ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

La voce delle donne

Mario Sironi.  L'allieva (1924)

Mario Sironi.
L’allieva (1924)

Così mi succede delle volte di restare attratto dalla voce delle donne, non accade per cavalleria o desiderio piuttosto per curiosità. In strada, sul lavoro, nel tran tran di tutti i giorni, la voce di una donna la pesco in mezzo a mille maschili e mi capita quasi sempre di preferirla alle altre; suscita in me un’attenzione precisa diventando una banderuola al vento di cui mi piace guardare il movimento.
So bene trattarsi di pura questione biologica, di corde vocali le loro più corte delle mie ma non basta, la voce delle donne conserva qualcosa di tenace e di arcano che non so spiegare; a me pare il folto di un campo di grano giallo pieno, con i papaveri e i nidi delle quaglie. E’ un mistero sul quale, seguendo la tessitura e il timbro, più di una volta mi sono inerpicato arrampicandomi sulla bocca, facendomi cadere nella trachea e poi giù lungo la laringe fino alla cassa toracica. Ah ci ho sentito un cuore che batte, come quello mio si, anzi no, batte più forte. Dev’essere così; la voce delle donne prima di arrivare all’esterno qualunque cosa dica passa vicino al cuore, in un modo che noi uomini non sappiamo fare. “Sai vorrei dirti…” “Ti cucino la minestra o la pastasciutta?”. “Se mi lasci non vivo più.”
Ha un che di pulviscolare la voce delle donne, una via lattea che la percorrerei tutta, chissà che non mi porti verso l’essenziale, verso l’origine di tutte le cose. Allo stesso modo anche le loro risa hanno un che di maestoso (a volte le faccio ridere solo per sentirle risuonare), come maestosi sono i silenzi con le parole chiuse in un angolo del polmone. Anche il loro pianto ha una voce; quello della tua lo puoi riconoscere tra mille.
Poi quando cantano… Quando cantano faccio finta di tapparmi le orecchie ma è per celia che in verità mi piace sempre. Siete corde di mille chitarre.
Un pomeriggio in quel di Monterchi capitai di fronte alla “Madonna del Parto” di Piero della Francesca. Quel taglio verticale sulla veste, il volto teso, l’attesa austera del dolore che trapelava dai suoi occhi mi lasciarono attonito da farmi uscire un: “Stai per soffrire…”
E lei disse : “Si.”

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