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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “novembre, 2012”

Se potessi ti abbraccerei

” Se potessi ti abbraccerei.”
“Cosa te lo impedisce?”
La domanda lo colse di sorpresa poiché la sua era una di quelle considerazioni che non prevedono risposta, una frase di disimpegno, un convenevole, quattro parole messe a cuscino per alleggerire e preparare al commiato, una depressurizzazione, un paracadute, un disinnesco.
E allora perché quella domanda. Lo si prendeva forse per uno con poco coraggio, uno che fugge dalle proprie responsabilità? Non lo credeva, non credeva di esser mai fuggito davanti a niente, se non una volta ma poi era tornato indietro a dire perché.
” Nulla me lo impedisce, nulla che non possa essere superato.”
E allora cosa lo fermava. L’indolenza, doveva essere questione di indolenza; quel guardarsi vivere compiaciuti che ci fa pagaiare placidi al centro del fiume direzione estuario guardando le rive con a distrarci solo un frullo d’ali che si perde nel bosco. Quel bearsi della propria pena come se averla nota fosse in qualche modo fattore tranquillante e osare per rischiare di scontarne una diversa no, meglio di no. Così anche il morire d’inedia diventa un’abitudine che in qualche modo rassicura, un abito mentale che a toglierselo costa fatica. E’ una specie di dolce indifferenza al mondo, se dolce può essere un’indifferenza.
Eppure non ricordava di essere così indolente se non quando da bambino di domenica restava le ore nella vasca da bagno a guardare l’acqua da sotto, con gli amici che da giù lo chiamavano e la madre che rispondeva “E’ nella vasca da bagno!”; forse più semplicemente non sempre volere è potere e non di tutte le cose che ci fanno brillare gli occhi e l’anima possiamo seguire la scia, ci dobbiamo fermare. Fermarsi già. E allora a cosa è servito questo incontrarsi casuale, quale senso ha avuto il contatto soffice e inaspettato di due spalle, e questo sottile filo di baco con cui si comunicava, questo filo che brillava al sole che fine avrebbe fatto?
No, non si meritava questo, non meritava di perderla.

La potatura della vite a Guyot

Ora che le foglie sono appese a un filo è il momento di potare la vite. Ora e non prima se non vogliamo vedere la linfa sgorgare dal taglio che per fermarla dobbiamo spalmarlo di resina. Ora, perché la pianta si raggomitola in attesa dell’inverno e qualunque cosa le facciamo non arrecheremo danno, anzi ci sembrerà di operare su un legno secco.
Mi chiedo talvolta se esista una cosa (di quelle che ci interessano) che possiamo lasciar libera, senza vincolo o intervento alcuno e aspettarci da essa delle gratificazioni. Ebbene non credo ci sia se non in maniera sporadica; credo anzi che nessuna gratificazione possiamo aspettarci se non la meritiamo, se in qualche modo non ne diventiamo partecipi. Alcuni la chiamano cura, altri possessività; credo invece sia questione di pressione esercitata; la stessa che eserciterò oggi sulle forbici da pota.

Il vigneto degrada verso sud con una lieve pendenza e affaccia sul mare. In realtà non gli è vicinissimo ma camminando puoi arrivare a riva, fare un tuffo e tornare qui con il costume ancora bagnato; d’estate arrivano fin qui gli echi dei bagnanti, a novembre a ricordarlo non c’è che quel bordo più scuro che vedete laggiù prima che cominci il cielo.

Quest’anno poterò la vite a Guyot; salverò due soli tralci eliminando gli altri. E’ una tecnica sufficientemente semplice ma come spesso accade a confidare troppo nelle parole succede che le cose le ingarbugli così mi aiuterò con qualche immagine.

Quello che vedete è un vitigno Malvasia bianca di tre anni. Dobbiamo mettere ordine in questi tralci, dargli un senso che non sia solo quello della libera crescita che se così fosse di uva non ne raccoglieremmo un grappolo che tutte le energie la pianta le spenderebbe per nutrire i cinque e passa tralci. Dovremo individuare quindi una viabilità orizzontale, magari parallela al primo filo, che consenta ai due tralci prescelti di crescere senza invadere il filare.

Eccoli i tralci che ci interessano, li indico col dito, tutto il resto possiamo eliminarlo. I tagli dovranno sempre essere netti e puliti e fatti su legno max di due anni. Ciò faciliterà la chiusura delle “ferite”. Tagli su legno più vecchio faranno fatica a cicatrizzare.

Ne resteranno due perfettamente allineati lungo il filo. Il tralcio che corre verso sinistra dovrà essere tagliato all’altezza di 5 gemme e sarà il nostro “capo a frutto” cioè quello che darà i grappoli. Quello di destra è il cosiddetto “sperone “ e lo taglieremo corto a due gemme. Il prossimo anno da una sua gemma trarremo il nuovo “ capo a frutto” dall’altra il nuovo sperone. Una curiosità: lo sperone dalle mie parti si chiama anche “risico” cioè rischio; lo utilizzeremo se un qualche accidente rendesse inservibile il “capo a frutto”

Semplice, complicato? Facciamo un altro esempio.
Questo vitigno è un moscato bianco. Anche qui dovremo individuare un “capo a frutto” e uno “sperone. Vediamo un po’, quali scegliereste?

Io ho scelto quelli indicati, a me paiono vigorosi e sufficientemente allineati.

Elimino tutti gli altri sempre con tagli netti; lascio anche qui un tralcio verso sinistra che darà l’uva e uno sperone a destra. Non resterà che piegare il capo a frutto e legarlo lungo il filo metallico. Fate attenzione, se il tralcio è ancora verde è facile che si spezzi. Siate delicati, curvatelo piano; è una questione di pressione lo sapete, e qui ci vuole poco più di una carezza.

A potare ho cominciato da una settimana; sette, otto viti al giorno, nei pomeriggi coi rimasugli di sole. Quando avrò finito il vigneto sarà un cimitero disadorno, ma vedrete cosa succederà ad aprile. Non crederete ai vostri occhi.

Guantanamera

L’ultima di Zucchero, una cover di “Guantanamera”, mi ha fatto tornare alla mente una versione isolatissima e poco conosciuta in cui tempo fa per caso mi imbattei. La interpretava un mix di artisti spagnoli e il video era di quelli poveri, sarà costato 6 euro: un cortile tra i palazzi, delle piante nel vaso, panni stesi e niente più; quasi un oltraggio all’ iconografia ufficiale che fa di questa canzone l’emblema dell’alma de Cuba. Mi piaceva invece questo modo giocoso di proporla, leggero, come leggere sono le cose che divertono, e essenziali. Così me lo sono visto e rivisto e non mi sono mai stancato.
Ecco il testo tradotto:

“Io sono un uomo sincero
di dove cresce la palma
e voglio, prima di morire
far uscire i miei versi dall’anima.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera
Il mio verso è di un verde chiaro
ed è di un carminio acceso
il mio verso è un cervo ferito
che nel bosco cerca riparo.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera
Ai poveri della terra
voglio unire il mio destino
il ruscello del monte
mi piace più del mare
il ruscello del monte
mi piace più del mare”.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera
Coltivo una rosa bianca
a luglio come a gennaio
per l’amico sincero
che mi dà la sua mano franca.
Guantanamera, guajira Guantanamera
Guantanamera, guajira Guantanamera

Così vanno le cose, uno naviga su YouTube in cerca di chissà che, trova un video strano di questi e non si stanca mai di ascoltarlo.
E questo è il video:

Così vanno le cose; e a volte pure il caso ci mette lo zampino facendoti capitare davanti un video in cui dentro ci trovi uno che pare assomigliarti come una goccia d’acqua. Lo vedete da vicino a partire dal minuto 2 e 41. Si chiama Huecco, un artista spagnolo che non conoscevo e che è uguale a come ero qualche anno fa; i medesimi lineamenti, lo stesso sguardo, gli stessi occhi; impressionante. Gli auguro, almeno lui, di conservare i capelli.
Negli ultimi secondi del video Marina Abad, voce degli “Ojos de Brujo” fa una “mossa” che i suoi seni paiono percorrere tutte le longitudini.
Figuratevi se non finivo a parlare di seni. Tutti uguali questi uomini; del sud poi te li raccomando.

L’olio del 2012

Lo scorrere del tempo e il passare degli anni li percepisco chiaramente davanti a un albero di ulivo; così come percepisco il legno nero, le linee digrignate, la scorza dura e recalcitrante, il suo progredire immoto. Ora che è il periodo della raccolta ci giro intorno, lo tocco mi inoltro tra i rami e mi pare una persona che così vicina non vedevo da tempo.
Quest’anno sono giunte a maturazione prima del solito; sono belle, se belle possiamo definire delle olive, e rosate; le ultime piogge le hanno gonfiate per cui non c’è da aspettarsi una resa considerevole ma tant’è, attendere ancora vorrebbe dire pregiudicare le qualità organolettiche dell’olio e allora cominciamo.

Stendo sull’erba la rete che le accoglierà e collego l’abbacchiatore alla batteria.
Cadono come chicchi di grandine giganti, da bambino mi piaceva essere bersagliato dalle gocce di pioggia.
– Tutti al riparo ci bombardano!
– Avanziamo adesso, dobbiamo conquistare la collina!

Le ruote di granito girano nella molazza; una volta riversate le olive non hanno il tempo di conservare o ricordare nulla di sé, vengono frantumate e diventano pasta morbida; anche i noccioli cedono, si schiantano con un clack.

La pasta spalmata su dischi di canapa viene sottoposta a una pressione di 400 kg/cm quadro; l’olio scorre, prima a gocce poi a fiotti.

Ed eccolo dopo la centrifugazione. Ha un colore verde oro e un profumo selvatico mai domato. Un anno di lavoro è qui.

E’ qui la terra, la fatica, il guardare il tempo che sarà e questo alberi belli come nessuno e duri e scontrosi. Un poco mi rappresenta, è la parte maschile del mio carattere; dura, scontrosa a volte crudele e insensata. La vite invece credo rappresenti quella femminile, delicata e gentile con i tralci leggeri, i pampini e i getti che si protendono verso l’alto. Ne parlerò in uno dei prossimi post.
Un po’ di riposo ora, me lo dico sempre dopo la molitura ma non ci riesco mai.

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