ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Una sconfitta

Marcovaldo lo sapeva che niente dura per sempre, ciò nonostante non aveva mai smesso di lottare per quello a cui teneva, “l’uomo vale per quello che fa” amava ripetere; se lo ripeteva anche quando un vago senso di ineluttabilità avvolgeva lui e il suo velleitarismo da don Chisciotte.
La domenica mattina in campagna ci andava presto, risaliva la collina facendo la strada stretta, girava alla fontana ed era arrivato; al cancello trovava sempre il cane a fargli festa.
Quella mattina non c’era, lo vide invece più in là abbaiare verso il basso dove c’era il recinto della pecora Susy . Quel senso dell’ineluttabile di cui si parlava lo pervase quasi subito, solo sperò di essere arrivato in tempo (aveva sempre pensato di poter arrivare in tempo) per salvare quello che c’era da salvare. Cercò Susy nell’ovile non c’era, al suo posto trovò un cane di mezza taglia che si riparava dalla pioggia. Marcovaldo si avvicinò al cancelletto della recinzione; “Se il cane è qui non l’ha ancora attaccata, faccio in tempo…” pensò. Poi guardò in basso verso il secondo terrazzamento e la vide; era sdraiata tra l’erba e due cani le sbranavano la pancia.
Marcovaldo aprì il cancello e scese, il cane di mezza taglia fuggì e raggiunse gli altri due, un pastore tedesco e un pastore maremmano. Non c’era più nulla da fare, Susy era morta e aveva le viscere di fuori. Ora erano accovacciati vicino a lei; Marcovaldo pensò che se avesse avuto un fucile li avrebbe uccisi tutti e tre. Risalì il sentiero, in mezzo all’erba ciuffi di lana sparsi; aveva provato a scappare mentre i cani l’assalivano. Prelevò dal deposito un’ascia e ridiscese; facendo attenzione ai cani si avvicinò al corpo e lo toccò, non era ancora freddo; gli occhi sbarrati e ancora lucidi. Cacciò un urlo disumano, come gli capitava di fare quando realizzava la totale irrimediabilità degli eventi.
Aveva paura ma l’ascia pronta camminò verso i cani che indietreggiarono, arrivarono all’altezza del pertugio che avevano ricavato nelle rete di recinzione e sparirono.
Era fradicio d’acqua, la pioggia gocciolava dalla visiera del cappello, gli pareva tutto finto. Quando smise di piovere recuperò una zappa e scavò una buca grande, ci volle tempo era un posto pieno di radici. Afferrò la pecora per le zampe posteriori e la trascinò all’interno, poi coprì tutto per bene. La schiena gli doleva.

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3 pensieri su “Una sconfitta

  1. La Dona in ha detto:

    Mi dispiace molto, con i tuoi racconti l’hai resa anche un po’ nostra.

  2. che tristezza…

  3. La vita è anche questo, e certe ineluttabilità sembrano voler solo ricordare che non tutto può la nostra forza, la nostra volontà.
    Non per questo bisogna fermarsi, e tu non lo fai mai.
    Andare avanti è l’unico modo di superare, e dobbiamo farlo a testa sufficientemente alta… sono parole tue, che amo ripescare all’occorrenza e che tanto mi sono state d’aiuto.
    un abbraccio

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