ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Elogio della superficie

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Aneliamo all’altezza, alla profondità, nessuno alla superficie; cerchiamo piuttosto l’essenza, il ragionamento acuto, il pensiero che si auto sorregge tipo pianeta nello spazio. Ci pensavo l’altra sera durante una festa di piazza mentre, il filo legato al braccio, un bambino portava a spasso il suo palloncino.
Volare è bello (non per nulla il Paradiso è posizionato in alto, mica qui dove pure c’era quello terrestre ma è durato poco), di contro ci piace scavare nell’animo umano, a cercare cosa solo Dio lo sa.
E’ la rivolta contro l’ovvio per cui ciò che diamo per acquisito è degno di essere negletto, e nulla è più ovvio della superficie su cui camminiamo; eppure senza di essa saremmo nulla, non tanto per il supporto fisico che offre quanto per la funzione di percezione senza compromessi della realtà.
La superficie è l’unica cosa vera, solo dopo averla esplorata puoi cercare altrove, solo dopo averla vissuta puoi andare oltre; è vera perché è lei a nascondere la profondità che è nulla se non emerge in superficie, se non vive la sua storia; e anche l’altezza è vacua se non scendi di quota, se non condividi quello che hai visto. Pure la sofferenza è un risalire in superficie perché il dolore non può essere tale se non affiora, non possiamo sentir male se non ci interfacciamo con l’evidenza acre della realtà.
La superficie separa e allo stesso tempo diviene valico per il divenire: l’evaporazione, la sublimazione, lo specchio e l’immagine riflessa, il sole e la sua ombra; anche la bontà e la cattiveria sono separate da una superficie, a seconda del lato in cui ci troviamo (siamo uomini o caporali) ci comportiamo nell’uno o nell’altro modo. E cos’è il nuoto se non una danza algebrica sulla superficie dell’acqua; e cosa il tuffo se non l’infrangersi del corpo contro una superficie liquida; e che meraviglia l’immergersi, l’esplorare profondità, il risalire, bagnati e salini. Ora mi vengono in mente i delfini e i loro salti fuori dall’acqua.
La superficie, boa d’ormeggio prima di ogni traversata e allo stesso tempo approdo finale; tabula scriptoria su cui compiere tutto il viaggio e raccontarlo. Descrivere descrivere, non abbiamo altro da fare, non abbiamo altro da fare che raccontare, far vedere, testimoniare. La descrizione allora diventa l’emblema perfetto della superficie, ne rappresenta lo srotolamento, la sua rivelazione; ma non è un camminare agile, è invece impervio e faticoso, agro a volte; appagante sempre.
Ieri sera ho passato due ore a girovagare in un blog di ricette di cucina. “Senza nulla a pretendere” ha scritto a un certo punto l’autrice per giustificare la semplicità dei suoi post; invece era un blog memorabile.

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