ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Stazioni

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In tempi passati ho preso il treno più spesso oggi meno; dei miei viaggi ho amato molto le stazioni. Nell’attesa del treno me le giravo tutte; dall’edicola, alla fontana con i pesci rossi, alla voliera; mi affacciavo nell’ufficio del capostazione con gli scambi sul pannello elettronico, i binari e le lucette lampeggianti.
Quando sentivo: “Attenzione allontanarsi dal primo binario treno in transito” invece mi avvicinavo. Mi piaceva entrare nell’orbita distruttrice del treno in corsa, assordarmi col suo sferragliare potente, mi piaceva il vuoto d’aria che creava e il risucchio, i pezzi di carta che volavano.
Nelle stazioni i muri sono pieni di scritte, passavo il tempo a leggerle cercando quella più bella o semplicemente la più vecchia; dove sarà adesso chi la scrisse, quale espressione nei suoi occhi, avrà bambini, dove abiterà e che penserà di quel tempo.
Gente che aspetta, il naso all’insù, gli occhi sul tabellone delle partenze; le valige e i borsoni contengono tutto di loro; dal rasoio, allo spazzolino, dai reggiseni, ai tamponi, le calze, la canottiera con il buco, una fotografia. Ora io non so cosa ci sia di più bello del partire; a me che sono un sentimentale piacciono i saluti sotto al treno, quando uno dei due parte; mi piacciono le lacrime, in genere di lei, che lo stringe, lui che l’abbraccia e le accarezza la schiena sul paltò. Se le lacrime di stazione potessero cadere su un prato invece che sul marciapiede verrebbe fuori un prato fiorito di quelli grandi.
“E’ in arrivo sul terzo binario intercity per….” Ecco arriva, tutto è compiuto, non c’è che da salire. “Ciao, chiamami quando arrivi” “Si ti chiamo, ciao”
Lei gli lancia un bacio da giù, lui glielo rimanda e la saluta, il treno parte e lui scompare.
Ma col treno si arriva anche. Io dell’arrivo me ne accorgevo dall’odore del mare; di notte le luci del golfo apparivano proprio dopo la galleria e io riconoscevo le chiese e il municipio o il campo di calcio; e a chi ti aspetta giù vorresti dire già dallo scompartimento: “Sono qui sono tornato”.
Non ricordo chi disse: “Se non torni diverso da come sei partito non hai viaggiato”. Non credo sia vero per quanto mi riguarda, io sono sempre lo stesso; è il mio grande difetto o la mia grande virtù.
Se le grandi stazioni sono delle città affollate quelle piccole sono eremi che si animano di rado; quattro binari, un sottopassaggio e un orologio. Quella della foto il sole del primo pomeriggio la pennella con colori pastello; la campanella che annuncia del treno pare chiamare un intero popolo a raccolta ma siamo solo io e uno più in là.

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