ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “giugno, 2012”

Appunti sulla melanconia

P.Sciancalepore, Melanconia (2009)

E’ una nebbia tenue che quando cala pare lo faccia più per proteggerci che per precluderci la visuale; parlo della melanconia, quel particolare modo di sentire che ci fa viaggiare dentro una una bolla che non scende e non sale, ma pure si muove, in orizzontale a catturare frammenti e fotogrammi della nostra vita.
La melanconia. Potremo definirla cento volte e non basterebbe a squadrarla da ogni lato; potremmo con più esattezza definire la paura, la gioia, l’allegria, ma la melanconia no; la definisci in un modo e ti sfugge e ne cerchi un altro, poi un altro e poi un altro ancora, vanbamente. Non è depressione, né malinconia, né tristezza; non è tormento e nemmeno negatività; non è nostalgia e nemmeno pessimismo, non è solitudine né dolore. E’ piuttosto la percezione di un divenire, la percezione lacerante che la felicità dura un attimo e inseguirla è inutile, per certi versi velleitario. Citando Vinicius De Moraes:
“La felicità è come la goccia
di rugiada sul petalo di un fiore:
brilla tranquilla,
poi oscilla un poco
e cade come una lacrima d’amore.”

Vinicius De Moraes, Brasile, saudade; forse il sinonimo di melanconia è proprio saudade, parola dalla traduzione impossibile. Pronunciatela; ha lo stesso sapore di allegrezza amara, di tristezza giocosa, di dolcezza velata, di onda molle che pure appartiene a un mare. Onda cangiante quindi e sempre diversa come è sempre diverso il mare perché la melanconia non è mai statica né costituisce uno status quo. E’ piuttosto un humus formidabile in cui tutto può crescere. Io la vedo come un vivaio formidabile, una fonte di sensazioni che mi sorreggono, un tappeto volante, una zattera.
Già, una zattera. Quando la melanconia mi prende me ne lascio cullare come su una zattera alla deriva senza rotta apparente; in realtà è un cammino definito, un percorso di conoscenza, un saluto riproposto ai personaggi, oggetti e situazioni che hanno affollato la mia vita. Forse davvero la melanconia è una rivisitazione dolce del proprio io, uno sguardo tenero sulle pagine della propria esistenza; tenero ma mai arrendevole o dolciastro; io per me la vedo come una borraccia da cui dissetarmi prima di continuare il cammino; una presa di coscienza dolce e forte; un riposo all’ombra di una quercia prima di rimettermi il cappello e riprendere il viaggio. Così quando la melanconia “me scoppia ‘mpietto”, quando lo struggimento mi prende e pare non voglia darmi pace io ci cammino assieme e facciamo bei tratti in comune prima che io la lasci dopo una curva, un incrocio o dietro l’angolo di un palazzo. La melanconia, averla vicina è meglio che camminare da soli e poi mi è utile; come una borraccia d’acqua.

Una chioccia

E’una gallinella di quelle “americanine” , di piccola taglia, bianca e poco più grande di un piccione, l’unica che ho di quella specie. Un pomeriggio l’avevo vista strana, solitaria e poco interessata al consueto razzolare. Il giorno dopo non la vidi per nulla e mi preoccupai, la cercai senza successo e ritenni fosse rimasta vittima di un falco, invece era nel pollaio accoccolata sulla paglia nella cassetta dove le galline deponevano le uova. Stava covando.
Il giorno successivo raccolsi quattro uova grandi fecondate dal gallo e le aggiunsi alle due che già aveva sotto, con una rete le ricavai uno spazio indipendente, provvidi a riempire la mangiatoia di mangime e l’abbeveratoio di acqua e la lasciai sola.

Una gallina che cova è qualcosa di più del fumetto con cui spesso la si dipinge, è la sintesi perfetta della bellezza oggettiva della vita, della necessità che venga vissuta e di come diversi siano gli spiriti di sacrificio dei maschi rispetto alle femmine. 21 giorni è rimasta sulla paglia di quella cassetta a mezz’altezza scendendo solo pochi secondi per bere e mangiare. 21 giorni di immobilità, solo il suo collo si muoveva e i suoi occhi quando nei tardi pomeriggi mi avvicinavo a vedere come stava; mi controllava che un po’ si fidava e un po’ no.
Cosa c’è di più bello di questa fatica, di questa inazione forzata, di questo sacrificio volto solo alla prosecuzione della specie. Ah le femmine che forza, e che coraggio in questo mettersi a disposizione di un qualcosa che verrà. Mettere a disposizione il proprio corpo, il proprio tempo, la propria vita; noi maschi col nostro pisello, mero istantaneo utensile riproduttivo di cui tanto ci vantiamo, non valiamo granché al confronto.

21 giorni di visite, pensieri come questi, rifornimenti di viveri e “cro-cro…” di risposta. Poi al ventiduesimo i primi due pulcini fanno capolino dal folto delle piume.

Poche ore e altri quattro rompono le uova. Elimino i frammenti dei gusci e preparo un alloggio nuovo per la famigliola; una scatola di cartone che arrederò con paglia, mangime e una scatola di tonno a fare da abbeveratoio. I pulcini intanto corrono, si nascondono, tornano alla luce; i loro pigolii danno voce alla campagna.

Qualche giorno nel “nido” e poi liberi. Eccoli all’aperto in cerca di cibo. La chioccia indica loro cosa mangiare, porge insetti, fili d’erba e semi. Li chiama e loro corrono, se si allontanano li richiama: “Cococococo…!”.
Mi avvicino e mi riconosce: “cro-cro…”.
“Non avvicinarti troppo…” mi dice e io mi fermo. Il cane si fa coraggio, accorre e annusa i piccoli; lei sconquassa il circondario con un “Croooo!” adirato, gonfia il petto, inarca le ali, vuole sembrare un’aquila, gli si precipita contro, il cane scompare.

E’ una gallinella di piccola taglia, bianca, poco più grande di un piccione; ora sotto l’ombra fresca di un ulivo razzola con i suoi pulcini.

Le tracce che lasciamo

Quali tracce lasciano i nostri graffiti virtuali, quali un verso ben fatto o un racconto breve. E soprattutto, tutto ciò ha un senso? Ha un senso questo scrivere sulla sabbia?
Mi piace girovagare per i blog sceglierne uno e tuffarmici dentro; quando accade mi sento un Indiana Jones all’ingresso di un tempio che se maledetto o no lo saprà solo alla fine. Avanzo alla ricerca di tracce di vita, tentativi di volo, voci, spessori; facili da trovare se si cerca bene perché chi scrive su un blog non lo fa per essere dimenticato piuttosto per essere trovato; chi scrive è un disperso che accende fuochi per essere visto.
Così mi piace farmi largo nell’intrico dei post, seguirli nei loro sviluppi, scendere in profondità; e non sempre son rose e fiori perché un blog puoi mascherarlo quanto vuoi ma rivela sempre se stesso e te che ci scrivi. Di più; a volte leggerlo è un camminare lungo i bordi di un orrido profondissimo perché tutti i blog hanno un orrido, nerissimo alcuni, più dolce e praticabile altri, così che ogni post diventa uno scendere e un risalirci con la torcia in mano, un fuoco acceso, un modo di dire “sono qui e sono vivo”.
Ma cosa resta alla fine di un blog? Nulla, come di un fuoco. L’ho capito dopo l’esperienza splinderiana quando duecento e passa post sono spariti nel nulla. Mi mancano? No. Erano respiri, alcuni profondissimi ma respiri, come quelli di oggi, come questo. Eppure ogni volta che ne scrivo uno è una scommessa, una sfida a cercare la parola giusta, quella più pulita e netta, a incasellarla come si deve; ogni volta è uno scavare terra e pietre e davvero mi pare di sudare.
I post se hanno una vita è solo nel momento in cui vengono scritti, quando autore e testo dialogano tra loro, le righe prendono lo stesso caffè che prende lui e sentono la stessa musica. Dopo, una volta scritti divengono già storia, archivi virtuali di righe non più mobili.
Che i post già scritti non siano allora che fiori recisi messi in un vaso? Può essere; non hanno più vita e solo l’acqua li mantiene freschi. Dunque è vero: scriviamo per sentirci vivi e non importa dove lo facciamo se su carta, pietra o sabbia, l’importante è scrivere, l’importante è respirare.
Nel purgatorio dove andrò (non oso pensare di andare più in alto ma spero di non andare più in basso) vorrei tenere anche lì un blog; caso mai per descrivere l’angelo del mio girone o cosa si pesca nel grande mare che dicono lo circondi; checché ritengo difficile mi facciano portare la barca.

Un tavolo

E’ un periodo in cui sono attratto dai tavoli. I tavoli, quelli su cui si mangia, si appoggiano le carte o la penna quando si scrive; quando li vedo mi fermo a guardarli come se ci fosse qualcosa da decifrare. Non tutti i tavoli, solo quelli vuoti e accompagnati da sedie. Come questo.

Ma cosa ci può essere in un tavolo che meriti un’attenzione maggiore di quella riservata al suo utilizzo?
Credo innanzitutto la sua forma; un tavolo lo costruiscono anche i bambini che basta una sega un martello e dei chiodi (chi di voi non ne ha mai costruito uno); e poi la sua superficie piana, un substrato che tutto può contenere e su cui tutto può succedere e se non succede succederà (sono perplesso si ma pur sempre ottimista). E poi un tavolo è modulabile, può essere trasformato in una casa per il gioco dei bimbi, un tappeto volante, una zattera, un banchetto dell’ambulante.
Ma non è solo la sua forma ad attrarmi, un tavolo porta con sé qualcosa di inespresso, di mai detto che se potesse raccontarlo catturerebbe l’ attenzione di qualsiasi pubblico.
Questo tavolo di alluminio, sei sedie, ha catturato la mia.
Vuoto e con le sedie spostate come un attrezzo di scena recitata da poco e a cui non abbiamo assistito. Quali le parole dette in sua presenza, quali i misteri svelati o i conti saldati? Quale archivio formidabile vi è contenuto? Quanti i fatti sentiti, quante le persone viste e quanti gli episodi che vi sono sedimentati, strato dopo strato a formare quel campionario formidabile che sono le esistenze umane.
Io mi ci immagino una famiglia a fare colazione. “Non ti macchiare con la marmellata!” “ Mi passi lo zucchero?” “Non con le mani, usa il tovagliolo!” Tintinnii di cucchiaini, tazze alla bocca, intenzioni e buoni propositi per la giornata che comincia. E poi via: “Andiamo, metti il golf che tira vento”.
O una riunione di lavoro con la penna che rigira tra le dita e il foglio di carta con i numeri scritti sopra. “Campioneremo sul ricircolo e poi nelle camere, quattro prelievi sugli ultimi piani. I risultati li avrà tra quindici giorni, magari torno qui a mostrarglieli.” “Si mi farebbe piacere”! . Rumore di sedie, ci si alza.
O due innamorati che si salutano; due caffè, le mani intrecciate, le braccia distese sul tavolo che memorizza la loro pelle e il loro silenzio.
Non c’è nulla di noioso in un tavolo vuoto, né di malinconico, piuttosto è sede delle migliori aspettative. Anzi credo di poter dire che finché c’è un tavolo c’è speranza; perché lo puoi riempire, aspettarci qualcuno, guardarlo negli occhi, costruire qualcosa di nuovo. Non dirà a nessuno quello che avrai detto perché lui e le sue sedie sono custodi formidabili di miserie umane, gioie e parole. Se ti avvicini puoi sentirne gli echi.

Fotografie

Nutro  una curiosità senza pari per le immagini e non da oggi.  Avevo da poco imparato a leggere e tra le mani una macchina fotografica; oddio chiamarla così è un po’ troppo perché era uno di quei giocattoli che premevi il pulsante e nell’obiettivo compariva di volta in volta il Vesuvio, Piazza San Marco  e la Torre di Pisa.
Eppure colori e guglie già allora avevano un’importanza fondamentale, costituivano i prodromi di quell’assioma in cui  ancora oggi credo: ciò che non sappiamo o non vediamo non è mai successo. Ma a parte questo era bello camminare con il Vesuvio in tasca che con un click potevi vederne la cima nel cielo azzurro; mi pareva di monitorarlo e state tranquilli vi avrei avvisati tutti se avesse cominciato a fumare: “Correte, l’eruzione!”
La prima vera macchina fu una  Kodak di poche lire, avevo nove anni.
Facevo foto a qualsiasi cosa si muovesse nella convinzione che tutto meritasse di essere immortalato anche il volo dei calabroni. A 16 anni ebbi la prima reflex, un Olympus Om1 completamente meccanica. Fotografavo i tronchi  secolari; mi piaceva il loro inviluppo, la forza contorta e mai ostentata dei loro rami.
Mi innamorai del bianco e nero e fu un amore corrisposto. Scevre dal peso delle altre tonalità le cose mi apparivano pulite e chiare; se c’era una maschera scompariva e i tanti veli colorati che spesso  coprono gli oggetti a fotografarli in b/n vanno via e il mondo ti appare nudo, rivelato.
Mi attraevano le piazze, ne ho fotografate tante; mi attraeva la loro ospitalità, quel loro modo di non far sentire nessuno solo. D’altra parte dove stai meglio che in una piazza? Quelle di Roma ce le ho quasi tutte, sorprese al sole o violate nella loro intimità di notte.
Ora ho una buona reflex digitale ma ingombra e le occasioni per fotografare mi appaiono all’improvviso; così uso il telefonino e i suoi poveri ma belli 3,2 mega pixel.
E oggi cosa mi attrae della fotografia? Quello di ieri con l’aggiunta del racconto.  Raccontare le cose, mostrarle, ci rende liberi, padroni dei noi stessi e aperti; così  attraverso le immagini  voi ora sapete  di me più di quanto io sappia di voi: dove vivo, cosa faccio, guardo, amo. Già perché fotografare alla fine è un atto d’amore per le cose che vediamo e che vogliamo condividere perché in qualche modo ci hanno colpito. Così una piazza, un campo arato, una strada, un cielo grigio  siamo contenti è vero già solo a guardarli, ma rimarrebbero  immobili e con poco costrutto, invece a fotografarli prendono vita, volano via e già non sono più nostri, che condividere vuol dire perdere felicemente la proprietà. Ma conservano la nostra firma; io sono, tu sei; dalle foto che scatto puoi sapere tutto di me, io dalle tue di te; sono un setaccio da cui nulla di quanto serve sfugge.
Non faccio più foto a iosa,  aspetto che siano le immagini a chiamarmi. “Ehi son qui vuoi fotografarmi? mi dice un molo frangi flutto e io lo fotografo, o un muro d’officina, o di pomeriggio un lungomare con le ombre lunghissime che sembra vogliano andare chissà dove e tutto corre verso un’unica direzione così la strada, i pali della luce e i due ragazzi seduti. Solo l’ultimo in fondo guarda davanti a sé. “Click”

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