ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “agosto, 2013”

” I’ te vurria vasà” cantata da me

Cara Loula, “La canzone del Piave” non è nelle mie corde così pure (per quanto il titolo mi rappresenti non poco) “Vecchio scarpone”; entrambe troppo marziali e ridondanti. “I te vurria vasà” la sento più mia (sono del sud e qualunque lenza lanci mi torna con all’amo qualcosa di napoletano) per cui un po’ per gioco un po’ perché ogni promessa è debito soddisferò la richiesta di m. e la canterò a cappella; la prima strofa e il ritornello che farla tutta mi pareva uno sproposito.
L’ho registrata in macchina nel tardo pomeriggio mentre fuori pioveva e non è stato un male poiché lo scosciare della pioggia oltre a fare da insperato sottofondo ha coperto più di qualche mia incertezza. Ero in campagna e il piccolo quadrupede che vedete allontanarsi a un certo punto è il mio cane; il fatto che non sia riuscito a sentirla fino alla fine un po’ mi preoccupa anche se credo a spaventarlo siano stati più i tuoni (era una vera bufera) che la mia voce.

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Io alla guerra

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Una vecchia sedia di legno tra i massi calcarei all’ombra di un pino, tra le mani una copia di “Sturmtruppen”; questo pomeriggio d’agosto mi riposo su un versante di una collina, il mare azzurro sotto, alla stessa quota dei gabbiani.
Poco più in basso i ragazzi giocano con gli amichetti, le loro grida scoppiettano; le voci delle donne sedute al tavolo diventano cantilena, il sottofondo al mio dormiveglia.
Siamo armati dell’essenziale, dobbiamo riconquistare una collina da cui si domina la strada, è una zona che conosco come le mie tasche. Durante la notte la risaliamo il versante opposto, il nemico lo prendiamo alle spalle; arriviamo prima dell’alba, piazziamo le mitragliatrici e ci disponiamo a ventaglio, a un cenno attacchiamo. I tedeschi paiono spaesati, la posizione dall’alto ci favorisce; neutralizziamo due postazioni e un deposito di armi, si ritirano dietro due case coloniche per organizzarsi. Non sono ancora le otto che cominciano a bersagliarci con i mortai; rispondiamo con le bombe a mano ma subiamo delle perdite. Decidiamo di creare un diversivo per tentare un aggiramento ai fianchi; io resterò lì a tenerli impegnati. Mi preparo un alloggiamento dietro una sedia di legno all’ombra di un pino e aspetto. Cominciano a salire; prendo la mira e sparo, ne colpisco sette; sono in una posizione favorevole e riesco a tenerli a bada. Ne prendo altri due poi vedo che spostano la mitragliatrice pesante e vado via; sono veloce, lo sono sempre stato, così mi inerpico per la pietraia e mi infilo nella macchia. Scompaio mentre dietro di me i proiettili da 8 mm frantumano tutto quello che incontrano. Poi sento gli spari dei miei, ce l’hanno fatta, li hanno presi ai fianchi; voglio raggiungerli, lascio la macchia e attraverso la radura.
Non so dire se la pattuglia nemica mi aspettasse, solo li vedo alzare i fucili e prendere la mira; gli sparo contro i colpi che mi rimangono.
“Colpitemi al petto, colpitemi al petto…” mi viene da dirgli e mi accontentano. Tre colpi in pieno petto, un fiotto dal cuore; qualche passo poi cado e mi accartoccio come una pergamena.
Mi vengono in mente in una frazione di tempo le cose fatte e quelle ancora da fare, che non farò più. Un’ape mi si posa sul naso.
E’ finita quando la voce di un bimbo mi desta dal torpore degli ultimi istanti: “Un aereo, un aereo!”
“L’aviazione ci attacca..” farfuglio “…devo salvare i ragazzi”.
Apro gli occhi, l’aereo vola basso e ha uno striscione sulla coda: CASEIFICIO IL CASOLARE. MOZZARELLA FRESCA TUTTI I GIORNI.”

La maturazione dell’uva

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Se la vita non fosse mutevole non avrebbe senso; non avrebbe senso senza il suo cangiare, il suo rivelarci aspetti che prima non c’erano. Accade per lo sbocciare di un fiore, una dichiarazione d’amore o la maturazione dell’uva.
La maturazione dell’uva è sempre una sorpresa. Abituati al suo aspetto erbaceo di clorofilla ci pare non possa mai cambiare e invece ecco all’improvviso il primo acino che cambia colore e poi quasi a passarsi la voce, tutti gli altri. Ieri mattina i grappoli, colorati e tutti in ghingheri, sembravano ragazzi al primo appuntamento. Emozionati lo erano e anche impacciati, uno aveva gli acini più rossi, l’altro solo rosa, uno addirittura di un blu intenso che ammaliava.
– E’ opera mia – pensavo carezzandoli con lo sguardo, e un po’ lo è. Li ho concimati come si deve, legato i tralci e poi verde rame e zolfo fino a ieri. I grappoli più nascosti li prendevo tra le mani e a me pareva di toccare un seno di donna o avere in braccio un bambino appena nato.
– Dove volete andare stasera? – mi viene da chiedergli. E allora chi mi risponde – Di qua! – chi – Di là! – C’ è persino quello ancora verde verde che fa il timido che non si sente bello come gli altri.
– Dai esci anche tu, è festa per tutti!
Prendo un acino tra le labbra e ne lascio uscire il succo, ha uno zucchero giovane ma già gradevole al palato.
Non c’è quasi più nulla di vivo qui oltre le viti, l’arsura di questo inizio agosto ha già fatto le sue vittime; solo le cicale resistono. Una muta di biscia luccica tra l’erba secca.
Il mare sotto la collina porta le grida dei bimbi; lì c’è una spiaggia dalla sabbia tutta d’oro; dal video qui sotto potete solo immaginarla mentre la mia voce potete sentirla.

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