ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “agosto, 2012”

Ex cathedra di agosto 2012

Mercoledì 1. Prima era colpa della Fiom, ora della Wolksvagen. Dott. Marchionne, forse più semplicemente le FIAT non si vendono perché non piacciono. Tanti restyling e di modelli nuovi di auto nemmeno l’ombra; a meno che non si voglia considerare un’auto la Freemont.

Sabato 4. Quando tutto sembra finito, quando niente pare avere più senso e viene più facile scomparire che tenere la posizione sappiate che da qualche parte c’è qualcuno che resiste.

Mercoledì 8. Ho chiesto ai miei figli di non risparmiarsi nello studiare l’inglese e di prepararsi a cercare lavoro all’estero. Lo so, non gli ho detto nulla di rivoluzionario ma il fatto è che non ho più fiducia in questo Paese.

Giovedì 9. Le immagini provenienti da Marte mi hanno deluso. Mi aspettavo un via vai di marziani, navicelle ferme al semaforo, negozi, cassiere con le orecchie a punta. 30 anni di film di fantascienza buttati via

Sabato 11. Estate fin’ora tranquilla. L’evento più movimentato è stato sostituire la batteria all’ auto di una signora rimasta in panne. Sto invecchiando serenamente.

Lunedì 13. A Marchionne è apparso in sogno il nuovo Suv della Fiat. “ Prendi appunti!…” ha detto appena sveglio al suo segretario, “…si chiamerà Curiosity, avrà sei ruote motrici, una telecamera sul tettuccio e un paracadute per lanciarsi dai viadotti”.

Giovedì 16. All’elezione di Miss Mediterraneo 2012 hanno chiesto alla candidata chi fosse il presidente del consiglio italiano e non l’ha saputo, e nemmeno sapeva chi scrisse “I Promessi Sposi”. Alla terza domanda “cosa vuoi fare da grande” ha invece risposto bene: “l’attrice”.

Sabato 18. Dalla vicenda ILVA escono sconfitte proprietà e classe politica italiana; ne esce sconfitto anche il sindacato che mai ha denunciato lo scempio ambientale in atto. Ne esce vincitrice, come spesso succede in questo Paese, la magistratura.

Lunedì 20. Dev’essere che durante le ferie ci si appassiona al giardinaggio perché più d’uno mi ha chiesto se ad agosto si può piantare l’ulivo o innestarlo o piantare la vite. Qui su Ex cathedra ho l’abitudine di usare pochi caratteri per cui rispondo sinteticamente: no.

Mercoledì 22. E’ una settimana che non prendo l’auto e un po’ mi sento in colpa; smettere di riempire le tasche dei petrolieri e del governo mi lascia spaesato, non ci sono abituato. Però mi piace.

Venerdì 24. Sto maturando il convincimento che la Germania non voglia una vera unione europea ma il consolidamento di una supremazia etnico-finanziaria; una sorta di scolaresca in cui gli altri sono alunni e lei maestra. Due guerre mondiali non si fanno a caso.

Domenica 26. Tutti parlano di De Gasperi. Dopo Monti, Riccardi e Bonanni anche mio figlio dopo essersi meritato un ceffone se n’è uscito con: “De Gasperi non me l’avrebbe dato”.

Martedì 28. Attenti ad andare negli USA, la polizia spara su qualunque cosa si muova.

Mercoledì 30. La vostra fidanzata vi ha lasciato e non vi date pace? Tranquilli, c’è il metodo dello scheletro. Consiste nel pensare che sotto quel culo, quel seno, e quella bocca che avete appena smesso di baciare non c’è che uno scheletro. Come dite, non funziona? Lo so, lo so, era per farvi ridere un po’.

La consuetudine dell’orso

Questo post lo pubblicai su Splinder nel marzo del 2010. Non rileggo quasi mai le cose che ho scritto e nemmeno queste righe ho riletto, piuttosto mi sono rimaste in mente, da allora; aleggiavano nei miei pensieri come la scena di un film che ci è piaciuto. Mi piace il loro ritmo sequenziale, il tono freddo di annotazione, il senso dell’ ineluttabile che vi si respira, l’ansimare asincrono di due fiati uno dei quali si interromperà, gli attimi che preparano quello fatale dove tutto si compie.
Mi piace in quest’ afa d’agosto che tutto opacizza e confonde ritrovare linee e contorni, scandire il tempo, dare geometria alle cose, riacquistare lucidità. Nel mio abituale andirivieni tra terra e mezz’altezza questo post rappresenta il filo che mi lega al suolo; ovunque io sia, qualunque cosa io faccia amo avere la consapevolezza della mia posizione e dei miei limiti, della quota raggiunta e quanto di contro manchi al livello del mare; mi piace essere consapevole della lotta eterna e spesso vana contro la forza improvvisa e ineluttabile degli eventi.
Forse questi i motivi per cui “La consuetudine dell’orso” è rimasta nelle mia mente ormai sono due anni. Lo pubblico così come lo scrissi allora, per quanto qualche virgola o accento l’avrei cambiato volentieri; anche l’immagine è la medesima.

La consuetudine dell’orso

Lo inquadrai nel binocolo e lo misi a fuoco bene.
Era a quattrocento metri da me, dall’altra parte del versante e usciva dalla faggeta ciondolando nel breve tratto di pietraia prima della macchia. Doveva trattarsi di un maschio adulto, probabilmente pesava più di 100 chili.
Il giorno dopo alla stessa ora ero lì; ritardò di soli 5 minuti; probabilmente andava a cibarsi di mirtilli, che in quella parte di versante non mancavano.
Il terzo giorno pioveva e c’era freddo. Disperavo che passasse e invece venne; stesso sentiero e stessa andatura. Ero lì, ma solo per scrupolo, anche il quarto giorno e lo rividi.
Il quinto giorno feci il giro della valle e accostai il versante dalla parte dei mirtilli. Prima di partire controllai la direzione del vento e l’altezza del sole, poi mi infilai nella macchia e cominciai la salita.
C’era foschia e la vegetazione era bagnata dalla pioggia caduta la mattina. Camminavo di buona lena ma senza forzare troppo; sentivo il mio respiro ansimante ma pur sempre regolare; dovevo arrivare sopra con la necessaria lucidità.
Arrivai in leggero anticipo e ne approfittai per rilassare i muscoli di gambe e braccia. Da lì si godeva un panorama superbo; la neve dall’altra parte, la valle , i boschi e giù il fiume. Mi preparai.
L’orso arrivò poco dopo; dapprima udii il rumore dei rami spezzati poi uscì nella pietraia e lo vidi: era più grande di quanto pensassi.
Rimasi incollato al terreno, cercando di tenere il respiro più regolare possibile. Avanzava con la solita andatura ciondolante annusando l’aria. Sotto il suo peso alcune pietre rotolarono verso il basso. Ora era a cinquanta metri da me.
Imbracciai la carabina, lo inquadrai nel mirino e trattenni il respiro per un’eternità che non so dire. Lui sentì il mio odore e si alzò sulle zampe. Era immenso. Tirai al cuore.
Reclinò di botto all’indietro e rotolò nella pietraia. Spaventata dal colpo, una pernice frullò dal sottobosco e sparì nell’azzurro.

(13 marzo 2010)

Alla figlia che non ho


Amedeo Modigliani. Ritratto di giovane ragazza

Ti avrei voluto. Avrei voluto vederti nascere, sentire il tuo pianto di femmina e guardare il taglio tra le gambe voragine ineffabile, vuoto che tutto raccoglie. Avrei voluto prenderti in braccio, sapere cosa si prova ad avere una figlia tra le mani. Avrei voluto vederti con le gonne, le camicette rosa e le canottiere con i merletti. E le bambole con i capelli da spazzolare (no soldati, no macchinine e draghi sputa fuoco) e poi non so, non conosco altri giocattoli da femmina. Avrei voluto parlarti con parole diverse, di quelle che non si usano con i maschi; magari imparare da te cosa è giusto che un uomo dica a una donna e cosa no, e guardarti per scoprire da dove viene la vostra grazia.
Avrei voluto sentirmi chiamare papà da una voce di fata, sentirmi chiedere la mano mentre attraversiamo la strada. Vedere il tuo primo reggiseno con i fiorellini steso ad asciugare, esserci al tuo primo ciclo e fare finta di niente perché è di niente che devono fare finta i papà. Vedere il tuo primo amore, il rossore nel tuo viso. ”Buongiorno sono Ernesto.” “Ciao Ernesto”. Avrei voluto vedere un figlio, grande come una montagna uscire dal tuo corpo così piccolo.
E alla fine avrei voluto che fossi stata lì a rimboccarmi le coperte, come le donne sanno fare ai propri uomini.

Ho scritto t’amo

Provo una passione sconsiderata per le scritte sui muri; sarà per via della mia curiosità o per la vana, illusoria ricerca della parola regina quella che squadra “da ogni lato l’animo nostro informe”.
Ricerca vana perché ogni parola per bella che sia è un sorso d’acqua e nulla resta oltre il piacere di averla bevuta e poi è mutevole che quella che hai scritto oggi può non valere più domani. Eppure laciano segni le parole e quello che leggi sul muro è avvenuto davvero; qualcuno è davvero passato di qui e ha scritto sulla ringhiera “Lucia e Mauro si amano. 22 agosto 1990”.
Si ameranno ancora? E dove sono ora? In un condominio, in una casa con giardino, oppure la vita li ha spazzati via, proiettati lontanissimo dalla centrifuga di un immane frullatore.
Se pure mancante di univocità (è una combinazione fatua di lettere, un insieme di carte cha danno il punto al poker) la parola è comunque testimonianza, la prova di un tentativo di comunicazione. Tra mille anni chi leggerà quel rigo non storcerà il muso come noi oggi quando vediamo un muro imbrattato, ne coglierà piuttosto il senso della traccia; con un pennello elettronico ci toglierà la polvere e leggerà anche lui “Lucia e Mauro si amano. 22 agosto 1990” e forse ne parlerà nei libri. A Lascaux accadde più o meno la stessa cosa.
“Anna ti amo” lessi a caratteri giganteschi nello spazio tra due balconi di un palazzo di Roma. Ho sempre pensato che l’autore dovesse amare molto la sua Anna per scriverle in questo modo.
La scritta quindi come manifesto, tentativo estremo a volte disperato di comunicare qualcosa. Guasconeria, irresponsabilità, deturpazione di beni pubblici avete ragione, eppure davanti ad alcune frasi io penso al coraggio di chi le ha scritte e alla volontà di mettere in piazza il suo sentire, di renderlo noto a tutti perché nulla più c’è da nascondere e far venir fuori il sé è già atto di forza consapevole.
Come questa frase:

E’ in romeno e spero di non sbagliare a tradurla così: “Se metti da parte l’odio e apri il cuore vedrai che c’è ancora amore.”
Mi piace la sua linearità, la sua quiete geometrica, il suo peso di macigno. Chi l’ha scritta non cercava la parola che “squadra” eppure sembra averla trovata e null’altro vi è da aggiungere.

Oppure questa:

Amare all’infinito, quale illusione è più grande; eppure ditemi, chi di voi non vorrebbe vedersela dedicata, chi non vorrebbe riconoscersi in quel cuore trapassato.
Frasi sui muri; alcune scritte d’impeto, altre ragionate ma entrambe sono bandiere piantate in modo che tutti possano vederle. E’ l’atto allora che conta, è il gesto; più di ogni pensiero. Un uomo o una donna valgono per quello che fanno; a volte per quello che scrivono.

La conserva di pomodoro al tempo della crisi

Non dovete credere che il tempo noi uomini del sud lo passiamo davanti al bar a fischiare le gonnelle, io ad esempio faccio anche altro; ora poi che la crisi si è  preso la Grecia, si sta prendendo la Spagna e assedia l’Italia non è tempo di fischiare ma di pensare al domani quando un ciuffo di cicoria costerà 30 euro e solo Rutelli se la potrà permettere, l’uva si venderà a chicchi e i limoni a fette.
In questi momenti difficili compito di un blog non è filosofeggiare, come succede a sproposito nel mio, ma di dare una mano al Paese ché non si possa dire un giorno che sul blog di Marcovaldo si cincischiava mentre Sagunto bruciava.
Per questo sono certo di farvi cosa gradita parlandovi della conserva di pomodoro al tempo della crisi.

Innanzitutto dovete procurarvi i pomodori che devono essere belli rossi e tenaci al tatto. Potete comprarli dall’ortolano oppure rubarglieli mentre lo distraete gentili signore, abbottonandovi la camicetta lasciata aperta sul seno o mettendovi una mano tra i capelli; ché agli uomini si sa, e agli ortolani ancora di più, ogni gesto che fanno le donne pare venga fatto apposta per loro. Naturalmente non sarete sole, vi farete accompagnare dai vostri uomini il cui ruolo come sovente accade nella vita sarà solo manuale. Faranno scomparire all’interno dell’auto (non la lasciate col motore acceso, non state mica rapinando una banca) le cassette di pomodoro da voi distratte.
Se avete una campagna o un giardino i pomodori potete invece coltivarli; se non lo avete sfruttate quello del vicino appena emigrato in Germania per sfuggire alla crisi. Per innaffiarli naturalmente userete la sua acqua.
Io li ho coltivati nella mia campagna e li ho raccolti che erano così.

 

Ora servono i barattoli di vetro; potete  rubare anche quelli o usare i vuoti di marmellate e leccornie varie; l’importante è che abbiano il tappo a vite e che siano nuovi, per garantire la tenuta; utilizzarne di usati metterebbe a rischio l’intera operazione e sarebbe un peccato visto che costano solo 10 cent l’uno; e poi rubare tutto non è giusto, cosa penseranno i bambini di noi.

Lavate i pomodori tagliateli in due e riempite i barattoli; premete leggermente con le dita in modo da compattarli e non lasciare vuoti. Avvitate ben stretto il tappo, se non ce la fate gentili massaie fatevi aiutare dall’uomo che avete vicino. Vi farà un certo effetto vedere i suoi bicipiti tendersi sul tappo; erotico ma anche nostalgico. Vi ricorderà i tempi in cui vi sembrava Tarzan e sognavate vi prendesse in braccio per portarvi da una liana all’altra.
Ecco i miei barattoli già serrati.

 

 

Ora li dovete sterilizzare e dovete farlo col fuoco. Avete più di una possibilità: bollirli sul fornello della cucina, acquistare un bruciatore a gas e relativa bombola, farlo nel giardino.
Quest’ultima soluzione è la più economica soprattutto se come combustibile userete i mobili e le suppellettili del vicino emigrato in Germania. Attenti agli incendi, potreste mandare a fuoco il quartiere; attenti anche al vento e chiudete le finestre del vostro appartamento, il fumo in casa è sempre fastidioso.
Coprite i barattoli con acqua, fateli bollire mezz’ora e lasciateli nel pentolone a raffreddare, li tirerete via l’indomani.

Li gusterete il prossimo inverno quando saremo nel pieno della crisi. Allora la Grecia sarà ridotta a una pozzanghera, in Spagna nelle arene arrostiranno i tori sugli spiedi  e in Italia non ci sarà più sugo per fare la pastasciutta. Voi no, voi ce l’avrete grazie a Marcovaldo. Offritene un piatto all’emigrante tornato dalla Germania, è Natale anche per lui.

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