ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

La consuetudine dell’orso

Questo post lo pubblicai su Splinder nel marzo del 2010. Non rileggo quasi mai le cose che ho scritto e nemmeno queste righe ho riletto, piuttosto mi sono rimaste in mente, da allora; aleggiavano nei miei pensieri come la scena di un film che ci è piaciuto. Mi piace il loro ritmo sequenziale, il tono freddo di annotazione, il senso dell’ ineluttabile che vi si respira, l’ansimare asincrono di due fiati uno dei quali si interromperà, gli attimi che preparano quello fatale dove tutto si compie.
Mi piace in quest’ afa d’agosto che tutto opacizza e confonde ritrovare linee e contorni, scandire il tempo, dare geometria alle cose, riacquistare lucidità. Nel mio abituale andirivieni tra terra e mezz’altezza questo post rappresenta il filo che mi lega al suolo; ovunque io sia, qualunque cosa io faccia amo avere la consapevolezza della mia posizione e dei miei limiti, della quota raggiunta e quanto di contro manchi al livello del mare; mi piace essere consapevole della lotta eterna e spesso vana contro la forza improvvisa e ineluttabile degli eventi.
Forse questi i motivi per cui “La consuetudine dell’orso” è rimasta nelle mia mente ormai sono due anni. Lo pubblico così come lo scrissi allora, per quanto qualche virgola o accento l’avrei cambiato volentieri; anche l’immagine è la medesima.

La consuetudine dell’orso

Lo inquadrai nel binocolo e lo misi a fuoco bene.
Era a quattrocento metri da me, dall’altra parte del versante e usciva dalla faggeta ciondolando nel breve tratto di pietraia prima della macchia. Doveva trattarsi di un maschio adulto, probabilmente pesava più di 100 chili.
Il giorno dopo alla stessa ora ero lì; ritardò di soli 5 minuti; probabilmente andava a cibarsi di mirtilli, che in quella parte di versante non mancavano.
Il terzo giorno pioveva e c’era freddo. Disperavo che passasse e invece venne; stesso sentiero e stessa andatura. Ero lì, ma solo per scrupolo, anche il quarto giorno e lo rividi.
Il quinto giorno feci il giro della valle e accostai il versante dalla parte dei mirtilli. Prima di partire controllai la direzione del vento e l’altezza del sole, poi mi infilai nella macchia e cominciai la salita.
C’era foschia e la vegetazione era bagnata dalla pioggia caduta la mattina. Camminavo di buona lena ma senza forzare troppo; sentivo il mio respiro ansimante ma pur sempre regolare; dovevo arrivare sopra con la necessaria lucidità.
Arrivai in leggero anticipo e ne approfittai per rilassare i muscoli di gambe e braccia. Da lì si godeva un panorama superbo; la neve dall’altra parte, la valle , i boschi e giù il fiume. Mi preparai.
L’orso arrivò poco dopo; dapprima udii il rumore dei rami spezzati poi uscì nella pietraia e lo vidi: era più grande di quanto pensassi.
Rimasi incollato al terreno, cercando di tenere il respiro più regolare possibile. Avanzava con la solita andatura ciondolante annusando l’aria. Sotto il suo peso alcune pietre rotolarono verso il basso. Ora era a cinquanta metri da me.
Imbracciai la carabina, lo inquadrai nel mirino e trattenni il respiro per un’eternità che non so dire. Lui sentì il mio odore e si alzò sulle zampe. Era immenso. Tirai al cuore.
Reclinò di botto all’indietro e rotolò nella pietraia. Spaventata dal colpo, una pernice frullò dal sottobosco e sparì nell’azzurro.

(13 marzo 2010)

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