ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

S’era assopito un pescatore

Il tempo mi ha reso più duro. Se da un lato sono più trasparente dall’altro più rigoroso, a volte spietato. Ho scritto già su questo argomento segno che non di parentesi si tratta ma di un’evoluzione oramai in corso.
Qualche giorno fa alla richiesta di qualcuno di candidarmi alle prossime elezioni amministrative ho dato una risposta negativa; secca peraltro. La politica partecipata un tempo traguardo oggi mi pare apparenza vistosa e nobile per nulla; la trovo di basso livello, non rispondente alle mie aspettative e incapace di affrontare in maniera lucida alcunché. Lucida; ancora una volta uso un termine che invoca linearità e un agire consapevole. Anche nel linguaggio cerco il rigore, come se le parole avessero un senso solo se rigorose e squadrate da incastrarsi in altre come anelli di una catena alla quale aggrapparsi e alla bisogna scalare.
Non sono più aperto alle mediazioni e le domande oramai le faccio più a me stesso che agli altri, come se le cose che so le ritenessi bastevoli e un confronto nella gran parte dei casi riuscirebbe si a spronarmi ma non ad arricchirmi in maniera soddisfacente. Cos’altro è questo se non il segno di una tentazione a non concedersi o di una riduzione all’essenziale che taluni, forse non sbagliando, annotano come un’ avarizia di sentimenti?
Sarà; eppure io credo che se abbiamo una libertà è quella di non dover rispondere a qualsiasi domanda e di sceglierci l’interlocutore che più ci piace. Possiamo anche scegliere se consegnarci mani legate alle nostre idee o provare guardarle da fuori magari in maniera critica.
Rigore auto costruttivo lo chiamo io; consiste nel conservare la propria autonomia di giudizio, la propria libertà, senza diventare parte integrante di un partito o di un moto d’opinione. Rifuggere dai miti assembleari, dagli status quo e dalle parole d’ordine “a la page”; questo è quello che sento di volere adesso; a costo di vedermi dipingere (l’ho sentito davvero) come il “ pescatore di De Andrè, immobile e un po’ narcisista”.
E’ che gli slogan hanno sempre la loro funzione taumaturgica e popolare così di chi non li scandisce ci viene di non fidarci. Mi vengono in mente ora le parole di quegli studenti che nel ’68 a Pasolini che li criticava risposero che se voleva discutere con loro doveva raggiungerli sulle barricate.
Amici il tempo mi ha reso più duro e la realtà la vedo scontrosa e difficile, in più non raggiungo nessuno che non mi va di raggiungere, stesse sulle barricate o su un materasso ad acqua.
Le cose che ho da fare sono le più semplici che quelle complicate nemmeno mi riescono più; nulla di che intendiamoci. So piantare alberi, farli crescere, raccogliere frutti e in generale costruire su macerie. E poi, ma già lo avete detto voi, so pescare.

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6 pensieri su “S’era assopito un pescatore

  1. “…Di solito ho da far cose più serie: costruire su macerie e mantenermi vivo”
    Abbraccio

  2. Non è affatto poco saper costruire su macerie. A parte le altre cose che citi.

  3. Don(n)a in ha detto:

    non raggiungi chi non ti va di raggiungere, ovunque sia questo qualcuno e mi pare giusto. Non si deve scendere a compromessi quando qualcosa non la vogliamo fare. Buona Liberazione(anche se oramai è il 26)

  4. Marcovaldo a furia di razionalizzare tutto,ti perdi il gusto della vita che è anche immergersi nelle cose da protagonista.
    Certo alle volte ci si scotta,si può soffrire ma vuoi mettere la bellezza di partecipare senza porsi paletti?
    Nel corso della mia esistenza mi sono più volta rimproverata per aver agito d’istinto alle volte però penso lo farei altre mille volte,la vita è anche scottarsi,provare,sperimentare….
    Più ti leggo e più mi ricordi il George Gray di Lee Master più che il pescatore di De Andre’ di cui do un’altra interpretazione,più vissuta nel senso di non voler parlare e comunque prendere una decisione….

    Molte volte ho studiato la lapide che mi hanno scolpito:
    una barca con vele ammainate, in un porto.

    In realtà non è questa la mia destinazione, ma la mia vita.

    Poiché l’amore mi si offrì ed io mi ritrassi dal suo inganno;
    il dolore bussò alla mia porta
    ed io ebbi paura;
    l’ambizione mi chiamò,
    ma io temetti gli imprevisti.

    Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

    E adesso so che bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino,
    dovunque spingano la barca.

    Dare un senso alla vita può condurre a follia,
    ma una vita senza senso è tortura
    dell’inquietudine e del vano desidero;
    è una barca che anela al mare eppure lo teme.

    George Gray
    “Antologia di Spoon River”
    Edgar Lee Masters
    Senza offesa neh?

  5. Il fatto è che se George Gray intendeva il navigare come
    “alzare le vele e prendere i venti del destino,
    dovunque spingano la barca” non aveva capito nulla del navigare; hanno fatto bene a scolpirgli sulla lapide le vele ammainate.
    A cosa vuoi che io partecipi loulamae… dove vuoi che io mi scotti e in quale mare ti sei immersa che io ancora non conosco. Ma prima di tutto dimmi… tu sai nuotare?

  6. Marcovaldo io ho partecipato attivamente in mari politici,tempi addietro, I remember,penso che sia un’esperienza che comunque finisca si debba fare…come tutto in fondo…prima che arrivino i Maya comunque e la profezia…
    Bhe io non so nuotare mi butto nell’acqua lo stesso però…chissà cosa succede?
    Stare sulla riva come uno stoccafisso mi deprimerebbe,i casi sono due o affogo o nuoto…..
    E poi mi faranno un monumento….:DDDD

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