ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “marzo, 2013”

Colours

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Non tutto è perduto se ci restano i colori. Non tutto è perduto se in tasca ci resta il giallo per il grano, il rosso per i papaveri e l’azzurro per il mare.
Usiamoli allora, coloriamo! Tutto ciò che ha colore è degno di vivere, i colori sono ponti, l’arcobaleno lo è. Sono ciottoli emersi buoni per guadare un torrente, testimoni da prendere a volo per proseguire una corsa, polline disperso alla ricerca di un substrato che sia l’ Islanda, il cratere di un vulcano, il deserto, il fondo del mare.
Con i colori negli occhi persino la morte non è più definitiva ma diventa un tragitto d’autobus, il percorso interessantissimo tra una fermata nota e un’altra che non conosci.

La macchia mediterranea precipita nel mare verde smeraldo. Tutto è luce in questa terra bruciata, tutto incantato e magico; verrebbe voglia di tuffarsi nel verde cristallino che è laggiù. Infrangerne la superficie, immergersi e valicare il confine con lo scibile.

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Due alberi sulla cima di una montagna di massi brulli. Uno più grande e possente l’altro esile ma sempre forte. Vicini chissà, per darsi una mano quando serve ma distanti e autonomi, si godono il panorama e il mare lontano; sopra i sassi si crogiolano le lucertole.

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Nuvole gonfie e pulite, un prato di fiori gialli, sullo sfondo i contrafforti grigi una fabbrica che mai è sembrati così lontana. Se ne intravedono solo i lineamenti, eppure esiste anzi è in piena attività; ma ora è una linea grigia annegata in un mare di luce.

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La burrasca è da poco finita. La linea increspata dell’orizzonte, la spuma delle onde, la riva da dove tutto parte e dove tutto arriva, i relitti, gli odori dell’alga strappata al fondale. Tra un po’ tornerà l’azzurro ma ora i colori sono tenui di quiete ritrovata.

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La collina e più giù il promontorio con la torre di avvistamento. Il mare azzurro, il cielo limpido, la luce che abbaglia. Sulla destra una quercia, un fico d’india. Ancora più in basso il dirupo; tira un sasso e lo vedrai perdersi nella voragine.

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Grigie le città, grigi i palazzi, grigie le strade; abbiamo troppo grigio attorno per non cercare ristoro nei colori.

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Una sconfitta

Marcovaldo lo sapeva che niente dura per sempre, ciò nonostante non aveva mai smesso di lottare per quello a cui teneva, “l’uomo vale per quello che fa” amava ripetere; se lo ripeteva anche quando un vago senso di ineluttabilità avvolgeva lui e il suo velleitarismo da don Chisciotte.
La domenica mattina in campagna ci andava presto, risaliva la collina facendo la strada stretta, girava alla fontana ed era arrivato; al cancello trovava sempre il cane a fargli festa.
Quella mattina non c’era, lo vide invece più in là abbaiare verso il basso dove c’era il recinto della pecora Susy . Quel senso dell’ineluttabile di cui si parlava lo pervase quasi subito, solo sperò di essere arrivato in tempo (aveva sempre pensato di poter arrivare in tempo) per salvare quello che c’era da salvare. Cercò Susy nell’ovile non c’era, al suo posto trovò un cane di mezza taglia che si riparava dalla pioggia. Marcovaldo si avvicinò al cancelletto della recinzione; “Se il cane è qui non l’ha ancora attaccata, faccio in tempo…” pensò. Poi guardò in basso verso il secondo terrazzamento e la vide; era sdraiata tra l’erba e due cani le sbranavano la pancia.
Marcovaldo aprì il cancello e scese, il cane di mezza taglia fuggì e raggiunse gli altri due, un pastore tedesco e un pastore maremmano. Non c’era più nulla da fare, Susy era morta e aveva le viscere di fuori. Ora erano accovacciati vicino a lei; Marcovaldo pensò che se avesse avuto un fucile li avrebbe uccisi tutti e tre. Risalì il sentiero, in mezzo all’erba ciuffi di lana sparsi; aveva provato a scappare mentre i cani l’assalivano. Prelevò dal deposito un’ascia e ridiscese; facendo attenzione ai cani si avvicinò al corpo e lo toccò, non era ancora freddo; gli occhi sbarrati e ancora lucidi. Cacciò un urlo disumano, come gli capitava di fare quando realizzava la totale irrimediabilità degli eventi.
Aveva paura ma l’ascia pronta camminò verso i cani che indietreggiarono, arrivarono all’altezza del pertugio che avevano ricavato nelle rete di recinzione e sparirono.
Era fradicio d’acqua, la pioggia gocciolava dalla visiera del cappello, gli pareva tutto finto. Quando smise di piovere recuperò una zappa e scavò una buca grande, ci volle tempo era un posto pieno di radici. Afferrò la pecora per le zampe posteriori e la trascinò all’interno, poi coprì tutto per bene. La schiena gli doleva.

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La mia riserva di incomunicabilità

Che poi comunicare non è obbligatorio; cioè non te lo può prescrivere il medico. Uno dice: “ E’ bello, io senza non saprei vivere”; beh anche a me piace però io saprei viverci. Ho una riserva di incomunicabilità come i cammelli hanno quella d’acqua; potrei stare mesi senza comunicare, senza mandare alcun tipo di quei messaggi sonori, visivi e scritti che di solito si mandano. Non che in tali frangenti io resti inerte, piuttosto sono periodi di permafrost in cui i semi restano gelati sotto terra e devo attendere che germoglino per parlarne. Non è una cosa bella da dirsi perché a più d’uno può dare il senso della sufficienza e del distacco aristocratico ostentato, beh non è così.
Comunicare, farlo la prima volta, è bello però; è un rampino lanciato sul bastione del castello che si vuole conquistare. Ho sempre avuto come più donne che uomini tra gli amici blogger e non per i possibili rimorchi, piuttosto trovo gli uomini quasi sempre banali, le donne quasi mai. Ricordo quella volta, erano i primi giorni in un blog che nemmeno ricordo, venne a visitarmi una blogger. Vidi il suo avatar scintillante comparire sullo schermo e le inviai un messaggio privato: “ Ehi ciao come stai, posso segnarti come amica?” non la vidi più né ho memoria del suo avatar. Chissà cosa aveva pensato o cosa temeva volessi farle; forse il rampino l’aveva colpita dritto nell’occhio o forse le ero antipatico d’acchito, non so.
Certo è che non tutti i tentativi di comunicazioni vanno a buon fine, alcuni sono segnali di fumo che si perdono nell’aria, altri trovano risposta con altri segnali e se ci sono cose da dire si continua; d’altra parte è così che va il mondo, per urti magari fortuiti divenuti legami.
Non è facile comunicare con me. Incostante come già detto, farraginoso e aleatorio a volte, indolente o troppo esigente delle altre, corro il rischio di arare qualsiasi terreno disarticolandone oltremodo le zolle. Il tempo mi ha reso più tenero e leggermente più malleabile, ma solo un poco Scusatemi.

L’amore spiegato a mio figlio

– Papà come ci si innamora?
La domanda mi sorprende perché è la stessa che feci a mio padre anni fa e lui rispose “Non si sa, capita” cosa che mi lasciò deluso. Che vuol dire capita, può essere pensai che non ci sia una spiegazione logica all’innamoramento? Decido di voler essere più esaustivo e rispondo:
– Ci si innamora quando si incontra una persona e la pensiamo, la pensiamo, la pensiamo e non ci stanchiamo mai.
– Io penso sempre a Greta, sono innamorato?
– Evviva si!
– Ma non glielo ho detto ancora, come si fa?

La prima volta che dovetti dichiararmi cincischiai a tal punto che lei mi disse: “ Non dirmi che sei innamorato di me?”
“Si.”
Si chiamava Marcella e un giorno mentre l’aspettavo sotto casa apparve dietro la tenda con solo gli slip addosso che si stava preparando.

– Gli dici semplicemente: “Greta ti vuoi fidanzare con me?” Se anche tu gli piaci dirà di si.

Qual’è la cosa più bella da dire a una donna, vabbè quella che ti esce dal cuore, e poi “Ti amo” “Sei unica”?
Mah, mi paiono modi di dire in qualche modo egoisti che fanno leva sul bisogno di conferme di ciascuno di noi. Dire ti amo è in fondo una manifestazione del proprio sé; io ti amo perché esisto; così come “Sei unica” è un tentativo di comparazione; posso dire che lo sei solo dopo averti comparato alle altre. Invece che bello dirle “Sei grande”; è un complimento che totalizza, sei grande sempre, che tu stia con me o no.

– Si e cammineremo mano nella mano come i fidanzati grandi. E con i miei amichetti non uscirò più?
– Ma certo che ci uscirai, non starle troppo appiccicato eh… che poi si stanca e ti stanchi pure tu.
– No, non mi stanco io.

Gira con la bicicletta attorno all’aiuola e a me viene in mente una canzone vecchissima che faceva:
“e mi dicevi ti voglio bene
te ne voglio ma non conviene innamorarsi
e perdere la libertà.”

L’amore fa perdere la libertà? Beh si, l’amore vincola, crea un flusso, lo incanala; lava che risale il canale magmatico bella, incandescente e rossa; un fiume su cui potresti navigare.
Messa così la cosa l’amore non è uno spazio libero è piuttosto un percorso, un fiume che discendi con il panorama attorno sempre diverso fino al mare. Nè il mare è la fine dell’amore piuttosto il suo compimento, la sua realizzazione placida; il nuotarci, il fenderlo è un rapporto amoroso bello e buono e anche l’immergersi lo è. Non è libero l’amore no, se lo fosse sarebbe pura animalità.

Gli sistemo la sella e gli allento il freno, ora corre più spedito.

– La porterò in bicicletta, chissà se sa fare le salite. Secondo me l’ha detto alla mamma, ieri mi hanno sorriso tutte e due.
– Evvai! Quando le mamme sono d’accordo è fatta! Festeggiamo con un gelato?
– Si, al limone!
– Papà, perché due si debbono lasciare? Io voglio stare sempre con lei.
– Ma cosa dici, certo che starete sempre insieme.

Le storie d’amore cominciano e si consumano; lo stesso mare di prima ci travolge e ci fa dispersi. Ricordi il primo incontro? Io si, ricordo le parole, la faccia che facesti.
Quanti ne hai conosciuti dopo di me e quante ne ho conosciute io? Dove sono adesso, cosa sono diventati? Lanterne, lanterne che si muovono nel vento.

– Buongiorno! Un cono al cioccolato per me, uno al limone per il ragazzo, festeggiamo un fidanzamento.
– Papà!

Ex cathedra di gennaio e febbraio 2013

Matita

GENNAIO 2013

Mercoledì 2. Mezzogiorno, piove, auto in coda, io in una di queste. Sul marciapiede una coppia cammina con le buste della spesa; a un certo punto lui si ferma, la chiama per nome, l’attira a sé e la bacia. Della scena mi ha colpito l’omaggio sfrontato e puro rivolto al mondo, il dinamismo agile dei loro corpi contrapposto alla banale staticità del mio.

Lunedì 7. Finché Mark Knopfler suonerà la sua chitarra il mondo non avrà il diritto di finire.

Mercoledì 9. Non dovremmo mai consentire al senso di colpa di prendere il sopravvento, nemmeno dopo aver mangiato tutta la cioccolata destinata al proprio figlio di sette anni.

Sabato 12. Ho sbagliato anch’io su Monti; un primo ministro con le scarpe da ballo avrebbe dovuto insospettirmi.

Lunedi 14. Mi piace aggirarmi per i mercati rionali con l’aria di chi indaga: guardo a destra e a sinistra, scruto, do occhiate all’ambulante, faccio finta di controllare se batte gli scontrini.
Se non mi doveste vedere più cercatemi a pezzi tra gli scarti del fruttivendolo, nel concime del vivaista o nel frigo del salumiere.

Mercoledì 16. Non diamo ai nostri blog troppa responsabilità né attribuiamogli alcunché di taumaturgico o di salvifico; non salveranno gli altri, non salveranno noi. Usiamoli invece come si usa un cucchiaio o un bicchiere o un gilet; trattiamoli con stessa la manualità con cui i muratori spalmano la calce sul mattone..

Venerdì 18. Non si parla che della classe media, di quella operaia nessuno dice nulla. La classe operaia, quella che non manda più i figli in piscina e tra un po’ non li manderà alla gita scolastica; quella che il redditometro è una parola sul giornale.

Lunedì 21. Secondo i giudici: “ Cosentino contribuiva con continuità e stabilità, sin dagli anni ’90, a rafforzare vertici e attività del gruppo camorrista che faceva capo alle famiglie Bidognetti e Schiavone, dal quale sodalizio riceveva puntuale sostegno elettorale.”
Comprendo le difficoltà del PDL a rinunciare a tanta sana mercede.

Martedì 22. Quando vedo una donna lavorare, fare la spesa, prendere i figli a scuola, stirare cucinare, pensare agli altri, il tutto con poche o zero pause, ho consapevolezza piena delle uniche due funzioni che di contro il maschio riesce a svolgere con merito: quella riproduttiva e quella di tifoso.

Sabato 26. Una buona quota della considerazione di sé è data dai followers che si hanno: più sono tanto più alta è. E se una mattina sparissero d’incanto? Lo so, il solo pensiero fa tremare le vene e i polsi…

Lunedì 28. Verrebbe voglia anche a me di portare a spasso il cane; profumato e impomatato col peletto fru fru come ce l’hanno gli altri. “Vieni Cicci” “Sta buono Lampo!” “A cuccia Jolly!” Solo che al mio il collare non l’ho mai messo e il guinzaglio non sa cos’è; si chiama Berta.

FEBBRAIO 2013

Martedì 5. Non ci sono soldi per comprare più nulla, mi preparo al ritorno del baratto. Viaggio con un cosciotto d’agnello, un’ala di pollo, due orate e tre finocchi; a questi ultimi tengo molto, valgono tre caffè.

Sabato 9. L’ultimo singolo di Vasco “L’uomo più semplice” rafforza in me la convinzione che raggiunti i 60 anni ciascuno di noi dovrebbe smettere o ridurre all’essenziale la propria attività intellettuale. Vale ancora di più per gli artisti il cui estro abbondantemente sfruttato rischia di trasformarsi a tale età in banalità assoluta.

Lunedì 11. Dal tabaccaio per una fotocopia. “Quant’è?” ”10 centesimi” ma batte uno scontrino da 5. Lo guardo e mi fa: “Le cose non si mettono bene”. Non ho parole, non ho più parole per oppormi al baratro insensato in cui stiamo finendo, così sono andato via in silenzio, contento alla fine di avergli fatto risparmiare almeno 2 cent tra Iva, Irap e Irpef.

Giovedì 14. “Vuole provare?” dice la ragazza del negozio vedendomi davanti al cartello FOTODEPILAZIONE esposto in vetrina. “No grazie, guardavo solo…”
Però a pensarci bene tutto depilato a San Valentino farei un figurone, sembrerei un grazioso orsetto di porcellana; diciamo meglio un salvadanaio.

Venerdì 15. Convegno interessantissimo poco fuori Roma. Arrivo con leggero anticipo e parcheggio; non vedo hostess. Chiedo a due giardinieri. “Ma non c’è un convegno?”
“Convegno? Nun sapemo gniente”
“Come niente qui alle nove deve esserci un convegno!”
Poi lo sguardo mi cade sul foglio del programma buttato sul sedile: “ Venerdì 15 marzo 2013 ore 9,00”.

Lunedì 18. Ieri su WP ho avuto 10 visite provenienti dal Vaticano e la cosa mi ha messo un poco in soggezione; mi è sembrata la venuta di una speciale di commissione esaminatrice, emissari di un occhio ultraterreno posato su di me. Papa no, vi prego.

Mercoledì 20. Ho sognato che pranzavo al ristorante, poi ho chiesto il conto e dopo averlo guardato mi sono svegliato. La cosa strana è che mi sono svegliato apposta; ho pensato: “Adesso mi sveglio così non pago il conto.” Peccato che adesso non ci possa più tornare, si mangiava bene.

Sabato 23. Piove sulle urne, sui soldi contati, su quelli che circondano, sui circondati. Piove sul voto utile, sugli esodati, sulle pance piene, su quelle affamate. Piove sul tuo tetto, sul semenzaio e su di me che mi riparo da un fioraio.

Martedì 26. Non ci illudiamo che sia sempre colpa degli altri, a volte ad avercela con noi siamo solo noi stessi.

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