ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Le tracce che lasciamo

Quali tracce lasciano i nostri graffiti virtuali, quali un verso ben fatto o un racconto breve. E soprattutto, tutto ciò ha un senso? Ha un senso questo scrivere sulla sabbia?
Mi piace girovagare per i blog sceglierne uno e tuffarmici dentro; quando accade mi sento un Indiana Jones all’ingresso di un tempio che se maledetto o no lo saprà solo alla fine. Avanzo alla ricerca di tracce di vita, tentativi di volo, voci, spessori; facili da trovare se si cerca bene perché chi scrive su un blog non lo fa per essere dimenticato piuttosto per essere trovato; chi scrive è un disperso che accende fuochi per essere visto.
Così mi piace farmi largo nell’intrico dei post, seguirli nei loro sviluppi, scendere in profondità; e non sempre son rose e fiori perché un blog puoi mascherarlo quanto vuoi ma rivela sempre se stesso e te che ci scrivi. Di più; a volte leggerlo è un camminare lungo i bordi di un orrido profondissimo perché tutti i blog hanno un orrido, nerissimo alcuni, più dolce e praticabile altri, così che ogni post diventa uno scendere e un risalirci con la torcia in mano, un fuoco acceso, un modo di dire “sono qui e sono vivo”.
Ma cosa resta alla fine di un blog? Nulla, come di un fuoco. L’ho capito dopo l’esperienza splinderiana quando duecento e passa post sono spariti nel nulla. Mi mancano? No. Erano respiri, alcuni profondissimi ma respiri, come quelli di oggi, come questo. Eppure ogni volta che ne scrivo uno è una scommessa, una sfida a cercare la parola giusta, quella più pulita e netta, a incasellarla come si deve; ogni volta è uno scavare terra e pietre e davvero mi pare di sudare.
I post se hanno una vita è solo nel momento in cui vengono scritti, quando autore e testo dialogano tra loro, le righe prendono lo stesso caffè che prende lui e sentono la stessa musica. Dopo, una volta scritti divengono già storia, archivi virtuali di righe non più mobili.
Che i post già scritti non siano allora che fiori recisi messi in un vaso? Può essere; non hanno più vita e solo l’acqua li mantiene freschi. Dunque è vero: scriviamo per sentirci vivi e non importa dove lo facciamo se su carta, pietra o sabbia, l’importante è scrivere, l’importante è respirare.
Nel purgatorio dove andrò (non oso pensare di andare più in alto ma spero di non andare più in basso) vorrei tenere anche lì un blog; caso mai per descrivere l’angelo del mio girone o cosa si pesca nel grande mare che dicono lo circondi; checché ritengo difficile mi facciano portare la barca.

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Un pensiero su “Le tracce che lasciamo

  1. Saggio, molto saggio.

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