ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Fotografie

Nutro  una curiosità senza pari per le immagini e non da oggi.  Avevo da poco imparato a leggere e tra le mani una macchina fotografica; oddio chiamarla così è un po’ troppo perché era uno di quei giocattoli che premevi il pulsante e nell’obiettivo compariva di volta in volta il Vesuvio, Piazza San Marco  e la Torre di Pisa.
Eppure colori e guglie già allora avevano un’importanza fondamentale, costituivano i prodromi di quell’assioma in cui  ancora oggi credo: ciò che non sappiamo o non vediamo non è mai successo. Ma a parte questo era bello camminare con il Vesuvio in tasca che con un click potevi vederne la cima nel cielo azzurro; mi pareva di monitorarlo e state tranquilli vi avrei avvisati tutti se avesse cominciato a fumare: “Correte, l’eruzione!”
La prima vera macchina fu una  Kodak di poche lire, avevo nove anni.
Facevo foto a qualsiasi cosa si muovesse nella convinzione che tutto meritasse di essere immortalato anche il volo dei calabroni. A 16 anni ebbi la prima reflex, un Olympus Om1 completamente meccanica. Fotografavo i tronchi  secolari; mi piaceva il loro inviluppo, la forza contorta e mai ostentata dei loro rami.
Mi innamorai del bianco e nero e fu un amore corrisposto. Scevre dal peso delle altre tonalità le cose mi apparivano pulite e chiare; se c’era una maschera scompariva e i tanti veli colorati che spesso  coprono gli oggetti a fotografarli in b/n vanno via e il mondo ti appare nudo, rivelato.
Mi attraevano le piazze, ne ho fotografate tante; mi attraeva la loro ospitalità, quel loro modo di non far sentire nessuno solo. D’altra parte dove stai meglio che in una piazza? Quelle di Roma ce le ho quasi tutte, sorprese al sole o violate nella loro intimità di notte.
Ora ho una buona reflex digitale ma ingombra e le occasioni per fotografare mi appaiono all’improvviso; così uso il telefonino e i suoi poveri ma belli 3,2 mega pixel.
E oggi cosa mi attrae della fotografia? Quello di ieri con l’aggiunta del racconto.  Raccontare le cose, mostrarle, ci rende liberi, padroni dei noi stessi e aperti; così  attraverso le immagini  voi ora sapete  di me più di quanto io sappia di voi: dove vivo, cosa faccio, guardo, amo. Già perché fotografare alla fine è un atto d’amore per le cose che vediamo e che vogliamo condividere perché in qualche modo ci hanno colpito. Così una piazza, un campo arato, una strada, un cielo grigio  siamo contenti è vero già solo a guardarli, ma rimarrebbero  immobili e con poco costrutto, invece a fotografarli prendono vita, volano via e già non sono più nostri, che condividere vuol dire perdere felicemente la proprietà. Ma conservano la nostra firma; io sono, tu sei; dalle foto che scatto puoi sapere tutto di me, io dalle tue di te; sono un setaccio da cui nulla di quanto serve sfugge.
Non faccio più foto a iosa,  aspetto che siano le immagini a chiamarmi. “Ehi son qui vuoi fotografarmi? mi dice un molo frangi flutto e io lo fotografo, o un muro d’officina, o di pomeriggio un lungomare con le ombre lunghissime che sembra vogliano andare chissà dove e tutto corre verso un’unica direzione così la strada, i pali della luce e i due ragazzi seduti. Solo l’ultimo in fondo guarda davanti a sé. “Click”

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3 pensieri su “Fotografie

  1. ..l’abuso del digitale ha creato un irrefrenabile impulso spasmodico allo scatto, bella invece la tua “lettura” a farti chiamare dalla foto…

    apre orizzonti sempre nuovi..
    un abbraccio..
    m.

  2. consapevolmente in ha detto:

    Un modo del tutto originale di concepire una fotografia!
    Complimenti.

  3. Ho dimenticato di inserire il sito web.

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