ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Il mio carattere

“Ehi, che brutto carattere !!”  mi sento dire sovente. Il carattere; una summa di genetica, casualità e incastri, di strade scelte o prese a caso, di quelle che una volta imboccate è difficile tornare indietro.

Da dove vengo, quali venti mi hanno trapassato come un canneto, quali invece sono rimasti dentro lasciando semi che hanno  dato frutti, e perché quei semi e non altri, e quale substrato li ha accolti, quali mattoni hanno costruito la mia personalità e perché sono sovrapposti in quel modo e non in un altro.
Investigare sulla genesi dei comportamenti è già impresa ardua ma quando lo facciamo su noi stessi diviene velleitaria; un  “Viaggio al centro della terra” ricco di incognite.
Ma com’è che ho questo carattere così particolare? Boh. Sono “nato” già nella pancia di mia madre con  le canzoni che cantava (e ancora canta) in maniera superba a plasmare il mio divenire; saranno state le canzoni napoletane a forgiarmi il carattere?
Non solo dalla melodia fu mediato il mio temperamento ma anche da urla, pianti, risate, caffellatte, pizze al pomodoro e fritture di pesce; il tutto a confluire in un cordone ombelicale sprovvisto di estrattore per gli odori di fritto; forse che il mio caratteraccio è nato da lì?
Sospetto sia stata la genetica più che l’ambiente a forgiarmi; lo dimostrerebbe la mia infanzia quasi del tutto regolare e senza traumi apparenti (checché questi sono termini, lo so bene, atti a nascondere abissi inimmaginabili) tanto che la mia fanciullezza è trascorsa tra tiri di fionda, vivisezioni di lucertole e partite a pallone; ero insomma un ragazzo sufficientemente autonomo, leggermente solitario e capace di costruirsi un arco con acclusa freccia che andasse dritta. Niente che presupponesse un cattivo carattere.

Ma evidentemente ero un campo arato in attesa della semina e e la semina arrivò con le prime letture. Erano i libri la materia viva che aspettavo e quegli anni, lo dico col senno di poi, li passai nella loro inconsapevole attesa.
Quando arrivarono li divorai: Poe, Dante,  Sartre, Pirandello, Faulkner, Lorca, Marquez, Montale, Joyce, Hemingway e il mio grande indimenticato amore Calvino. Tutti dentro la mia testa a riempire un vuoto. E lo riempirono.
Chissà se avessi letto altri autori le cose sarebbero andate allo stesso modo. Avrei pensato le stesse cose che penso ora? Mi sare iscritto a WP? Mi avreste letto? Vi avrei letto? Credo di no, le cose vanno in un certo modo per una serie di combinazioni; urti casuali che a volte vanno a buon fine, a volte no.
Invece ho letto questi ed è successo il patatrac perché tutti loro a turno fanno capolino nella mia psiche e io non sono più io. Il più incazzoso è Hemingway con il fucile pronto, anche Poe con i racconti di paura ci mette del suo e Lorca le nacchere. E Beatrice che non si fa toccare…
Dunque ho un carattere ondivago e disarticolato, variopinto e multiforme come un variegato al rhum? Si. La prova la cercavo e l’ho avuta dopo il test dei tipi psicologici junghiani: 16 modelli psico-caratteriali di cui solo uno ci appartiene veramente. Ebbene a me appartengono tutti e 16.

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6 pensieri su “Il mio carattere

  1. Degli autori che citi ho letto (e amato) qualcosina anch’io; il mio vuoto però non si è affatto riempito.
    Da dove dunque il mio pessimo carattere? (troppi pomodori?)

    Che poi, a ben guardare, uno che si commuove con la melodia napoletana tanto tanto scorbutico mica lo è davvero;-)

  2. Sono così tante le variabili che fin dai primi vagiti ci forgiano, che il solo pensare di farle venire alla luce mi stanca. Possiamo giusto cercare di smussare un pò gli angoli, quelli più spigolosi, per non fare troppo male!

  3. Allora,hai avuto degli ottimi educatori, in fondo,a tutto c’è una spiegazione,penso comunque che del tuo, tu abbia messo molto,anzi moltiossimo,come tutti. Marcovaldo, una sana autocritica serve,rigenera,aiuta.Bravo va avanti così!!!:DDD

  4. ciao…sto bene…in tutto questo tempo ho cercato di guardare sempre avanti, come tu tante volte hai detto, ma ogni tanto voltarsi è inevitabile…

  5. Ciao, sto bene anch’io. A dire il vero non ho ancora capito se guardare avanti sia un modo per avanzare spediti o il sistema per non fare i conti con se stessi, comunque concordo: guardare avanti e voltarsi ogni tanto. Che poi ci sarebbe anche da riflettere su quello che vuol dire guardare avanti. Una sposa che in chiesa alla domanda del prete: “Vuoi tu …?” si volta verso il sagrato e scappa via è una che guarda avanti o indietro? Contento di leggerti.

  6. gelsobianco in ha detto:

    non ti conosco.
    so che hai letto ed amato autori che hanno vissuto con me e continuano a farlo.
    purtroppo io non ho avuto, nella pancia della mia mamma, la melodia delle canzoni napoletane… ho avuto altro.
    gelsobianco

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