ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “settembre, 2012”

Una processione

Le note della banda annunciano il passaggio della processione. Ho la testa altrove e non sono un granché credente ma i clarini e il dum delle grancasse mi invitano a raggiungerli così parcheggio e vado a vedere. Mi piacciono le processioni, mi piace il loro scorrere di fiume placido, la musica, i canti delle donne, l’odore d’incenso, il seminarista col microfono che introduce le preghiere.
Arrivo che i marciapiedi sono gremiti di folla; la città, questa piccola città, è tutta qui.
“Sta arrivando, sta arrivando…” dicono i grandi; i piccoli facendosi largo tra la selva di gambe raggiungono la prima fila, quelli ancora più piccoli sono sulle spalle dei papà.

Ecco la banda. Il mondo non esisterebbe senza la musica; culla i pensieri, li tiene a galla, li rifornisce di benzina e di gambe così che possano camminare da soli. Dio se esiste me lo immagino mentre suona la tromba.

Arrivano le statue dei santi sulle spalle dei portatori. Quelli sul marciapiede attendono di vederle passare, per curiosità, per ammirarne i paramenti o per guardarle negli occhi e magari cogliere nel loro sguardo di legno un segno, un cenno di assenso che più d’uno ha qualcosa da chiedere.

Ed ecco le donne, le grandi madri. Osservano un silenzio diverso da quello degli uomini, più raccolto e greve, doloroso forse; perché hanno visto di tutto e hanno versato lacrime, portano il peso della vita e sanno cose che gli uomini non sanno.

Le facce del corteo; a guardarle puoi leggerne le storie. Riconosco la bidella, il barista, l’operaio; non puoi conoscere veramente nessuna città, non puoi sapere nulla del suo dna se non vedi la sua gente in processione; oggi è tutta qui in questo speciale rendez-vous a seguire le statue dei suoi santi. Servirà pure a qualcosa in questo mondo disumano.

La banda intanto è lontana, da dove sono non ne sento che gli echi.

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Il mio blog fà duemila nodi in mezzo ai ghiacci tropicali ed ha un motore di un milione di cavalli che al posto degli zoccoli hanno le ali …

Nel mio consueto girovagare su WP mi sono imbattuto in uno di quei blog che vanno per la maggiore; lì c’era un post tra i cui commenti uno faceva: “Com’è possibile che un articolo così bello non è ancora arrivato tra quelli più letti?”
“Tranquillo – rispondeva l’autore – ” vedrai che stasera ci sarà”.
E aveva stagione perché in serata era nella pagina degli “Articoli più letti” con il commento dello stesso autore che diceva: “Che ti avevo detto? Siamo tra i più letti.”
Ora non voglio indagare su come abbia potuto un banale post (si trattava del copia- incolla dell’articolo di un quotidiano) finire nella top list di WP; i sistemi sono vari e mi interessano poco.
Mi interessa invece dire la mia su questa caccia alla visibilità e al consenso, attitudini che se nella vita reale hanno ragione d’essere (dalla visibilità traiamo spesso un vantaggio) sembrano non averne in quella virtuale. Qual è il fine allora di questa esasperata ricerca di consenso virtuale?
Premesso che potrebbe non essercene nemmeno uno e nzi qualcuno di voi potrebbe rispondermi:
“Ma quale fine! Io scrivo perché mi piace, e il voler essere apprezzato è da sempre insito nell’animo umano.”
Vero, ma le risposte facili non ci sono mai piaciute e allora proviamo a trovarne altre.
Uno dei fini potrebbe essere la ricerca di una qualche sicurezza. La visibilità e la notorietà infondono sicurezza tanto che i problemi se appaiono non sono mai imminenti; i followers sono sacchi di sabbia sul ciglio di una trincea e qualunque colpo sparato contro di noi non ci attingerà o arriverà attutito.
Inoltre il consenso reale o virtuale che sia dà coraggio, olia la considerazione di sé, innalza il livello dell’acqua nel bicchiere facendolo apparire più pieno di quanto sia; lubrifica inoltre i meccanismi che sottintendono alla prudenza così ogni cosa ci pare fattibile e alla nostra portata; tutto ci è permesso di dire e siamo convinti di possedere proiettili per cento cannoni.
Un altro fine potrebbe essere il desiderio di essere amati. Avere tanta gente intorno scaccia la solitudine, ci fa sentire protetti; e poi tra tanti potremmo ben scegliere (il calcolo delle probabilità in questo caso verrà senz’altro in nostro aiuto) quello con cui meglio ci si intende e se va male ne troveremo un altro e poi un altro ancora. Un prato fiorito tutto per noi, bello da guardare ma anche da coglierci qualche fiore.
Comunque la mettiamo la ricerca del consenso virtuale ci appaga, diventa abitudine, aspettativa, gratificazione; delle volte cibo nutrientissimo. Si scrive e si aspetta il riscontro; se tarda ci si cruccia: “Dove ho sbagliato? Non mi seguono più, sto rimanendo solo”.
La paura della solitudine; il timore di ritrovarsi con nemmeno un avatar da guardare ridimensiona la nostra voglia di agire e appiattisce il nostro elettrocardiogramma. Per fortuna a riportarlo su provvedono le visite, i commenti i “like”; evviva si torna a vivere.
Ma la vita vera non è qui; non è su WP non è su Facebook, né su Twitter e 100.000 followers non sono nulla, adesso li avete domani non ci sono più e non averli sappiatelo non vi cambierà la vita; io stesso a centinaia, migliaia di km da voi sono nulla, sono due righe a volte scritte bene a volte no disperse in questo grande mare senz’acqua che è il web. Questo sono io e questo è il mio blog; che poi farà al massimo due o tre nodi.

Come si ripara un muro a secco

Nessuno vi chiederà mai se sapete costruire un muro a secco, né potrete scrivere sul curriculum “so costruire un muro a secco” e nemmeno sarà l’oggetto di una discussione da salotto, eppure io reputo la sua costruzione un percorso di conoscenza poiché un muro a secco è la sintesi di forza e senso della misura, di raziocinio e immaginazione. Costruitelo e tra cent’anni qualcuno potrà dire “Guarda questo muro a secco, chi l’avrà fatto?” ebbene l’ avrete fatto voi.

La pioggia in campagna è sempre utile ma quando viene giù come l’altro giorno gonfia il terreno e ne aumenta la spinta verso i muri di contenimento. Un muro a secco non ha leganti o malte cementizie, si tiene su con il proprio peso e il contatto tra le pietre; non ha vincoli e se crolla lo fa nella sua parte più debole mentre il resto rimane intatto. E così, come un muscolo che si strappa, è crollato il mio.

Per riparare un muro a secco servirà innanzitutto ordinare le pietre franate, lo faremo in base alle dimensioni ricavandone almeno due mucchi distinti.
Con una cazzuola libereremo dal terriccio la nicchia di frana; a fine operazione il tutto dovrà sembrare pulito e aperto come una ferita da suturare. Usate guanti resistenti, tra il pietrame si nascondono scorpioncini e serpenti non sappiamo fino a che punto innocui.
Vedrete affiorare la terra vergine e rossa dell’interno; chissà quant’era che non vedeva la luce e chissà cosa pensa (che dite una terra può pensare?) nel vedere un tizio col pizzetto che la rimaneggia.

Cominciamo col sistemare le pietre più grandi alla base dello scavo orientando il lato più squadrato verso l’esterno. Le poseremo con discernimento di modo che mentre poniamo la prima adocchiamo una seconda che vi si incastri in qualche modo. Meno vuoti lasciamo tra una pietra e l’altra più il muro durerà. Sono pietre che pesano, maneggiatele con attenzione, soprattutto non ponete le vostre scarpe sulla loro verticale.
Terminata la prima fila esterna riempiamo con pietrame più piccolo (darà compattezza e forza al muro) l’intercapedine che abbiamo creato, poi passiamo alla seconda e così via fino all’altezza desiderata.

Vi farà una certa impressione vedere il muro prendere forma e volume, quando avrete finito resterete per un po’ a guardarlo sorpresi dalla sua robustezza arcaica. Avete costruito un muro a secco, di quelli anonimi, silenziosi e poveri di cui non si parla mai.

Lo toccherete e ne constaterete la forza, ci salirete sopra e ne saggerete la portanza; realizzerete com’è bello costruire, ridare vita e valenza a ciò che sembrava distrutto, provarci almeno; e come valga sempre la pena di lottare, di mettere pietra su pietra o solo scagliarle lontano.
Non succederà ma se qualcuno un giorno chiederà “Chi sa costruire un muro a secco?” voi dite pure “ Io”. Ditelo con orgoglio, chi sa fare un muro a secco può fare tutto.

Piove in città

Piove in città ed è una rivoluzione. La polvere colta di sorpresa per un attimo si solleva prima di venir travolta, la sabbia che in questi mesi di secca ha riempito le crepe, cede, si scrosta, scompare tra i flutti dei primi rigagnoli.
Ploc fanno le gocce; rimbalzano sulle carcasse delle auto, sui fiori dei davanzali, sulle nostre mani calde. Mobilizza le certezze la pioggia di settembre, spodesta l’illusorio crogiolarsi dell’estate, mette fine alla sua monotonia asfissiante, all’urlo ossessivo delle cicale.
Le prime gocce d’acqua; è iniziata così la vita sulla terra, in una piccola pozza con dentro un batterio, e allo stessa maniera ricomincia oggi ad annunciare un autunno che tutto è fuorché stagione morta. E’ piuttosto un preparar di letti, un mettere le lenzuola più belle, che siano ospitali mi raccomando ché la vita comincia adesso, cosa credete, in autunno.
Le nuvole gonfie aggirano i palazzi, scompaiono dietro i terrazzi e ricompaiono sui fili del bucato con forme nuove: ora di carro, ora di fiore aperto, ora di cuscino coi merletti.
“Papà quanto ci mette una goccia ad arrivare a terra?” Moto rettilineo uniformemente accelerato; ripesco formule, mi avventuro in improbabili calcoli:
“Se cade da 2000 metri ci mette 30 secondi”.
“Velocissime!”
Li guardo e sono già con il viso verso l’alto a prendere la pioggia in faccia.
L’acqua dai tetti raggiunge le grondaie, si incanala nei discendenti, straripa sui marciapiedi, inonda le scarpe delle signore. Si cerca riparo sotto i portici, nei negozi, negli androni delle case; da lì, in quella requie ritrovata, guardano il rovescio d’acqua che si abbatte sulla città e c’è chi maledice la pioggia, chi la ama, chi vi abbandona i pensieri, chi semplicemente l’ascolta; una parentesi esistenziale che nessuno si aspettava mezz’ora fa.
I bambini invece sono felici e basta, fanno barche di carta e le lanciano nella fiumana d’acqua che li circonda; alcune affondano subito, altre fanno qualche metro, altre ancora arrivano lontanissimo, poi scompaiono e non le vedi più.

Il mio carattere

“Ehi, che brutto carattere !!”  mi sento dire sovente. Il carattere; una summa di genetica, casualità e incastri, di strade scelte o prese a caso, di quelle che una volta imboccate è difficile tornare indietro.

Da dove vengo, quali venti mi hanno trapassato come un canneto, quali invece sono rimasti dentro lasciando semi che hanno  dato frutti, e perché quei semi e non altri, e quale substrato li ha accolti, quali mattoni hanno costruito la mia personalità e perché sono sovrapposti in quel modo e non in un altro.
Investigare sulla genesi dei comportamenti è già impresa ardua ma quando lo facciamo su noi stessi diviene velleitaria; un  “Viaggio al centro della terra” ricco di incognite.
Ma com’è che ho questo carattere così particolare? Boh. Sono “nato” già nella pancia di mia madre con  le canzoni che cantava (e ancora canta) in maniera superba a plasmare il mio divenire; saranno state le canzoni napoletane a forgiarmi il carattere?
Non solo dalla melodia fu mediato il mio temperamento ma anche da urla, pianti, risate, caffellatte, pizze al pomodoro e fritture di pesce; il tutto a confluire in un cordone ombelicale sprovvisto di estrattore per gli odori di fritto; forse che il mio caratteraccio è nato da lì?
Sospetto sia stata la genetica più che l’ambiente a forgiarmi; lo dimostrerebbe la mia infanzia quasi del tutto regolare e senza traumi apparenti (checché questi sono termini, lo so bene, atti a nascondere abissi inimmaginabili) tanto che la mia fanciullezza è trascorsa tra tiri di fionda, vivisezioni di lucertole e partite a pallone; ero insomma un ragazzo sufficientemente autonomo, leggermente solitario e capace di costruirsi un arco con acclusa freccia che andasse dritta. Niente che presupponesse un cattivo carattere.

Ma evidentemente ero un campo arato in attesa della semina e e la semina arrivò con le prime letture. Erano i libri la materia viva che aspettavo e quegli anni, lo dico col senno di poi, li passai nella loro inconsapevole attesa.
Quando arrivarono li divorai: Poe, Dante,  Sartre, Pirandello, Faulkner, Lorca, Marquez, Montale, Joyce, Hemingway e il mio grande indimenticato amore Calvino. Tutti dentro la mia testa a riempire un vuoto. E lo riempirono.
Chissà se avessi letto altri autori le cose sarebbero andate allo stesso modo. Avrei pensato le stesse cose che penso ora? Mi sare iscritto a WP? Mi avreste letto? Vi avrei letto? Credo di no, le cose vanno in un certo modo per una serie di combinazioni; urti casuali che a volte vanno a buon fine, a volte no.
Invece ho letto questi ed è successo il patatrac perché tutti loro a turno fanno capolino nella mia psiche e io non sono più io. Il più incazzoso è Hemingway con il fucile pronto, anche Poe con i racconti di paura ci mette del suo e Lorca le nacchere. E Beatrice che non si fa toccare…
Dunque ho un carattere ondivago e disarticolato, variopinto e multiforme come un variegato al rhum? Si. La prova la cercavo e l’ho avuta dopo il test dei tipi psicologici junghiani: 16 modelli psico-caratteriali di cui solo uno ci appartiene veramente. Ebbene a me appartengono tutti e 16.

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