ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “febbraio, 2013”

Una foto alla pozzanghera

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Il fatto che stessi fotografando verso il basso aveva fatto avvicinare una signora; probabilmente pensava stessi inquadrando una buca sull’asfalto invece fotografavo una pozzanghera in cui si riflettevano i terrazzi e le antenne tv.
Fotografie. Che senso hanno, quale molla mi spinge, la borsa in una mano il telefonino nell’altra, a cercare la migliore inquadratura e scattare?
Certo non il fermare il tempo (ben misero stratagemma sarebbe) né per ripescare tra un decennio i vecchi scatti stile amarcord; i miei non li riguardo quasi mai come quasi mai rileggo le cose che scrivo (avete mai visto un uccello migratore guardarsi indietro mentre vola dall’Africa alla Francia?). Non so quindi da dove viene questa passione non ne conosco il senso, so che ci sono soggetti banalissimi che passano davanti inosservati altri altrettanto banali su cui il mio sguardo si posa restandone attratto. Forse c’entra in qualche modo il concetto di costruzione; mi attraggono le prospettive che richiedono in qualche modo una costruzione, una preparazione; che chiedono di essere scoperte, denudate, rese palesi; come questa pozzanghera con i terrazzi, le antenne e una carta di caramella che galleggia. Il contorno tenue, le tonalità morbide, mi pareva un edificio in prossimità del paradiso, per questo l’ho fotografato.
Sto imparando ad apprezzare i temi legati all’interazione tra uomo e ambiente, ad esempio le città, gli arredi urbani, i porti, le coltivazioni. Non credo infatti che le cose vadano fotografate per il fatto che esistono; un panorama, un tramonto o un canneto non hanno senso se in qualche modo non li rendiamo nostri, se non diamo loro un valore aggiunto; così delle volte basta girarci intorno, squadrarne il lato buono (quello che noi pensiamo sia il loro lato buono) e fotografare da lì. C’è una sola posizione per cui la foto che stiamo scattando sarà una buona foto, non ce ne saranno altre.
Lo scatto dunque come costruzione, come elaborazione di un qualcosa che prima non c’era vista da lì; qualcosa affiorata solo dopo una comunicazione tra osservatore e soggetto. Costruzione, elaborazione, comunicazione, termini che indicano movimento; la differenza tra una foto e una buona foto è tutta lì, in quel dialogo singolarissimo e pieno di corrispondenze che si intrattiene con l’immagine prima dello scatto.
– Facevo una foto alle case riflesse nella pozzanghera, signora.
– Ah…

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La stanza degli amanti

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Mi avevano interpellato per certi problemi che a loro dire presentava l’impianto di acqua sanitaria. Era un albergo di quelli che definiremmo senza pretese, ma decoroso e pulito; tre piani, una cinquantina di camere e quattro torrioni merlati stile medioevale a cingerne gli spigoli.
Giù alla reception parlai con il direttore, alla fine convenni che fosse il caso di prelevare dei campioni così salimmo; scegliemmo la stanza 111 e la 211 poi arrivammo al terzo piano per l’ultimo campionamento. Qui alla fine del corridoio notai una camera che ritenni la più distale rispetto ai serbatoi dell’acqua per cui proposi:
– L’ultima analisi la facciamo lì.
– Ah nella stanza degli amanti…
Mi disse che era una camera riservata per abitudine alle coppie di passaggio.
– In genere sono coppie clandestine in cerca di intimità, amanti con poche ore a disposizione, un rapporto, una sigaretta, il tempo di una doccia e via; in estate abbiamo problemi ad averla libera ma in inverno questa è la loro camera.
Era uguale alle altre se non per il tono più sbiadito del copriletto e la minore ariosità; i comodini erano ben puliti, così l’armadio e gli altri arredi; una poltrona costeggiava il letto.
Aprii il rubinetto del lavabo poi quello della doccia e feci scorrere l’acqua; il direttore si mise da un lato forse pensava che mi sentissi a disagio, ma non lo ero. Quella stanza era piena di vita; sentivo i sospiri, le risate, vedevo le lacrime scendere, i corpi sovrapposti, le spalle nude, la pelle cosparsa di baci, la carne, gli abbracci disperati, le grida liberatorie, le bocche a cercare aria, le mani intrecciate, le smorfie, il senso del peccato, gli occhi proiettati verso chissà quale spiraglio di cielo.
E le voci, mi sembrava di sentire anche quelle…
– Basta ti prego basta…
– Non andare, non ancora, guarda dal balcone si vede il mare…
Dal balconcino semiaperto si intravedeva uno spicchio di mare e ora che era mezzogiorno entrava una buona luce. Flambai il rubinetto, prelevai i campioni e uscii.

La neve di qui

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La neve di qui scende timorosa, come i settentrionali quando vengono al sud che non si fidano tanto e mettono la mano sul portafoglio.
La neve di qui prima di cadere si guarda attorno che una terra così non l’ha mai vista e gli pare di stare a una prima teatrale.
La neve di qui cade sui carrubi, sulle mura saracene, sulle battaglie anche quelle mie, copre per poco gli amori morti.
La neve di qui i bambini e i grandi escono a guardarla con i visi all’insù e anch’io.
La neve di qui si posa sui miei occhi.

Un fax

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Avanzava nella penombra del corridoio trascinando qualcosa che sembrava un grosso topo.
– Papà cos’è questo?
– E’ un fax.
Era uno dei miei primi fax, accantonato chissà perché nel ripostiglio e ora venuto alla luce per quegli strani scherzi del tempo che nulla o quasi lascia sepolto delle cose umane.
– Cos’è un fax?
– E’ un apparecchio con cui puoi inviare parole scritte o disegni a un altro apparecchio simile; trasforma la pagina in un segnale elettrico, la fa viaggiare dentro ai fili del telefono, quando arriva a destinazione la riconverte in segnale analogico e stampa una copia della pagina inviata così da poterla leggere.
– Non ho capito come fa la pagina a entrare di qua e uscire dall’altro telefono.
– Possiamo aprirlo, forse riusciamo a scoprire come fa…
– Si, apriamolo!
C’è un qualcosa di compulsivo che mi spinge a smontare le cose; ad aprirle appunto. Forse perché così le cose vengono alla luce, si denudano, si svelano. Ho sempre pensato che smontare qualcosa equivalga in qualche modo a disinnescarla, come togliere l’ogiva a una mina o il timer a una bomba ad orologeria; già, cosa sarebbe una bomba ad orologeria disinnescata? Un orologio forse anche grazioso, fili elettrici rossi e azzurri, inutile esplosivo.
Ecco, forse disassemblare vuol dire ricercare un’ armonia primigenia, ma anche andare a fondo come una lama nell’anguria, o scendere in un pozzo; e poi che bello dare dignità ai vari pezzi, guardarli che pochi prima di te l’hanno fatto, farli sentire importanti.
Se smontassi pezzo pezzo un’ automobile la prima cosa che farei sarebbe un’ altalena con i copertoni delle ruote; i pistoni nei cilindri li muoverei a mano per vedere come salgono e scendono; il punto morto inferiore e quello superiore, uno dei movimenti più belli della meccanica.

030220131546

Volano le viti, si smembrano le schede, si svelano i misteri; ecco il rullo per la carta termica, qui il microfono, qui l’altoparlante.
– Passami il cacciavite a stella, metti da parte la bobina che dentro c’è una calamita, ci può servire. Ecco ora svita tu. Non così, al contrario. – Ride.
– La scheda sembra una città dall’alto!
E’ vero, sembra una città vista dall’alto; ci puoi vedere le case, le piazze con le fontane e i campi di calcio con gli spalti; i condensatori sono serbatoi d’acqua e i diodi fabbriche metalmeccaniche con le ciminiere che fanno fumo.

030220131547

– La tastiera che bella! – prova a comporre un numero poi prende in mano quello che rimane della cornetta:
– Pronto, pronto c’è nessuno?
Con la pinza estraiamo gli ultimi fili dai connettori. Ora il fax è un dinosauro ossuto che non muove nemmeno più la coda. O forse si? Falso allarme, era la mascherina che scivolava sul legno lucido del tavolo. Il suo ultimo orgoglioso respiro.

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