. Non che prima non lo amassi che sui giornaletti ve n’erano a iosa ma erano in qualche modo lontani e il guardarli se pure provocava eccitamento era di quel tipo effimero e banale come sono le cose che non ci appartengono e che non possiamo fare nostre. Avevo18 anni e il seno che avevo davanti un’età uguale. Era grande e ben tornito con i capezzoli ritti e assoluti come missili su una piattaforma di lancio. Ora lo vedevo bene, era diverso da quelli immaginati; respirava e i pori della pelle mi parevano tanti fiori lì lì per sbocciare per me.
Dopo quello ne vidi altri ma se la prima volta fu un’emozione da restare a bocca aperta (così restai davvero) le altre non fu da meno, solo più consapevole. Mi rendevo man mano conto della bellezza oggettiva di quella parte di corpo di donna, che non fioriva solo per me ma per il fatto stesso di esistere. Tante le volte che sono rimasto a guardarlo come si guarda una carta da decifrare o il sentiero di una mappa che prima di essere percorso va studiato e interpretato. Così prima di toccarlo ne ammiravo (ammirare è il termine esatto) il turgore liscio, l’incavo e l’areola ruvida e scura. Mi piace guardarlo standoci davanti, come al cospetto di chissà che, di sopra e soprattutto da sotto sdraiato sulle gambe di lei. In questa posizione lo vedo come un tetto o una coperta; una montagna morbida che sta per franarmi addosso o che misuro con gli occhi prima di scalare. E anche il suo movimento mi affascina come la sua mutevolezza di fronte agli eventi; quell’adagiarsi molle, quel volume che cerca riposo; io in un seno ci vedo la vita stessa di una donna che cerca requie. Così il contatto con la mia mano diventa la fine di un percorso di conoscenza o l’inizio non so; e allora mi piace rendergli omaggio magari accennando un inchino come fanno i gentiluomini o come fosse un santuario dove si va non per chiedere ma per attingere. E allora le dita diventano propaggini tattili atte a trasmettere informazioni ai sensi, che il cervello non ha più nulla da dare o da dire, gli spazi che percorrono sono camminamenti di frontiera e ogni centimetro è una conquista; l’incavo un ruscello di cui mi piace percorrere il greto; i capezzoli un frutto sul ramo. Ultimi gli occhi. Si chiudono sul tuo viso, sui tuoi capelli e sul tuo capo reclinato all’indietro.

Una spiaggia

Così vanno le cose. Chiamano squadre di giardinieri per allestire un giardino di 5000 mq e solo dopo si accorgono che l’acqua per irrigarlo è salmastra; se ne accorgono quando i fiori mettono la testa in giù e le foglie si accasciano. Ma d’altra parte se tutte le cose andassero bene nessuno mi chiamerebbe e invece:
“ Dottore abbiamo un problema…” mi dice l’architetto  “…le piante stanno seccando una dopo l’altra, dev’essere colpa dell’acqua, dobbiamo trovare una soluzione, a fine mese inauguriamo.”
Inaugurano il nuovo parco di un albergo sul mare. Il parco è stato letteralmente strappato alla collina bonificando la selva e ricavando un pendio sul quale hanno impiantato il giardino.
Le prime analisi dell’acqua fatte sul posto confermano le ipotesi iniziali: la salinità è altissima così come i cloruri; poco o nulla che non sia vegetazione palustre cresce con quest’acqua. Il resto delle analisi le lascerò al laboratorio; chiedo all’idraulico notizie sulla portata di picco e sul sistema di irrigazione, dati che mi serviranno per dimensionare l’impianto di trattamento dell’acqua.
Qui non c’ero mai venuto anche se la spiaggia l’avevo vista dal mare, una baia di sabbia dorata e luccicante già ora come a voler attrarre i turisti.
Al direttore che mi accompagna chiedo se posso visitare la spiaggia. “Ma certo!” risponde, così scendo sulla sabbia.
Non so perché ho sempre questa voglia di fotografare e di mostrare le cose, più agli altri che io le vedo di persona. E’ come se volessi condividere le immagini, farle conoscere a chi non le vede, suscitare pensieri e emozioni, magari le stesse che provo io mentre mi guardo attorno o scatto foto. E’ un “virus” che ho da sempre e dal quale l’età non mi ha fatto guarire.

Ed eccola la sabbia, dorata e vergine. Le sole impronte sono le mie e quelle di una coppia che poco più avanti prende il sole su un lettino. Chissà perché immagino così la spiaggia in cui sbarcò Ulisse quando tornò a Itaca.

La sabbia scompare tra la vegetazione. Una faccia della moneta e il suo contrario; la luce piena e il buio fresco dell’ombra. Il confine tra la quiete rassicurante del tangibile e il groviglio affascinante dell’ ignoto.

 

All’interno nessun limite è netto né è possibile tracciare alcuna linea che abbia un senso definito; pure il concetto di orizzonte che tanto fa cantare i poeti varcato questo limite non ha più senso e appare disintegrato. Alberi, intrico di rami che divergono e poi convergono in una specie di dialogo assiduo, e cespugli e foglie e pendii scoscesi.

 

E dove il pendio non tiene ecco affiorare le radici, l’anima di ogni albero, quella che non si vede mai ma quando accade ci noti un che di possente per certi versi di pauroso, come possono esserlo i tentacoli di una piovra.

 

Una piovra che qui fende il terreno, lo percorre in profondità, lo viola ma alla fine lo tiene assieme così come tiene questo masso che pare galleggiare sulla mia testa.

 

E’ tempo di uscire, di infrangere la scena ombrosa di questo retropalco e tornare sulla spiaggia, alla luce che abbacina. Un tronco sulla sabbia. Io ci vedo i resti di una chiglia, una nave,  la nave di Ulisse con il suo equipaggio disperso, polverizzato; annichilito da quel canto di Sirene che mai uomo sentì dopo di loro.

E ora di andare; lascio la spiaggia, passo sotto un pergolato di glicini e vado via.

Communication

All’improvviso si è spento e non si è acceso più. L’ultimo segnale di vita  lo ha dato con un sms in cui mi si ricordava un appuntamento per l’indomani, poi silenzio. Il passaggio al centro assistenza ha visto il ricovero dell’apparecchio e la prognosi di 30 gg per la sua riparazione. Vorremmo angustiarci per un gingillo elettronico che sta in una mano e come lui ce n’è un’infinità? Certo che no e infatti non mi sono angustiato affatto anche perché mio figlio con uno spirito di abnegazione che gli fa onore mi ha proposto:
“Papà ti do il mio e io userò quello vecchio; me lo restituirai quando aggiusteranno il tuo.”
” Grazie.Vanno bene 30 euro  per il disturbo?”
“ Si, vanno bene…!”

La prima sorpresa è stato il suo aspetto. Decine di applicazioni stile oroscopo, temperature, meteo, pronostici, giochi; una marea di icone a riempire la pagina. Geroglifici con poco o nessun senso e soprattutto di nessuna utilità pratica  per un uomo della giungla come me. E poi quel touch screen. Le mie ditone use ai tasti mal si conciliavano con lo sfiorare di farfalla che richiedeva lo schermo per cui telefonate interrotte all’improvviso, sms mal scritti e con scarsa punteggiatura, chiamate partite inavvertitamente verso destinatari che non sentivo da anni. Insomma una debacle. E poi la rubrica: solo ora mi accorgevo  che i numeri li avevo salvati quasi tutti nella memoria del telefono invece che nella carta Sim. E quel telefono adesso non lo avevo più.
Un telefono senza rubrica è una città vuota – riflettevo – un alveare senza api. Uno come me che non segnava più nulla su carta era ora ridotto all’impotenza comunicativa verbale dalla defaillance di un software.  
La rubrica telefonica è un centro di aggregazione permanente con ognuno di noi membro unitario di una forza motrice collettiva di cui solo ora percepivo la presunta utilità. La vita mi sembrava meno effervescente senza la borraccia illusoria della rubrica, come se avere a disposizione tanti numeri da chiamare potesse farmi sentire più importante di quanto io sia in realtà, come  se decidere di raggiungere a mio piacimento questo piuttosto che quell’altro appagasse in maniera compiuta la mia esistenza e non fosse invece un placebo zuccheroso di poca importanza. La rubrica telefonica come scaffale ricolmo di libri di cui si è letto solo il titolo sul dorso, come una zattera fatta coi tronchi di software sulla quale ciascuno può saltare e poi abbandonare a suo piacimento: “Sai ho chiamato per dirti che …” “A proposito di quel preventivo …” “ Stasera gioco a pallone …”  Che turno fai…”“Solo per un saluto, come stai …”
“Come stai”. Un tentativo di comunicazione partecipativa destinato a  naufragare subito dopo aver attaccato. “Come stai? Che vuoi che dica che va bene; dir che ho tutto e non ho niente non conviene…” cantava Gilda Giuliani. Eppure tutto ciò deve avere un senso,   e il senso è che la voce o  anche un semplice sms sono una prova dellanostra esistenza in vita. Ma è la risposta a farci sentire davvero vivi; è la risposta  a testimoniare che  dall’altra parte di questo filo virtuale il capo è ancora annodato e non in balia dei venti cosmici. Se qualcuno ci risponde è perché riusciamo a inviargli segnali comprensibili, finiti e convincenti.
Vale anche per i blog se ci pensate. Per cos’altro si scrive d’altra parte se non per sentirsi vivi? Anche lo scrivere come il comunicare verbale  è una zattera atta a tenerci  a galla, o almeno ci illudiamo lo faccia. Una zattera per alcuni, una cura antidolorifica per altri.
E se, come il telefonino, da domani sparisse il mio blog e per qualche accidente del cyberspazio sparissero anche gli altri blog? Sarebbe la fine di una comunicazione (strana anche questa) in cui ci si fregia di conoscere l’altro per il solo fatto di averlo linkato. Fateci caso, guardiamo il nostro blog roll sempre con un certo affetto come se la presenza di una lista di amici in qualche modo ci facesse compagnia o testimoniasse la buona riuscita del nostro ruolo di intrattenitori mediatici. Eppure si tratta di persone che in massima parte non conosciamo e forse mai conosceremo ma ci basta e non  chiediamo loro niente di più oltre a leggerci o commentarci di tanto in tanto. Chi condivide le nostre parole lo immaginiamo facente parte della nostra tribù, del nostro equipaggio, della nostra zattera; ci basta si.

Come sempre quando seguo un filo non lo tengo mai tanto stretto così divago e non so dove finisco. Ah già, eravamo rimasti al telefonino touch screen e alla rubrica scomparsa.
Ieri  ho riavuto il mio telefonino, quello con i tasti, internet, le foto  e poco altro ancora. La rubrica no, quella ora è quasi vuota, un deserto dei tartari  con il mio cellulare fare da avamposto. Sono tornato l’uomo della giungla che sono sempre stato e che in fondo ho sempre amato essere; quello che costruisce le capanne. Sono abituato alle ripartenze e riempire gli spazi vuoti mi affascina e poi le tabulae rasae sono belle perché sopra ci si può solo costruire. Tanto per cominciare accenderò un fuoco e manderò segnali di fumo.

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