ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Un tavolo

E’ un periodo in cui sono attratto dai tavoli. I tavoli, quelli su cui si mangia, si appoggiano le carte o la penna quando si scrive; quando li vedo mi fermo a guardarli come se ci fosse qualcosa da decifrare. Non tutti i tavoli, solo quelli vuoti e accompagnati da sedie. Come questo.

Ma cosa ci può essere in un tavolo che meriti un’attenzione maggiore di quella riservata al suo utilizzo?
Credo innanzitutto la sua forma; un tavolo lo costruiscono anche i bambini che basta una sega un martello e dei chiodi (chi di voi non ne ha mai costruito uno); e poi la sua superficie piana, un substrato che tutto può contenere e su cui tutto può succedere e se non succede succederà (sono perplesso si ma pur sempre ottimista). E poi un tavolo è modulabile, può essere trasformato in una casa per il gioco dei bimbi, un tappeto volante, una zattera, un banchetto dell’ambulante.
Ma non è solo la sua forma ad attrarmi, un tavolo porta con sé qualcosa di inespresso, di mai detto che se potesse raccontarlo catturerebbe l’ attenzione di qualsiasi pubblico.
Questo tavolo di alluminio, sei sedie, ha catturato la mia.
Vuoto e con le sedie spostate come un attrezzo di scena recitata da poco e a cui non abbiamo assistito. Quali le parole dette in sua presenza, quali i misteri svelati o i conti saldati? Quale archivio formidabile vi è contenuto? Quanti i fatti sentiti, quante le persone viste e quanti gli episodi che vi sono sedimentati, strato dopo strato a formare quel campionario formidabile che sono le esistenze umane.
Io mi ci immagino una famiglia a fare colazione. “Non ti macchiare con la marmellata!” “ Mi passi lo zucchero?” “Non con le mani, usa il tovagliolo!” Tintinnii di cucchiaini, tazze alla bocca, intenzioni e buoni propositi per la giornata che comincia. E poi via: “Andiamo, metti il golf che tira vento”.
O una riunione di lavoro con la penna che rigira tra le dita e il foglio di carta con i numeri scritti sopra. “Campioneremo sul ricircolo e poi nelle camere, quattro prelievi sugli ultimi piani. I risultati li avrà tra quindici giorni, magari torno qui a mostrarglieli.” “Si mi farebbe piacere”! . Rumore di sedie, ci si alza.
O due innamorati che si salutano; due caffè, le mani intrecciate, le braccia distese sul tavolo che memorizza la loro pelle e il loro silenzio.
Non c’è nulla di noioso in un tavolo vuoto, né di malinconico, piuttosto è sede delle migliori aspettative. Anzi credo di poter dire che finché c’è un tavolo c’è speranza; perché lo puoi riempire, aspettarci qualcuno, guardarlo negli occhi, costruire qualcosa di nuovo. Non dirà a nessuno quello che avrai detto perché lui e le sue sedie sono custodi formidabili di miserie umane, gioie e parole. Se ti avvicini puoi sentirne gli echi.

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Un pensiero su “Un tavolo

  1. la potenza della possibilità!

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