ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “aprile, 2013”

A Firenze per il saggio

Si sale in una comitiva di auto che paiono i panzer della Wehrmacht. Ad Attigliano cede la prima stroncata dalla mancanza di corrente a Fabro la seconda da un sensore di giri che non va. Le lasciamo coi loro equipaggi alle cure dei meccanici e proseguiamo. Ah queste auto del sud…
La mia fa il suo dovere e nel pomeriggio sono a Firenze; una doccia in albergo e poi in centro. Santa Maria Novella, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Piazza Duomo; alla luce della sera sono apparizioni che non crederesti provenire da questo mondo. Bellissima; le sue piazze e le sue gonne mozzafiato.
Firenze, piazza Duomo

Il giorno dopo il saggio musicale dei ragazzi di scuola media. Dialetti veneti, emiliani e siciliani insieme; chitarre, archetti di violino, bacchette, sassofoni, spartiti; l’orchestra di Linguaglossa ha solo 18 elementi ma bravi e hanno delle belle divise. I miei oggi suonano il clarino in un ensemble, li vado a vedere il pomeriggio nella saletta di un convento. Piccoli uomini con i primi peli di barba, ma i volti hanno già lineamenti da grandi e se li guardi negli occhi ci può vedere come saranno; le ragazze hanno i fianchi già belli accennati, i reggiseni sotto le magliette e le facce da donna.
A vederli così nella luce del primo pomeriggio sono tante perle infilate a un unico grande filo; almeno così mi paiono mentre li fotografo da dietro.
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Le viti di qui

L’inverno sedimenta le mie forze, diventa un buen retiro utile a leccarsi le ferite e ragionare di questo e di quell’ altro, magari dietro una finestra o sotto un portico mentre fuori piove. Ma se la vita ha un senso è per il tributo di fatica che richiede così che il rialzarsi mi è sempre piaciuto più del riposo.
Le viti hanno germogliato ma la pioggia mi ha impedito di mettere piede nella vigna; ora che ha smesso bisogna concimare la terra e rivoltarla con la fresa. Nei filari l’erba è alta, troppo per non restare impigliata tra le zappette così approfitto del pomeriggio di sole per falciarla; oltre a fare da concime formerà una coltre anaerobica che impedirà l’ingresso di luce e ossigeno così le malerbe non germoglieranno. I tralci fino a ieri sommersi dal trifoglio emergono a nuova luce; l’erba tagliata è un tappeto morbido che odora di umido.
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C’è il sole, il terreno asciuga presto. Con la zappa rivolto il terreno attorno ai tralci dove nessuna motozappa può arrivare senza danneggiarli. Ogni colpo è un tonfo, la lama affonda, la terra nuova emerge. Amo in maniera particolare questo attrezzo, mi piace la catena di muscoli che mette in tensione, l’arco che disegna mentre si libra nell’aria e l’impatto risolutivo con il terreno.
Alla fine quattrocento viti sono vangate, una linea sottile di terra fresca percorre i filari.
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E’ il momento di fresare. Quest’anno la “vecchia” mi ha fatto penare; prima la sostituzione del collettore di aspirazione dell’aria, introvabile dai ricambisti e recuperato da un demolitore, poi il carburatore; la vecchia Formica 2T si è fatta desiderare ma quando la metti in marcia e la vedi danzare tra le zolle pensi che è valsa la pena starle dietro e anche lei lo pensa visto come si mette in posa per farsi fotografare.
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Lavoro con la prima marcia; meglio andare piano e rivoltare la terra in profondità che andare veloce e rimescolare appena il terreno. Attenti ai tralci, colpirli vuol dire vanificare il lavoro di anni, attenti anche ai sobbalzi. Lungo ogni filare ci passo tre volte di modo che la terra ne esca frantumata e il concime ben disperso da scomparire alla vista. Quando ho finito il vigneto ha una luce nuova e i colori saturi.
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La vite durante l’inverno ha riposato, ma ora ha già messo i primi germogli; presto si arrampicheranno sui fili e dovranno essere legati, poi il rame e lo zolfo ogni settimana, i primi grappoli dagli acini piccolissimi; tra i giovani tralci faranno il nido i merli. Le foglie diventeranno grandi a prendersi tutti i raggi del sole, alcune quando tira il vento faranno “frrrrrr…”, sembrerà ci cantino una canzone.
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Stazioni

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In tempi passati ho preso il treno più spesso oggi meno; dei miei viaggi ho amato molto le stazioni. Nell’attesa del treno me le giravo tutte; dall’edicola, alla fontana con i pesci rossi, alla voliera; mi affacciavo nell’ufficio del capostazione con gli scambi sul pannello elettronico, i binari e le lucette lampeggianti.
Quando sentivo: “Attenzione allontanarsi dal primo binario treno in transito” invece mi avvicinavo. Mi piaceva entrare nell’orbita distruttrice del treno in corsa, assordarmi col suo sferragliare potente, mi piaceva il vuoto d’aria che creava e il risucchio, i pezzi di carta che volavano.
Nelle stazioni i muri sono pieni di scritte, passavo il tempo a leggerle cercando quella più bella o semplicemente la più vecchia; dove sarà adesso chi la scrisse, quale espressione nei suoi occhi, avrà bambini, dove abiterà e che penserà di quel tempo.
Gente che aspetta, il naso all’insù, gli occhi sul tabellone delle partenze; le valige e i borsoni contengono tutto di loro; dal rasoio, allo spazzolino, dai reggiseni, ai tamponi, le calze, la canottiera con il buco, una fotografia. Ora io non so cosa ci sia di più bello del partire; a me che sono un sentimentale piacciono i saluti sotto al treno, quando uno dei due parte; mi piacciono le lacrime, in genere di lei, che lo stringe, lui che l’abbraccia e le accarezza la schiena sul paltò. Se le lacrime di stazione potessero cadere su un prato invece che sul marciapiede verrebbe fuori un prato fiorito di quelli grandi.
“E’ in arrivo sul terzo binario intercity per….” Ecco arriva, tutto è compiuto, non c’è che da salire. “Ciao, chiamami quando arrivi” “Si ti chiamo, ciao”
Lei gli lancia un bacio da giù, lui glielo rimanda e la saluta, il treno parte e lui scompare.
Ma col treno si arriva anche. Io dell’arrivo me ne accorgevo dall’odore del mare; di notte le luci del golfo apparivano proprio dopo la galleria e io riconoscevo le chiese e il municipio o il campo di calcio; e a chi ti aspetta giù vorresti dire già dallo scompartimento: “Sono qui sono tornato”.
Non ricordo chi disse: “Se non torni diverso da come sei partito non hai viaggiato”. Non credo sia vero per quanto mi riguarda, io sono sempre lo stesso; è il mio grande difetto o la mia grande virtù.
Se le grandi stazioni sono delle città affollate quelle piccole sono eremi che si animano di rado; quattro binari, un sottopassaggio e un orologio. Quella della foto il sole del primo pomeriggio la pennella con colori pastello; la campanella che annuncia del treno pare chiamare un intero popolo a raccolta ma siamo solo io e uno più in là.

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