ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Una chioccia

E’una gallinella di quelle “americanine” , di piccola taglia, bianca e poco più grande di un piccione, l’unica che ho di quella specie. Un pomeriggio l’avevo vista strana, solitaria e poco interessata al consueto razzolare. Il giorno dopo non la vidi per nulla e mi preoccupai, la cercai senza successo e ritenni fosse rimasta vittima di un falco, invece era nel pollaio accoccolata sulla paglia nella cassetta dove le galline deponevano le uova. Stava covando.
Il giorno successivo raccolsi quattro uova grandi fecondate dal gallo e le aggiunsi alle due che già aveva sotto, con una rete le ricavai uno spazio indipendente, provvidi a riempire la mangiatoia di mangime e l’abbeveratoio di acqua e la lasciai sola.

Una gallina che cova è qualcosa di più del fumetto con cui spesso la si dipinge, è la sintesi perfetta della bellezza oggettiva della vita, della necessità che venga vissuta e di come diversi siano gli spiriti di sacrificio dei maschi rispetto alle femmine. 21 giorni è rimasta sulla paglia di quella cassetta a mezz’altezza scendendo solo pochi secondi per bere e mangiare. 21 giorni di immobilità, solo il suo collo si muoveva e i suoi occhi quando nei tardi pomeriggi mi avvicinavo a vedere come stava; mi controllava che un po’ si fidava e un po’ no.
Cosa c’è di più bello di questa fatica, di questa inazione forzata, di questo sacrificio volto solo alla prosecuzione della specie. Ah le femmine che forza, e che coraggio in questo mettersi a disposizione di un qualcosa che verrà. Mettere a disposizione il proprio corpo, il proprio tempo, la propria vita; noi maschi col nostro pisello, mero istantaneo utensile riproduttivo di cui tanto ci vantiamo, non valiamo granché al confronto.

21 giorni di visite, pensieri come questi, rifornimenti di viveri e “cro-cro…” di risposta. Poi al ventiduesimo i primi due pulcini fanno capolino dal folto delle piume.

Poche ore e altri quattro rompono le uova. Elimino i frammenti dei gusci e preparo un alloggio nuovo per la famigliola; una scatola di cartone che arrederò con paglia, mangime e una scatola di tonno a fare da abbeveratoio. I pulcini intanto corrono, si nascondono, tornano alla luce; i loro pigolii danno voce alla campagna.

Qualche giorno nel “nido” e poi liberi. Eccoli all’aperto in cerca di cibo. La chioccia indica loro cosa mangiare, porge insetti, fili d’erba e semi. Li chiama e loro corrono, se si allontanano li richiama: “Cococococo…!”.
Mi avvicino e mi riconosce: “cro-cro…”.
“Non avvicinarti troppo…” mi dice e io mi fermo. Il cane si fa coraggio, accorre e annusa i piccoli; lei sconquassa il circondario con un “Croooo!” adirato, gonfia il petto, inarca le ali, vuole sembrare un’aquila, gli si precipita contro, il cane scompare.

E’ una gallinella di piccola taglia, bianca, poco più grande di un piccione; ora sotto l’ombra fresca di un ulivo razzola con i suoi pulcini.

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3 pensieri su “Una chioccia

  1. Che bello, se penso a come trattiamo polli e pulcini…

  2. che bello questo post…….complimenti

  3. Sembra un racconto d’altri tempi. Mi piace.

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