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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “gennaio, 2014”

Reginella

Se le storie d’amore durassero per sempre la vita sarebbe una favola stile Biancaneve, magari movimentata all’inizio ma per certo destinata alla serenità; se le storie d’amore durassero per sempre i poeti non scriverebbero più nulla e di canzoni d’amore ce ne sarebbero poche poiché senza struggimento, rimpianto o delusione pochi sarebbero i motivi per cantare. La vita sarebbe un lago d’acqua cheta o se volete un paradiso terrestre ai tempi di Adamo e Eva prima della mela.
Invece le storie, specialissimi e ripetuti urti tra due medesime palline, finiscono; alcune in maniera brutale che non ci pare vero che quella davanti a noi sia la stessa persona a cui dedicammo i pensieri migliori e le rose più belle; altre consumate dalla noia, altre ancora sono travolte dagli eventi, ad esempio uno tsunami che tutto travolge e quello che era sopra finisce sotto e quello sotto sopra che nemmeno i cocci trovi più. Va così la vita e nessuno può metterci una pezza. Ciò nonostante ci sono delle storie che seppur finite restano nel limbo del non concluso, una sorta di disco interrottosi in un qualche solco e non più ripartito; sono quelle storie che lasciano dietro sé una dolcezza lieve e triste assieme, una carezza che se potessimo all’altro/a faremmo volentieri, magari solo accennandola con la mano.
Una storia così la racconta “Reginella” celeberrima canzone napoletana scritta da E. Bovio nel 1917; eh si, 100 anni fa gli amori erano come quelli di adesso che credete.
Nel testo si racconta di lui che in una strada di Napoli rivede il suo passato amore. Lei è con le amiche e si atteggia a sciantosa (dal francese chanteuse, cantante, ma qui nell’accezione di donna fatale, ammaliatrice) e parla addirittura in francese; a lui vengono in mente i tempi in cui stavano insieme e mangiavano pane e ciliegie.

Nuje campávamo ‘e vase, e che vase!
Tu cantave e chiagnive pe’ me!
E ‘o cardillo cantava cu tico:
“Reginella ‘o vò’ bene a stu rre!”

Noi vivevamo di baci, e che baci!
Tu cantavi e piangevi per me.
E il cardellino cantava con te:
Reginella vuoi bene al tuo re!

Ma le storie come si diceva poc’anzi non hanno tutte una buona sorte e anche questa per motivi che non sappiamo finisce. Persino il cardellino compagno canoro del loro amore diventa prigioniero nella sua gabbia, è meglio che voli come è volata via la sua padrona.

Oje cardillo, a chi aspiette stasera?
nun ‘o vvide? aggio aperta ‘a cajóla!
Reginella è vulata? e tu vola!
vola e canta…nun chiagnere ccá:
T’hê ‘a truvá na padrona sincera
ch’è cchiù degna ‘e sentirte ‘e cantá…

Ma è una storia questa, lo dicevamo, di quelle a metà strada tra la tristezza e il rimpianto così l’accenno di risentimento di cui sopra si scioglie nella consapevolezza che tracce di quell’amore sono rimaste, conservate dal vento o svelate dagli angoli delle strade, così:
T’aggio vuluto bene a te!
Tu mm’hê vuluto bene a me!
Mo nun ce amammo cchiù,
ma ê vvote tu,
distrattamente,
pienze a me!…

Ho scelto la versione live di Massimo Ranieri perché lieve, delicata e sfrondata da qualsiasi orpello; esecuzione ispirata peraltro. Guardatelo mentre canta, sembra un uccellino che vuole volare tra le braccia del pubblico. E il pubblico lo prende in braccio.

Tagli

Il prato è tutto fiorito, qui da noi l’inverno non fa in tempo ad arrivare che viene risucchiato dagli anticicloni. Le viti, sballottate dai venti di novembre sono un intrico di tralci secchi; quasi secchi, all’interno la linfa scorre il tanto che basta a mantenerle in vita.

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Non possiamo lasciare le cose in balia di se stesse né della propria libertà. Dobbiamo regimentarle in qualche modo, darle un’impronta, alleggerirle dai fronzoli, denudarle. Ridurre le cose all’essenziale è il modo migliore per conservarle e magari farle crescere; scarnificarle è arrivare al centro esatto della loro funzione, è vedersi rivelata tutta intera la loro importanza. Sarà perché la ridondanza mi stanca, così il superfluo, mi stancano gli spazi pieni; vivrei benissimo in una casa con un letto, una dispensa, tavolo e sedie; nemmeno un armadio con gli scheletri tra i maglioni. O forse sono io che non so mediare, dovrei imparare meglio a gestire i volumi pieni e gli orpelli, fare un pacco grande di ogni cosa invece di conservare i noccioli; è che mi piace averti come seme da portare dietro, che un seme si conserva in tasca e si può piantare ovunque si sia.
La vite va guardata prima di procedere, potrei dire che va meditata, va individuata la direttrice lungo la quale operare, identificati i tralci utili e quelli che invece devono essere eliminati. Tagli regolari mi raccomando, e puliti; lasciate 5 gemme sul capo a frutto, stendetelo sul filo e legatelo; solo due gemme sullo sperone che sarà il capo a frutto dell’anno prossimo.
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Il tralcio tagliato potete usarlo per piantare una nuova vite; infilatelo nel terreno e irrigatelo quanto serve, dalle gemme interrate nasceranno radici, da quelle fuori terra già ad aprile i nuovi germogli. Tra due anni, da un pezzo di legno piantato in terra, nudo e senza fronzoli, avrete la prima uva.

Milano di gennaio

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Tappeto di pioggia Milano e di ombrelli multicolori; i negozi del centro (giorni di saldi questi) sono bocche strapiene in cui non entra più nulla. La folla in strada è una tromba d’aria; manica contro manica, spalla contro spalla, sfregamenti piezoelettrici tra chi va e chi viene, contatti che mai più avverranno : “Oh mi scusi…” “Le pare…”.
Fretta, frenesia, gorgoglii di piacere. Schizzi di pozzanghera sulle scarpe.

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