ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “maggio, 2013”

Le viti e il vento

Volevo scrivere un pezzo sulla fioritura della vite; parlarvi dell’impollinazione, gli stami, il gineceo, le temperature. Ma domenica c’era vento, un vento poderoso che non avevo mai visto nel vigneto.
Se mi avesse preso con sè avrei fatto il giro del mondo in un battibaleno, magari sarei passato anche dalle vostre parti e dall’alto vi avrei fatto ciao ciao con la manina ma non mi avreste visto che nessuno si aspetta che qualcuno gli arrivi da sopra col vento. Eppure un vento così qualche senso deve avercelo, non può essere solo un spostar di nubi e polvere; forse viene per divellere l’esistente, sommuoverlo, rivoltarlo, renderlo fertile a nuovi semi.
Non so dire le sensazioni che mi ha trasmesso, ma erano di forza e di calma assieme.
Mi è venuto naturale riprenderlo; della fioritura parlerò un’altra volta.

Vicoli

200520131871

Due salti e sono nei vicoli. Li faccio spesso, un po’ per ricordarmi chi sono e da dove vengo, un po’ per necessità che certi negozietti sono lì e in nessuna altra parte. C’è ancora una merceria dove da piccolo entravo a comprare il cotone per mia madre; non c’è più la macelleria dove mi mandavano a comprare le fettine di colarda o la pasticceria dalle buone liquirizie.
Per ricordare chi sono e da dove vengo perché qui sono nato e cresciuto; di questi vicoli conosco gli angoli e le pietre fresche dei muri su cui appoggiavo la faccia mentre con il fucile a molla aspettavo i nemici. C’era anche, ma non saprei indicarlo, un balcone disabitato da cui saltavo loro addosso, o l’anfratto dove la cagna partoriva che la mattina le vedevi i figli e io le portavo una giacca vecchia su cui potesse stare calda.
Scalinate strette e ripide, una vertigine, due salti e sono nei vicoli. Non sono tutti uguali no, c’è quello che il sole ci entra anche se per poco e quelli che non lo vedono mai; quelli lato mare sono per tradizione dei pescatori e sopra i portoni oltre alla data c‘è sempre incisa un’ancora; quelli lato terra dei contadini, su molti muri c’è ancora un anello di ferro dove si legava l’asino per la notte.
Sugli usci le più anziane a confabulare, in qualche modo mi riconoscono, una dice:
“E’ il figlio di Maria, quella che ha sposato Sandrino tornato dal Venezuela.”
“Uguale alla madre…” fa l’altra.
Uguale a mia madre si, gli stessi occhi.
Le case sono così vicine che il sale a quella di fronte glielo passavi dal balcone, così vicine che quando facevano l’amore il piacere era un gorgoglio sonoro (quelli degli uomini mi parevano gloglottii di tacchino, quelli delle donne, più taciti, momentanee perdite di equilibrio) che dal mio lettino sentivo distintamente e mia madre a cui chiedevo di quei versi strani rispondeva: “Nulla, qualcuno che si sente male”.
Qui dove c’era un calzolaio ha aperto una rivendita di sigarette elettroniche e più in là dove c’era la pasticceria uno che fa i tatuaggi. La chiesa che mi ha battezzato è invece uguale ad allora, San Giacomo si chiama; ancora oggi fanno il presepe con San Giuseppe e la Madonna grandi grandi e i pastori più piccoli di Gesù Bambino.

La voce delle donne

Mario Sironi.  L'allieva (1924)

Mario Sironi.
L’allieva (1924)

Così mi succede delle volte di restare attratto dalla voce delle donne, non accade per cavalleria o desiderio piuttosto per curiosità. In strada, sul lavoro, nel tran tran di tutti i giorni, la voce di una donna la pesco in mezzo a mille maschili e mi capita quasi sempre di preferirla alle altre; suscita in me un’attenzione precisa diventando una banderuola al vento di cui mi piace guardare il movimento.
So bene trattarsi di pura questione biologica, di corde vocali le loro più corte delle mie ma non basta, la voce delle donne conserva qualcosa di tenace e di arcano che non so spiegare; a me pare il folto di un campo di grano giallo pieno, con i papaveri e i nidi delle quaglie. E’ un mistero sul quale, seguendo la tessitura e il timbro, più di una volta mi sono inerpicato arrampicandomi sulla bocca, facendomi cadere nella trachea e poi giù lungo la laringe fino alla cassa toracica. Ah ci ho sentito un cuore che batte, come quello mio si, anzi no, batte più forte. Dev’essere così; la voce delle donne prima di arrivare all’esterno qualunque cosa dica passa vicino al cuore, in un modo che noi uomini non sappiamo fare. “Sai vorrei dirti…” “Ti cucino la minestra o la pastasciutta?”. “Se mi lasci non vivo più.”
Ha un che di pulviscolare la voce delle donne, una via lattea che la percorrerei tutta, chissà che non mi porti verso l’essenziale, verso l’origine di tutte le cose. Allo stesso modo anche le loro risa hanno un che di maestoso (a volte le faccio ridere solo per sentirle risuonare), come maestosi sono i silenzi con le parole chiuse in un angolo del polmone. Anche il loro pianto ha una voce; quello della tua lo puoi riconoscere tra mille.
Poi quando cantano… Quando cantano faccio finta di tapparmi le orecchie ma è per celia che in verità mi piace sempre. Siete corde di mille chitarre.
Un pomeriggio in quel di Monterchi capitai di fronte alla “Madonna del Parto” di Piero della Francesca. Quel taglio verticale sulla veste, il volto teso, l’attesa austera del dolore che trapelava dai suoi occhi mi lasciarono attonito da farmi uscire un: “Stai per soffrire…”
E lei disse : “Si.”

Una scheggia nella mano

“ Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti precisamente – avendo poco o punto denaro in tasca, e nulla in particolare che m’interessasse a riva pensai di prendere il largo per un po’ e di vedere la parte acquea del mondo”. Comincia così con uno dei più folgoranti incipit della letteratura il “Moby Dick” di Melville.
Per conto mio a riva ho parecchi interessi e la barca nemmeno è a punto così il 25 aprile non avendo nulla in particolare da fare ho pensato di rinfrescarne i portelloni di legno.
Comincio. Ha quattro portelloni la mia barca, finisco di scartavetrare il terzo quando la mano nel suo movimento di andirivieni incontra una scheggia proprio sull’ultima stecca e vi si infigge; è una scheggia di multistrato marino di circa sette cm. Il suo ingresso nel palmo non mi causa dolore, piuttosto la sensazione di un inoculo insidioso; guardo la mano, il frammento fuoriesce come le frecce degli indiani quando nei film colpiscono i nostri; lo estraggo e verifico che la mano non sanguini; non sanguina.
Oltre alla già detta sensazione di invasione arbitraria continuo a non sentire dolore così con la sinistra finisco di scartavetrare il quarto portellone poi ripongo gli attrezzi e vado al pronto soccorso.
– E’ allergico, ha problemi diabetici, cardiaci…? – chiede l’infermiera di turno
– No.
Il dottore non c’è, quando arriva mi accorgo che stava dormendo; gli chiedo di aprire la ferita e controllare se vi siano schegge.
– Meglio di no, se ci sono verranno in superficie da sole. – prescrive un antibiotico, dice all’infermiera di medicare e va via.
Nei tre successivi giorni la mano rimane gonfia, ho difficoltà a muoverla, dalla ferita fuoriescono piccolissimi frammenti di schegge.
Il quinto giorno continua a farmi male, torno al pronto soccorso dove trovo lo stesso medico dell’altra volta. Voglio che me la apra e controlli cosa c’è.
– Va bene. – fa lui.
Mi stendo sul lettino e comincia a incidere. Gli dico che mi sta facendo o male.
– Tanto o poco…?
– Tanto…
– Allora facciamo un’anestesia… – sento l’ago entrare nella mano.
Riprende a incidere e a spremere; guardo solo alla fine, il lenzuolo è rosso di sangue e siero.
– Ecco fatto la ferita è pulita ma lei continui con l’antibiotico.
Il giorno dopo la mano non è più così gonfia ma non piego il pollice, se lo faccio sento una fitta lancinante; dalla ferita continuano a fuoriuscire piccolissimi frammenti di legno, li tolgo con l’ago disinfettato sulla fiamma.
La notte successiva dormo sufficientemente tranquillo; l’indomani continuo a non muovere il pollice. Nella serata a 3-4 mm dalla superficie vedo apparire un agglomerato nero che reputo un ulteriore frammento, cerco di agganciarlo con l’ago, inutilmente; decido di immergere la mano in acqua calda così da ammorbidire i tessuti.
Dopo l’immersione la pelle è soffice e dilatata così tento un altro sistema; premo con le dita le zone circostanti la ferita in modo da favorire l’espulsione di quello che c’è; fa male ma qualcosa si muove. Poi non credo ai miei occhi; come un missiletto con poca carica una scheggia acuminata di 3 cm schizza fuori e ricade sul palmo; eccola.
010520131820

Domenica finirò di verniciare i portelloni poi prenderò il largo per un po’.

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