ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “luglio, 2012”

Ex cathedra di luglio 2012

 

 

Lunedì 2. Ci pensavo oggi sulla bici. La velocità se da un lato esalta le emozioni dall’altro le rende istantanee; falsa gli eventi, li fa precipitare. Frenare allora,  rallentare vuol dire lasciarsi superare dal superfluo, fissare un punto,  prendersi il tempo utile per guardare lontano.

 

Giovedì 5. L’ho chiamata, gliel’ho detto e mi ha risposto di si. Da domani week end con la Fornero. “Ti aspetto al ristorante, ho prenotato per tre…” mi ha scritto nella mail.  “Come per tre..” le dico.  “Oh scusa, per due…” Elsa e i numeri. A tavola parleremo delle addizioni.

 

Sabato 7. Dio creò il giorno e la notte, l’uomo e la donna, l’afa e la granita di limone.

 

Martedì 10. Mi leggono in parecchi  ma commentano in pochissimi. Oggi ho ricevuto una mail da un utente WP; mi aspettavo un saluto, forse anche un complimento invece c’era scritto: “Ma chi ti credi di essere?”

 

Giovedì 12. Oggi le ho viste, ho le stesse mani di mio padre; nodose e tremolanti le sue, ferme e più lisce le mie ma identiche. Ha ottantadue anni; non gli sono mai stato così vicino come oggi.

 

Sabato 14. Non sono un eroe ma credo di non essere quasi mai fuggito; quelle volte che l’ho fatto sono poi tornato indietro a spiegare il perché.

 

Mercoledì 18. Sono convinto che la professionalità vada pagata, per questo quando mi dicono “Lei è caro”  vorrei replicare che il mondo è pieno di ciarlatani a basso prezzo.  Ma  evidentemente se mi hanno chiamato  li hanno già sperimentati.

 

Venerdì, 20. Il mondo sembra viaggiare su due binari diversi. Sul primo mancano i soldi per fare la spesa, sul secondo danno a Ibra 12 milioni l’anno. Il bello è che per molti di quelli sul primo binario  Ibra vale anche di più.

 

Domenica 22. Stamattina passeggiata in bici. Incrocio una ragazza che fa jogging; quando siamo vicini alza il braccio destro a coprire il seno che fa su e giù. Come ha fatto a capire che la guardavo, avevo gli occhiali da sole …

 

Martedì 24. Oggi in bici con i ragazzi ho ansimato in salita ma sullo scatto li ho lasciati sul posto; polmoni poco elastici dunque ma  schiena, gambe e polpacci restano macchine possenti. Mi fermo qui perché potrei parlarvi  della mia modestia.

 

Giovedì 26. Si avvicinano le elezioni e i partiti della maggioranza hanno detto a Monti, basta sacrifici. Basta anche  alle cialtronate perditempo di ABC, io voterò Beppe Grillo; se l’Italia deve sprofondare con lui sarà una cosa veloce e tra le risate.

 

Sabato 28. Followers. Un’amica che  su twitter ne  ha 1700 mi ha detto: “Sono il mio pubblico. Tu quanti ne hai?” Qui su WP ne ho tredici, dieci dei quali mi hanno pressoché dimenticato. Sono un pessimo trascinatore di folle, a mala pena trascino me stesso.

 

Lunedì 30. In auto. “Papà, chi è quella signora a bordo strada?” “E’ una donna a cui piace baciare tanti uomini” “Mamma, anche a te piace?” “Certo che no!” “ E a te papà piace baciare tante donne?” “No di certo!”   “Però la guardavi!”

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Un ago nella gola

L’appuntamento è alle otto del mattino. Faccio una doccia accurata; lavarmi con cura prima di un evento che mi pare importante  rende la consapevolezza che nulla di più di quanto fatto avrei potuto fare, mi dà il senso di essere preparato almeglio. I tuoni che devono arrivare ancora non si sentono così il percorso è in pieno sole con la città appena sveglia e i bar con i cappuccini sul banco. Ho un nodulo di tre cm nella tiroide, anzi ne ho tre ma gli altri due sono diminuiti di dimensione questo no, cresce che una bellezza. Oggi vedremo se è benigno o maligno.
Da un furgone scaricano le pesche per l’ortolano e poi cocomeri e pomodori. I bagnanti delle spiagge libere  raggiungono la riva con i thermos e le sdraio sulle spalle poi aprono gli ombrelloni. Il fatto è che un nonno e due dei miei zii sono morti di tumore e la cosa mi fa pensare a una sorta di grande ruota che gira per decenni prima di fermarsi e mostrare la bandierina con il mio nome.
Suono il campanello dello studio, la ragazza mi accoglie con un buongiorno sorridente e mi fa accomodare. Musica classica nelle orecchie e alle pareti attestati di partecipazione a non so quali corsi.
“Buongiorno!”  dice il dottor M.
“Buongiorno!” rispondo restituendogli la stessa espressione ottimista. Ha i baffi alla Umberto e il taschino pieno di penne; al muro il giuramento di Ippocrate e sulla scrivania la foto con la moglie e la figlia. Mi stendo sul lettino, il soffitto ha un bel color pesca. Mi apre la camicia sul collo e disinfetta la parte.
“Non deglutisca fino a che non glielo dico io.”
“Va bene. “
Sento l’ago penetrare nel collo. La sensazione è quella di un corpo estraneo che ti entra dentro. Devono provare la stessa cosa le donne quando fanno l’amore senza piacere. Ho pochi pensieri e rilassati anche se quasi tutti negativi: penso alle cose che lascerei e alle persone, a ciò che ho cominciato e che non terminerei. Come vivrà il mondo senza di me, lascerò un segno? Quali ricordi serberanno di me … E cosa c’è di là, può essere che mai nessuno l’abbia potuto raccontare? Dev’essere un imbuto scivoloso che scenderci è facile  risalirlo no. Minato dalla peritonite il grande Houdini promise alla moglie: “Se si può tornare tornerò …” Ma non tornò. Come spesso mi succerde i pensieri si avvitano come un’elica nell’acqua.
“Fatto…”- dice il dottore “ …ce la fa ad alzarsi?”
“Si!.
Mi sollevo e vedo l’immagine del nodulo ferma sul monitor. “Non deve essere stato difficile centrarlo…” gli sorrido. “Posso vedere il vetrino?”
Mi fa vedere la strisciata che sarà analizzata al microscopio. Una chiazza bianca da decifrare e a me pare di essere in uno di quei Luna Park in cui di sicuro hai vinto un premio ma ancora non sai se è una bambolina, un pupazzetto o una pistola giocattolo. La risposta l’avrò tra 15 giorni.
Esco che il sole è alto, la spiaggia  è già piena; un tale scende a riva con un cocomero sotto il braccio.

Caffè amore mio

Trovereste nel mio sangue più caffeina che  globuli rossi perché ne prendo sei, sette  al giorno. “Ma così non dormi!” Macché, non dormo se non li prendo; il caffè è un viatico, un faro nella tempesta, un sorso d’acqua durante la maratona.
Ma se quello preso a casa è un metodo il caffè al bar è pura arte, strategia creativa senza pari.
Appoggiato al banco mi piace studiare la scenografia attorno alla macchina del caffé; la parte che recitano le tazzine e come vengono riposte, i piattini, i cucchiaini che tintinnano, il rumore  del macinino.
La macinatura frantuma i chicchi e consente all’acqua di estrarne le sostanze che daranno corpo al caffé; macinarlo troppo fine rallenterebbe il cammino dell’acqua e il caffè  verrebbe bruciato, al contrario una macinatura grossolana darebbe luogo a una bevanda acquosa e senza corpo.
Converrebbe fare il caffè subito dopo averlo macinato (“espresso” vuol dire appunto fatto sul momento, fatto apposta per noi) così che non abbia il tempo di ossidarsi e perdere parte degli aromi. L’aroma è una scia che mi fa viaggiare per i continenti; ci puoi sentire il fiorito e la landa desertica assieme perché un buon caffè è sempre una miscela di varietà e conserva gli odori dei luoghi dove è nato; come la giacca del viaggiatore che a odorarala ci puoi sentire i posti in cui è stato.
Non più di 25 secondi deve durare l’estrazione del caffè, il tempo giusto perché tu possa guardare la fila degli alcolici, i gelati, lo specchio e il locale come è tenuto.
Mi piace corto il caffè, non più di 20 ml; deve scomparire in maniera repentina, come le meteore che vedi per un solo istante ma in quell’attimo le conosci. Corto, come di cosa sfiorata perché non è detto che bisogna toccarle le cose per assaporarle, a volte le sfiori e sono tue.
Lo voglio con una crema color nocciola, densa, con lo zucchero che vi affonda piano. Pochissimo zucchero o addirittura amaro, come è amarognola la vita che se così non fosse vivremmo appagati e non tenteremmo azioni o accenderemmo fuochi che si vedano da lontano. Il caffé è consapevolezza di sé e lo è ancor di più se amaro; non sazia, non ubriaca, non fa dimenticare i problemi piuttosto li mette a nudo.
L’acqua prima del caffè? Si, a preparare la  bocca, a depauperarla dei sapori stantii che la abitano, a restituire  verginità al palato. La bocca dev’ essere come un talamo nuziale la prima notte. Acqua prima e mai dopo; l’aroma del caffè deve conservarsi nella bocca il più possibile.
Caldo, si beve caldo, sempre sopra i 60°, a sorsi piccolissimi e frequenti che se nulla è eterno tutto deve durare il tempo giusto.
Bevete, posate la  tazzina e non toccatela più; soprattutto non rimestate il fondo per raccoglierne lo zucchero; sarebbe il tentativo goffo di violare un mistero, sarebbe sollevare il sipario di un palcoscenico o le gonne di una ragazza.
Il caffé è un frutto di cui si butta via buccia e polpa e si utilizza solo il seme. Un osso durissimo che per domare bisogna sottoporre al fuoco, macinare e far percorrere dall’acqua bollente. Eppure nulla perde di sé e della sua forza.

Del possesso


Edward Hopper. Summer Evening, 1947

Una delle ragioni per cui nei paesi democratici il marxismo non è al governo è la sua avversione alla proprietà. Marx non lo scrisse ma credo sarebbe stato contrario anche al possesso; ricordiamolo, il possesso consiste nell’utilizzo di fatto di un bene pur non essendone proprietario. Sarebbe stato contro perché la proprietà come il possesso presuppongono la libertà del soggetto di usufruirne a piacimento e si sa, libertà individuale e collettivizzazione non vanno propriamente d’accordo. Povero Karl, nell’euforia di scrivere qualcosa di rivoluzionario si è impelagato in una posizione che fa a cazzotti con l’istinto naturale dell’uomo.
Nasciamo con il bisogno del possesso; possediamo nostra madre la reclamiamo per noi, piangiamo quando un altro bimbo ci prende il giocattolo, storciamo il muso quando ci chiedono una sigaretta.
“E’ mia, è mia!!” grideremmo volentieri, non lo facciamo che ci frenano l’educazione e gli studi fatti ma sotto sotto lo pensiamo… “E’ mia, è mia…”. E’ mia la bicicletta, è mia la  macchina, è mia la carriera; anteporre un aggettivo possessivo ci ristora, ci rende forti: non tutti hanno e se io ho sono più importante.
Non per forza si deve possedere qualcosa di tangibile, delle volte già l’attenzione altrui ci rende euforici; essere seguiti, illudersi che con tanti link si sia meno soli, cos’altro è se non liberare l’atavico desiderio di possedere; più gente ci applaude più ce ne sentiamo padroni, più gente abbiamo intorno più crediamo di trovarli a disposizione quando ci servirà una mano. Il possesso allora diventa una scorta di viveri da non dividere con nessuno, un indicatore di carica piena della batteria del nostro cellulare da confrontare con quella scarsa del vicino e di questo gioirne.
Il senso del possesso è ben presente nei rapporti sentimentali anche se il suo affiorare lo trovo indice di una non buona salute del rapporto stesso. Una relazione amorosa invidiabile è quella che non ha bisogno di sentirsi dire “Sei mia” o “ Sono tuo”; paradossalmente quel “ Sei mia” diventa la mera attestazione di una conquista e quel ”Sono tuo” una resa di poco senso, una fusione sempre acerba dell’uno nell’altro. Una rapporto amoroso invidiabile si esprime con la relazione piuttosto che con la fusione, senza arrendersi all’altro o al contrario rivendicarne la sovranità; magari con un “ti voglio bene” detto all’improvviso, bandiera piantata a rivendicare null’altro che il proprio sentimento.
Il senso del possesso allora è una zavorra? No, il senso del possesso ci fa arredare case, progettare macchine; ci fa mettere al mondo figli, lavorare per assicurare loro un futuro. E’ una molla formidabile ma anche un liquore che ubriaca. Per questo spesso me ne estraneo; allora mi piace ridurre al minimo le funzioni vitali, prendere le distanze, osservare la mia batteria scarica e considerare ciò una cosa piacevole. E’ un mondo nuovo quello senza possesso; è un riaffiorare dopo un’immersione con solo gli occhi che emergono; attorno il cielo, il sole e  lontano  la spiaggia.

L’ultimo zolfo

E’ luglio e per la vigna quello che è fatto è fatto. Mi aggiro tra i filari ed è come superare un valico; comincia la discesa verso la vendemmia. La vite è rigogliosa; ha foglie potenti, grappoli dagli acini già grandi, lunghi tralci aggrovigliati ai fili. Luglio è il mese in cui le viti da adolescenti diventano adulte; smettono di crescere, le foglie si fanno dure e le nervature acquistano spessore; ora così allineate sembrano musicanti di una banda schierata per la parata.
Ma non tutto è concluso, c’è da dare l’ultimo zolfo che se la peronospora è sconfitta l’oidio non ancora e se arriva fa esplodere i grappoli con gli acini che si spaccano come soldati feriti in guerra.
Contro l’oidio si usa lo zolfo. Mi piace quello in polvere, mi piace vedere la sua nuvola uscire dal mantice, farsi strada nell’aria e coprire foglie e grappoli.
Ho un mantice di chissà quanti anni, nemmeno so più a chi appartenesse; so che quando lo uso sento sull’impugnatura tutte le mani di quelli che mi hanno preceduto. Mi fa quest’effetto.

Riempio il piccolo serbatoio, avvito il tappo e comincio. Lo dico per voi che leggete e vorrete fare altrettanto; la polvere di zolfo è caustica, non irrorate mai controvento, indossate occhiali che garantiscono una buona tenuta e attenzione al sudore che scende dalla fronte. Intriso com’è di vapori di zolfo è una bomba a orologeria diretta verso i vostri occhi; ne scaturiranno lacrime di fuoco e tutti i diavoli dell’inferno sembreranno ballare attorno a voi. Lo faranno per una buona mezz’ora.
Ecco la nuvola, si protende nell’aria come una lingua magica.

Pfff… Raggiunge la vite, precipita lungo le foglie, imbianca i grappoli, li copre con un velo, li protegge.

E’ l’ultimo trattamento prima della vendemmia; tra un po’ i grappoli prenderanno colore, diverranno dorati o rosso rubino. Saremo a settembre e la vigna sarà un tripudio di odori, colori e fragranze zuccherine; vorrà festeggiare anche lei il mio cinquantunesimo compleanno.

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