ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

Elogio della superficie

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Aneliamo all’altezza, alla profondità, nessuno alla superficie; cerchiamo piuttosto l’essenza, il ragionamento acuto, il pensiero che si auto sorregge tipo pianeta nello spazio. Ci pensavo l’altra sera durante una festa di piazza mentre, il filo legato al braccio, un bambino portava a spasso il suo palloncino.
Volare è bello (non per nulla il Paradiso è posizionato in alto, mica qui dove pure c’era quello terrestre ma è durato poco), di contro ci piace scavare nell’animo umano, a cercare cosa solo Dio lo sa.
E’ la rivolta contro l’ovvio per cui ciò che diamo per acquisito è degno di essere negletto, e nulla è più ovvio della superficie su cui camminiamo; eppure senza di essa saremmo nulla, non tanto per il supporto fisico che offre quanto per la funzione di percezione senza compromessi della realtà.
La superficie è l’unica cosa vera, solo dopo averla esplorata puoi cercare altrove, solo dopo averla vissuta puoi andare oltre; è vera perché è lei a nascondere la profondità che è nulla se non emerge in superficie, se non vive la sua storia; e anche l’altezza è vacua se non scendi di quota, se non condividi quello che hai visto. Pure la sofferenza è un risalire in superficie perché il dolore non può essere tale se non affiora, non possiamo sentir male se non ci interfacciamo con l’evidenza acre della realtà.
La superficie separa e allo stesso tempo diviene valico per il divenire: l’evaporazione, la sublimazione, lo specchio e l’immagine riflessa, il sole e la sua ombra; anche la bontà e la cattiveria sono separate da una superficie, a seconda del lato in cui ci troviamo (siamo uomini o caporali) ci comportiamo nell’uno o nell’altro modo. E cos’è il nuoto se non una danza algebrica sulla superficie dell’acqua; e cosa il tuffo se non l’infrangersi del corpo contro una superficie liquida; e che meraviglia l’immergersi, l’esplorare profondità, il risalire, bagnati e salini. Ora mi vengono in mente i delfini e i loro salti fuori dall’acqua.
La superficie, boa d’ormeggio prima di ogni traversata e allo stesso tempo approdo finale; tabula scriptoria su cui compiere tutto il viaggio e raccontarlo. Descrivere descrivere, non abbiamo altro da fare, non abbiamo altro da fare che raccontare, far vedere, testimoniare. La descrizione allora diventa l’emblema perfetto della superficie, ne rappresenta lo srotolamento, la sua rivelazione; ma non è un camminare agile, è invece impervio e faticoso, agro a volte; appagante sempre.
Ieri sera ho passato due ore a girovagare in un blog di ricette di cucina. “Senza nulla a pretendere” ha scritto a un certo punto l’autrice per giustificare la semplicità dei suoi post; invece era un blog memorabile.

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Alla ricerca di Mr. D. da tutti dato per disperso

“Pino sul mare” (Carlo Carrà,1921)

Alla ricerca di Mr. D. da tutti dato per disperso parteciparono anche i cani poliziotto; annusarono un calzino e batterono la città ma non trovarono nemmeno un’usta, lo stesso quando li mandarono in campagna dove trovarono il suo cane che dormiva.
Gli investigatori allora chiesero agli amici e si scoprì che di amici non ne aveva molti e che ognuno sapeva qualcosa diversa da quella che sapevano gli altri ma per quanti sforzi si fecero per unire gli elementi non si cavò un ragno dal buco perché se uno l’aveva visto 5 giorni fa non c’era nessuno che l’avesse visto anche il giorno così da mancare sempre un anello alla catena.
I familiari furono solo un poco più precisi, dissero che era un tipo abitudinario, che saltellava sì di qua e di là ma sempre con una certa avveduta ponderatezza; non era è vero un tipo che si potesse definire casa e lavoro ma mai aveva fatto mancare loro una premura e in nessuno modo vicinanza. Fu passato al setaccio anche il suo blog, nulla di che; roba più o meno agreste, frasette, fotografie; pare che nemmeno qui avesse molti amici, né li cercava visti i pochi commenti che giravano e gli zero link.
“Una mazzetta di fili di ferro uno diverso dall’altro.” lo definì un investigatore che amava la psicologia e anche un pò la ferramenta. Quello in effetti fu il momento in cui a ciascuno venne di dire la sua; la definizione più ardita la diede un benzinaio suo conoscente, quando gli chiesero che tipo fosse rispose: “Bah, un buon uomo ma poco decifrabile; un tipo che stacca e attacca la corrente col mondo”.
Questa cosa dell’indecifrabilità ebbe il suo effettò e non mancò di ammnantarlo di un certo fascino anche se poi, se non altro per comodità, prese piede la convinzione che a uno così indecifrabile sarebbe venuto facile commettere un gesto insano, magari irreparabile. Fu anche per questo che di lui si cominciò a parlare al passato con toni come succede in questi casi via via più bonari.
Alla scadenza del decimo anno fu dichiarata come da legge la sua morte presunta. Di lui si continuò a parlare solo in alcune occasioni tipo il compleanno per chi se lo ricordava, o per qualche cosa che aveva scritto su cui qualcheduno per caso capitava. Solo il suo cane, a cui un vicino aveva continuato a dare da mangiare, rimase ad aspettarlo; accoccolato vicino al cancello attendeva il suo padrone, quando l’avesse visto gli avrebbe fatto le feste e mordicchiato il dito come piaceva a lui.

L’ inverno di qui

Il sole non spacca più le pietre e nessuna cicala urla nella canicola; è inverno anche qui.
Vado a braccetto con l’inverno, forse per comunanza di carattere o d’intenti ci facciamo compagnia. D’altra parte i clamori dell’estate dopo un po’ mi stancano, ho bisogno di prendere fiato anzi ho bisogno di sentirlo il fiato, sentire il suo ansimare mentre attraverso un campo freddo la domenica mattina.
E’ la stagione dell’ascolto, del confronto silenzioso; anche lo spazio pare bidimensionale, un fondale dipinto; non un volo lo fende, non un gesto, nemmeno il moto languido della foglia che cade. Tutto è già successo.

Un albero di gelsi bianchi; fiorirà ad aprile e i frutti li darà a luglio. E’ giovane e slanciato, dovrò decidermi a potarlo che ogni anno si fa più alto.
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Dà gelsi bianchi come la neve, delicatissimi. Da bambino salivo su un gelso nero gigantesco, i rami grossi come case; macchiavano eccome se macchiavano, scendevo con la maglietta rosso sangue colpita da mille mitraglie. “Ahhh…” facevo e rotolavo agonizzante.

E’un inverno senza neve; è rara qui e quando scende le facciamo fotografie. Forse è un bene; la neve maschera, rimuove le realtà, la rende in qualche modo rassicurante, caritatevole. Quando non c’è tutto è più scarno e ruvido, tetro a volte, reale sempre. L’erba giallastra e flaccida, i rami ossuti, il legno morto caduto al suolo rendono intera l’immagine della distruzione; per quale castigo, per quale vendetta oscena un albero rigoglioso deve ridursi così, larva di legno e artigli.

Un fico. D’estate vengo la mattina presto a raccoglierli, li poggio in un cesto delicatamente.
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Alcuni li mangio qui, hanno la morbidezza turgida di una bocca di donna o di qualche altra cosa che sempre le donne hanno. Con quelli in più faccio marmellate per l’inverno. Togliere la buccia, metterli in pentola e far cucinare fino a che la polpa scorre lentissima dal cucchiaio; zucchero, niente più.

In inverno la natura non si vede, si pensa. Dove va la vita, in quale angolo di tronco si rannicchia, sotto quale sasso o corteccia si ripara? Impareggiabile modo di sopravvivere senza dubbio. L’amo per questo l’inverno, per il calore latente che pure tiene in vita, per questi spazi liberi su cui costruire; un libro bianco su cui mi piace scrivere, disegnare rami, immaginare tralci nuovi, annodare un futuro perché su cos’altro si può ben costruire se non sulla desolazione. La vita la ami di più quando è latente, quando devi cercarla; e il cercarla è già vita.

Le viti. Potate e ben sistemate paiono dormire come bambini nelle culle; non ci passerò in mezzo che a marzo, a concimarle e poi a legarne i germogli.
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Tutto è vuoto, tutto tace; solo un pallido sole nell’inverno di qui.

La ladra

Oggi ho visto dove abita la ladra: con i genitori in una casa diroccata con un telo sul tetto nel punto dove mancano le tegole; mi ha chiesto un passaggio e io che salivo per andare in campagna gliel’ ho dato.
– Dio te ne scampi, non la guardare negli occhi, ti fa fare quello che vuole è così che ruba! – raccomanda chi ci ha avuto a che fare. Eh si, pare che le basti guardarti per farsi consegnare soldi, orologio e borse della spesa tanto che qui nei supermercati non la fanno più entrare. Ora si sa, gli uomini (che pure si atteggiano ad eroi) hanno paura di tante cose e così io; ancor di più hanno paura di una donna che con uno sguardo li comanda tanto che a loro, abituati a fare i gradassi, i muscoli si fanno molli e non riescono nemmeno a dirle: “Non lo puoi fare che io sono l’ uomo e tu la donna”.
Ma la strada era in pendenza e lei affaticata così l’ho fatta salire.
E’ tutta nera e ha la pelle color oliva, non ha più di quarant’anni anche se ne dimostra di più. Ha cominciato a dire che il caldo di oggi e la strada in salita l’hanno stancata, che abita in una casa tutta rovinata col tetto che ci piove e mi ha detto dove .
– E’ prima del bivio di via del Sacro Cuore
– Ah la conosco – ho detto io – quella con la cerata sulle tegole.
– Si – ha detto lei – quella. – Poi mi ha guardato ed è vero, non ho mai visto degli occhi così; sembrava volesse rubarmi lo stomaco, il polmone e buona parte del cuore; me li sono proprio sentiti strappare. E’ stato così per qualche secondo poi mi ha lasciato stare.
– Abito qui con mio padre e mia madre – ha detto mentre scendeva.
Io mi sentivo come uno a cui avessero rovistato dentro, ma non mi mancava niente, almeno così mi sembrava.

Ex cathedra di dicembre 2012

Matita

Domenica 2. “Ma tu chi sei?” canta Ramazzotti; “Se sapessi dove sei…” fanno eco gli Stadio. In questi tempi di incertezza non siamo sicuri di noi stessi figuriamoci delle nostre donne. A proposito, non vedo mia moglie chissà dov’è…

Martedi 4. Mi capita a volte di non ricordare dove ho parcheggiato la sera prima così potete vedermi alcune mattine vagare alla ricerca dell’auto. Mi riconoscerete dall’aria di pipistrello con cui mi muovo.

Venerdì 7. Dico una cosa che non è propriamente da macho ma tant’è, mi leggono così in pochi che passerà inosservata. Ho sempre puntato al cuore delle donne prima che al loro culo; il tempo non mi ha cambiato, sono ancora così.

Domenica 9 Oggi a una mostra fotografica cercavo le foto più bella, ebbene non c’era. Non c’era perché ogni foto era un respiro a se stante, una dichiarazione d’amore dell’autore a quello che vede; e ogni click è un si.

Martedi 11. Oggi ho fatto così tanti chilometri, per di più accidentati, che la metà bastava. Mi hanno fatto compagnia la radio e la vocina del navigatore che di tanto in tanto suggeriva: “Tornate indietro quando potete”.

Martedi 18. Monti gigioneggia e riflette se candidarsi, Ingroia dal resort in Guatemala riflette se candidarsi, Berlusconi fidanzato riflette se candidarsi. Decine di migliaia di italiani non riflettono su alcunché, sperano di fare un Natale dignitoso.

Sabato 22. L’amore per la radio nacque da bambino dopo che recuperai non so come una vecchia radio a valvole. A letto, la luce spenta, solo la radio illuminata, ruotavo la manopola e raggiungevo radio Montecarlo, radio Tirana e radio Mosca. Mi sembrava di volarci sopra.

Giovedì 27 Provo tenerezza per le parole declinate al femminile: “Sono andata” “Mi sono vestita” “Siamo uscite”. Le trovo piene, mature e facenti parte di un mondo memorabile, tanto più bello di quello maschile.

Sabato 29 Mi hanno regalato una di quelle boccette di vetro che a girarle sottosopra scende la neve; dentro c’è un piccolo presepe. Non sono abituato alla neve così passo il tempo a rivoltarla e vedere come scende; a Giuseppe e Maria sono venute le vertigini; Gesù Bambino non vi dico.

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