ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “ottobre, 2012”

Ex cathedra di ottobre 2012

Lunedì 01. I Maya prevedono la fine del mondo per il 21 dicembre prossimo. A che ora? E’ il giorno della partita a poker con gli amici e vorrei terminarla prima di qualsiasi putiferio.

Mercoledì 03 I nostri parlamentari sono fortunati. Fossero vissuti durante la rivoluzione francese buona parte di loro sarebbe stata ghigliottinata e in un qualsiasi altro moto popolare fucilata. In qualunque altro Paese oggi sarebbe in galera; da noi è in Parlamento a scrivere il ddl anticorruzione.

Venerdì 05. Chi ha un blog non lo dovrebbe dire ma ho la sensazione di essere osservato. Speriamo almeno che sia femmina.

Domenica 7 Il sindacalista alza la voce quando qualcuno cade dall’impalcatura mai prima; difficilmente denuncia un inquinamento ambientale o riprende l’operaio che non indossa il caschetto. Però lo vedrete sempre al suo funerale

Martedì 9 Secondo Ardengo Soffici la donna è “per certuni un buco, per altri un abisso”. Non per fare l’ondivago ma per me è un buco e un abisso insieme e mi piacciono entrambi; cinquanta e cinquanta.

Giovedì 11 Dicono gli americani che le automobili uccidono come le armi, non per questo ne vietiamo l’uso. Per forza, sennò dovremmo vietare anche le bottiglie di vetro, i matterelli per pizze e i foulards. Sono andati sulla luna ma mandriani erano e mandriani sono rimasti. A parte E. Lee Master e Bob Dylan naturalmente.

Lunedì 15 I meteorologi. Il sereno li fa sentire insignificanti, lo scirocco li annoia, la nebbiolina pure. La siccità invece li solletica, l’alluvione li eccita, il maremoto li fa letteralmente godere. Stasera, in una Roma luccicante e stupidamente coperta dai sacchi di sabbia, faranno sesso con Cleopatra.

Martedì 16 Il salto di Baumgartner apre scenari impensabili, anche commerciali. Pagando un biglietto ci si potrà lanciare o godere il panorama da lassù. Ho in mente di installare lungo il percorso una stazione di ristoro con rifornimento ossigeno; la chiamerò Luna Grill.

Venerdì 19 E’ vero che non si può andare d’accordo con tutti ma io non riesco ad andare d’accordo con nessuno! E’ che siete tutti fatti male… 🙂

Lunedì 22 In questi giorni ha avuto la consapevolezza di due cose: Matteo Renzi anche se parla tre ore di fila non dice nulla. Fidel Castro ormai non morirà più.

Mercoledì 24 Invece che impararlo suggerisco di salvare il numero del partner nella rubrica telefonica; dovessimo lasciarlo basterà cancellarlo per evitare la tentazione di chiamarlo e implorarlo a tornare. E se volesse chiamare lui? Se legge queste righe non lo potrà più fare.

Venerdì 26 Comincio il footing serale; se è vero che abbiamo un numero finito di battiti cardiaci stasera ne consumerò parecchi. Se non ci si ritrova vuol dire che non me ne restavano molti.

Lunedì 29 Se la prendono con la Fornero per il suo “choosy” come se non avesse ragione, come se fosse il posto di lavoro e non il lavoro a essere un diritto e non fosse invece importante, di questi tempi poi, entrare in questo mondo, farsi valere, costruirsi una strada. Invece no; vagonate di laureati in legge, lettere e medicina, geometri, ragionieri in corteo a chiedere il posto fisso. Umiliazione doppia; implorare lavoro e farlo per di più a un Paese da decenni in mano agli approfittatori. Basta vi prego. Piuttosto che lamentarvi radete al suolo il Parlamento in alternativa andate all’estero e fatevi valere. Tornate qui solo per Natale.

Mercoledì 31 “La scelta di Banderas come testimonial del Mulino Bianco è stata del tutto infelice”. L’ho sentito dire alla gallina che recita con lui.

Emmanuelle e io

La locandina di Emmanuelle mi capitò davanti che avrò avuto 13 anni e nessuna erezione consapevole. Era affissa al muro del Cinema Roma e fu una cosa nuova per me. Non che non sapessi come erano fatte le donne che i fumetti giravano a iosa ma quell’immagine aveva qualcosa di più. La raffigurava seduta su una poltrona di vimini, i capelli corti neri come gli occhi, le spalline discese sui fianchi a scoprire i seni, al collo un giro di perle; aveva le gambe accavallate, la sinistra del tutto scoperta, la destra celata dagli orli del vestito.
Io piccolo con il naso all’insù a guardarla, lei austera a guardarmi come se avesse voluto conoscermi da sempre e ora che era successo non volesse perdersi nulla di me.
Avevo davanti la prima donna vera non come quelle disegnate, con le tette sempre grandi e i fianchi circolari; ne restai rapito. La gambe, più di tutto mi intrigavano le gambe, accavallate e chiuse come un mistero. “ Aprile” le avrei detto con il cuore in gola e lei le avrebbe aperte in un pomeriggio in cui il primo spettacolo ancora doveva cominciare. E le avrei parlato come si parla alle donne vere: ” Dove ce ne andiamo…” “Al mare” “Al mare si”. E le avrei chiesto del modo che aveva di guardarmi, del suo corpo così attraente, delle scuole fatte; poi le avrei detto cosa avrei voluto fare da grande, ma niente le avrei detto della prima erezione consapevole che mi aveva provocato.
Spesso mi sono chiesto cosa resta di ciò che è stato, degli struggimenti, delle tristezze, delle gioie date e ricevute, delle energie spese a far battere per qualcosa o qualcuno il nostro cuore; se tutto debba per forza scorere come legno nella corrente o se abbiamo modo di fissarlo in qualche modo, ormeggiare l’accaduto a noi stessi, tenercelo caro e andare avanti, verso la foce e poi alla deriva insieme.
Sylvia Kristel è morta qualche giorno fa a 60 anni stroncata da un tumore alla gola. Per come sono fatto avrei voluto starle vicino in questi ultimi giorni:
“Ti ricordi di me, sono quello del cartellone, fuori il Cinema Roma”
“Si mi ricordo”
“Dove vuoi che ti porti ora”
“Al mare, andiamo al mare”
“Si andiamo al mare” e lì l’avrei portata.

Un campo di calcio

Se questo campo di calcio ha qualcosa di bello è la sua aria da pista aeroportuale, di quegli aeroporti di frontiera con la pista fatta per gli atterraggi d’emergenza; invece gli aerei ci atterrano che è una bellezza con solo il carrello che sobbalza quando tocca il suolo, ma poco.
E’ fatto di un ghiaietto fine, ben compattato se vogliamo, ma cosa ci vuoi fare quando i tacchetti lo martellano e te la smembrano; al centro dell’area, zona di mischie e zuffe il ghiaietto è addirittura scomparso lasciando il posto a una sabbietta fine e poco permeabile che oggi la pioggia ha trasformato in un lago.

Le superfici piane hanno avuto sempre qualcosa di attraente, mi ricordano la savana dove non sono mai stato, i leoni e le gazzelle, gli spazi aperti dove è difficile nascondersi. Mi muovo dalla linea del calcio d’angolo e avanzo verso il centro. Camminare da soli in un campo di calcio vuoto dà l’idea di avere gli occhi di tutti addosso, del massaggiatore, dell’ inserviente, del custode. Ma nessuno mi ferma e allora proseguo.

 

La bandierina del calcio d’angolo. Valutare la traiettoria della palla, calibrarne la parabola di modo che termini sulla testa del centravanti dev’essere cosa che va al di là della pura soddisfazione, credo sfoci nella gioia. A me sono sempre piaciuti i corner a rientrare, quelli che nessuno può prevedere dove finiscano e fanno impazzire i portieri; poi ci sono quelli che vanno direttamente in porta e io farei un inchino al giocatore che li ha calciati e alla palla che ha seguito i suoi ordini.

 

E’ arrivato l’arbitro, il presidente della squadra di casa lo accompagna nel sopralluogo.
“Ci siamo fatti il culo stamattina a fare le strisce ma ora non si vede più nulla, abbiamo livellato il campo con le pale.”
Quello non è un campo livellato, è un campo del sud dove tutti si aspettano che non piova e se piove dev’essere un’ acqua che non faccia danni nemmeno a un campo di calcio di ghiaietto per di più mal livellato. E’ un campo del sud, dove tutti si aspettano che le cose vadano bene per il fatto stesso di trovarsi al sud che già è povero e non dovrebbe aggiungersi anche la pioggia a complicare le cose ma nemmeno per scherzo che qui già abbiamo i nostri problemi che quando c’è il sole e hai la sabbiolina sotto ti pare di giocare in paradiso ma quando piove è l’inferno e qui al sud l’inferno non ci dovrebbe essere anche se oggi piove e c’è.
L’arbitro fa rimbalzare la palla che affoga. “Ma no guardi che si può giocare…” dice il presidente.
L’arbitro dubita e scuote il capo: “Chiamerò in federazione, vediamo cosa dicono”
Si allontanano.

 

Qui c’è una chiazza d’erba, la vita è sempre più forte della morte che è vero alla fine vince ma un po’ gli rode di non riuscire a debellare questa vita che appena può fà capolino dalla ghiaia, da una palude, dà un legno marcio, da un utero, da un bacio ben dato.
Se tutto il campo fosse così si potrebbe almeno sperare in una rinascita, forse un giorno potrà essere una distesa verde dove affondare i tacchetti e anche le rovesciate verrebbero meglio, e i takle e le capriole dopo il goal. Invece è una chiazza isolata come quando vedi la Terra dall’alto, con l’equatore verde e il deserto sopra e sotto.

L’arbitro ha detto no, che non si può giocare e che i ragazzi possono anche cambiarsi. Il presidente della squadra di casa allarga le braccia. Ora sono tutti negli spogiatoi, le porte chiuse, in riunione con i rispettivi allenatori che non si sa cosa abbiano da dire nel post partita di una partita che non c’è stata.

 

Fuori c’è un pallido sole; il campo pare ancor di più una pista d’aeroporto, di quelli di frontiera con la pista fatta per gli atterraggi d’emergenza e invece gli aerei ci atterrano che è una bellezza con solo il carrello che sobbalza quando tocca il suolo, ma poco.

E a me pare di vederne uno con l’elica che fa “Vrrr… Vrrr” rullare sulla pista e io lo prendo a volo e saliamo e facciamo un giro sul campo, in alto ma così in alto da vedere le montagne e dietro di loro il mare.

Tre parole con la r

Sono perline rotolanti su un piano inclinato, grani di un rosario spezzato; rimbalzano, ci vengono incontro e ci raggiungono sempre, tutte e tre assieme. Sono tre parole con la r: ricordo, rimorso, rimpianto.
Qualcuno può dire di non averle mai viste saltellargli davanti? E cosa ha visto quando gli sono arrivate vicine? Libri impolverati; con un segnalibro colorato alla pagina x, o un’orecchietta sbarazzina alla pagina y.
Non mi interessa scendere nel particolare e forse non interessa neanche voi, mi interessa scoprire di più di queste tre parole, guardarle da ogni lato; non è detto che facendolo non possa scoprire qualcosa in più di me stesso.

Il ricordo: è il certificato in vita di ciascuno di noi, la summa di vittorie, pianti, risate, errori commessi. Senza saremmo niente; come potremmo infatti dire “confesso che ho vissuto” se non avessimo i ricordi? Ecco che allora ricordare vuol dire conservar traccia, prendere appunti sulla tabula scriptoria della nostra mente per rileggerli magari tra 10 anni, quando tutto è passato.
Si ricorda anche per non essere dimenticati, perché se ricordiamo qualcuno può darsi che nello stesso istante l’altro stia ricordandosi di noi e questo in qualche modo ci appaga. E i ricordi brutti? Già i ricordi brutti: hanno anche loro una funzione; sono lì a indicare che la vita può essere un orrido senza fondo ma se siamo ora a ricordarlo è perché forse ne siamo usciti, forse non tutto è perduto, ce l’abbiamo fatta e guardiamo al passato come davanti al camino guardiamo le fiamme; lingue di fuoco che non possono farci più male.

Il rimpianto: vuole quasi sempre il congiuntivo trapassato con il se che lo precede. “Ah se avessi saputo… ah se avessi detto… ah se non l’avessi fatto (e il suo contrario) ah se l’avessi fatto…”.
Se il ricordo è il diario tout court di un’esistenza il rimpianto è il diario dell’incompiuto, dei lavori fermati a metà, delle parole non dette e il bello è che non si può più tornare indietro. Viviamo così nel limbo dove vivono quelli che non hanno fatto, vissuto o osato abbastanza. “Di non aver sbagliato abbastanza …” diremmo per giustificarci ed è in parte vero; forse davvero ci siamo fermati perché era giusto così, o perché ce lo diceva l’ istinto, o per il senso pratico, o per… Tutto bene allora? Si tutto bene.
E allora cos’è quella spina che di tanto in tanto ci tocca il cuore, lo punge, lo fa lacrimare; cos’è quel senso di vuoto, cosa ci manca? E quel senso di colpevolezza che ci viene? E’il rimpianto, la parte della mela che non abbiamo morso e che probabilmente non morderemo mai più.

Il rimorso: E’ tutto già avvenuto; le scelte fatte, le azioni compiute. Gli errori ora si rivelano, diventano evidenti come la corda molle di un secchio mal legato sprofondato nel pozzo; non lo vedrai più né potrai più recuperarlo. Quante volte guarderò quel fondo d’acqua buia, quante volte penserò al nodo mal fatto, al secchio e alla mia scelta di calarlo. Era proprio necessario? E’ stata giusta quella decisione? Domande che non ti solleveranno più di tanto perché il solo colpevole lo sai, sei tu. Per sempre, perché il rimorso inibisce la dimensione spazio tempo, blocca il processo psicoanalitico, cristallizza l’evento così Caino sarà sempre Caino e nulla potrà più fare per rinfrancarsi. Io tra le altre ho anche questa pecca, faccio fatica a provare rimorso; non che non ammetta gli errori ma li considero miei compagni; fanno parte della mia vita, esistono in quanto esisto io. Se il secchio sprofonda me ne rammarico si; ma dovevo prendere l’acqua e ora il mio pensiero è già a come riprovarci. C’è un che di egoista in me o forse a predominare è l’istinto a non fermarsi che se continuiamo possiamo far tutto anche voltarci indietro; se ci fermiamo siamo finiti e lì restiamo, come i soldati nella neve durante la ritirata di Russia.

Metafisica di un orto

E allora uno dice: “Basta mollo tutto!” Proposito legittimo altroché, anzi se avete deciso fatelo che il toro bisogna prenderlo per le corna e un uomo vale per quello che fa non per ciò che pontifica.
Ma se non avete ancora deciso ebbene, piantate un orto. Piantatelo, mentre lo farete avrete modo di pensare a voi al vostro ruolo, alla vita come scorre; può essere che ne capiate i meccanismi, come si snocciolano i giorni che ieri era l’attimo fa ed era lì che potevi prenderlo con le mani, ma non è stato possibile ed passato e non tornerà. Il passato quindi, ma anche il presente ché quello che stai facendo conta eccome, anche se fai un passo conta, se ne fai uno ne puoi fare due e camminare, dire ai muscoli del tuo collo di alzare la testa e guardare magari una collina e pensare a cosa ci può essere dietro e questo cari amici è già il futuro.
E allora uno dice:”Si ma io la terra non ce l’ho.” Basta un vaso, una fioriera e una forchetta per fare un solco. E’ semplice, io lo faccio in campagna ma voi farete lo stesso sul balcone in quel poco di terra che avete o sul davanzale della finestra.
Ecco come si fa.
Il terreno bisogna innanzitutto concimarlo, io uso il classico concime a base di azoto, fosforo e potassio che spargo a grani. Voi potete ovviare con una buccia di mela ben triturata. Non soffocate il vaso con fondi di caffè, briciole di pane e quant’altro avanzi dalla cucina; la pattumiera è altrove.
Poi servirà fresarlo, dargli aria, portare sopra quello che è sotto e viceversa che nulla cresce nella monotonia. Io uso una motozappa che scoppietta, voi una forchetta a mo’ di aratro.
Fatto? Ora bisogna preparare il terreno, ecco i miei attrezzi : una zappa per fare i solchi, una lenza per tirarli dritti e un “pizzuco” (qui si chiama così) per fare i buchi in cui posare le piantine.

La zappa. Frantuma le zolle, le porta a nudo, soggioga i muscoli della mia schiena, mette alla prova la mia resistenza. Ogni colpo è un calcolo, prima che tocchi il suolo so già dove affonderà, quali pagliuzze frantumerà e quali granelli colpirà. La terra si sposta e si riassesta altrove, la polvere si alza, tutto è in divenire.
La lenza. Senza di essa il solco mi verrebbe sbilenco e l’errore si ripercuoterebbe sui successivi; gli spazi risulterebbero male utilizzati. Non riusciamo a fare le cose senza qualcosa che ci guidi no; non riusciamo a navigare senza una bussola, a camminare di notte senza una luce, a camminare senza avere qualcuno che nel caso ci sostenga.

Il pizzuco o più comunemente il foraterra. Quello che vendono è di metallo e cavo all’interno, questo l’ho fatto con un ramo di mandorlo, è di legno pieno con un’ estremità appuntita.
Lo uso per forare il terreno, poi ci infilo la piantina e richiudo. Così.

Voi farete lo stesso nel vostro vaso, poche piantine e un po’ d’acqua dopo averle posate; non servirà altro. Quando pioverà la terra schizzerà tutt’intorno, le vedrete crescere sul davanzale o sulla ringhiera, farsi grandi per voi che non vi sembrerà di meritarle e invece si. Nel frattempo avrete deciso cosa fare. E anch’io.

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