ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “novembre, 2014”

Una visita di controllo

Ho la visita di controllo, tutti gli anni è così; un viaggio nelle astrazioni due metri sopra il suolo. Tutti gli anni perché ne sono quattro che ho un nodulo  nella parte sinistra della gola e più o meno in questo periodo melo vado a far vedere. Un viaggio nelle astrazioni dicevo perché questo giorno è foriero dei pensieri più vari che altri giorni non  mi vengono, come fosse il giorno della verità o in qualche modo dell’esecuzione, così percorro il tragitto casa studio medico con una ipersensibilità tutta particolare; mi godo gli alberi e il fresco della mattina, persino il rosso dei semafori oggi ha un  senso nuovo,  di attesa pacata. Un nodulo di un centimetro e due,  lo tocco quando faccio la barba, ha una consistenza morbida di ospite discreto, del clandestino che si è intrufolato per trovare riparo chissà da che; non lo vedo come un nemico no, forse può uccidermi ma per ora pare non lo voglia fare. Parlavo di esecuzione, beh si; in qualche modo queste visite di controllo possono cambiare le sorti della mia vita per cui mi preparo (hai visto mai) e tento di entrare in quel particolare stato di grazia che si dice trovino i condannati. Un po’ci riesco così nei 22 km che mi separano dagli esami tutto è ovattato e tranquillo e le stesse mie reazioni sono lente da bradipo; la stessa doccia è stata più accurata del solito stamattina a dare un senso di completezza a tutto come a  dire: “Ho fatto quello che dovevo fare, sono pronto.”  Che poi prepararmi a questo genere di cose mi è sempre piaciuto, allo stesso modo da bambino, il fucile a molla in mano, aspettavo il nemico nascosto  dietro il muro. Un altro semaforo rosso;  lo start e stop della macchina entra in azione e spegne il motore. Ah che silenzio, in questa calotta di metallo  mi pare di essere nello spazio a percorrere chissà quale orbita; le lacrime nello spazio resterebbero sospese nel vuoto o migrerebbero addirittura verso l’alto. Il tizio dietro mi fa due colpi di clacson, c’è  il verde; sorpasso due indiani col turbante che vanno a lavorare in bicicletta, poi una grande curva, un rettilineo, due traverse dopo sono arrivato.
La sala d’attesa del medico è costellata di diplomi, luci basse e musica new age. La stanza è esposta al sole, la cosa non deve aver lasciato indifferente i pazienti visto che in una cornicetta di fianco alla finestra trovo scritto. “Si prega di non modificare l’inclinazione delle veneziane.”; lo credo bene, chissà quanti nell’attesa del proprio turno si sono sbizzarriti a strattonare  le cordicelle con esiti nefasti per la tenuta dell’infisso.  Mi chiama, gli stringo la mano ed entro.  Ha gli stessi baffi arricciati dell’anno scorso, tre penne nel taschino, un pc color metallo e sul muro dietro la scrivania il  quadro di Botero con la donna formosa visitata dal medico. Parliamo del più e del meno poi gli faccio vedere le analisi; mi pesa, mi fa sdraiare  sul lettino. Sono rilassato come non mai e immerso nei pensieri più strani; mi scuote il fresco del gel  sul collo per l’ecografia. Eccolo apparire sul monitor il mio nodulo da un centimetro e due, nitido e furtivo come uno scoiattolo appena uscito dalla tana. Oggi che sapeva di essere ripreso pare vestito a festa.

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Camposanto

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E’ un camposanto piccolo quello del mio paesello con le mura screpolate; ha anche un sacrario garibaldino e un altro dedicato ai morti della Grande Guerra con i proiettili di cannone ai quattro angoli della lapide; quando ci venivo da bambino ne toccavo la punta di ferro. Mi piaceva poi aggirarmi tra le tombe alla ricerca di quella più vecchia (chissà perché la più vecchia) che poi è ancora lì dietro la cappella, è del 1822;  non perché prima di quella data nel mio paesello non si morisse ma più probabilmente il cimitero era altrove in un posto che non so. E poi mi piaceva soffermarvi sulle tombe dei bambini e mi chiedevo (anche adesso lo faccio) perché uno che ha tre mesi deve morire, che male ha fatto; e uguale per le ragazze appena sposate (ce n’è una morta sei mesi dopo il matrimonio e un’altra di parto). Andare al camposanto  durante l’anno mi mette tristezza ma non in questi giorni che è pieno di gente e fiori colorati. Un capannello qui, uno là, chi prega su una croce, qualcuno piange. Però i bambini si divertono (tienili fermi se ci riesci) a rincorrersi nei viali e a nascondersi dietro ai cipressi. Anche i morti si divertono  che gli piace stare in compagnia  e a me che sto di sopra pare di vederli là sotto aggiustarsi  la cravatta, sistemarsi la gonna o darsi una lucidata alle scarpe. Pure le loro facce  digrignate fissate in eterno dalle fotografie paiono distendersi e alcune, vi giuro l’ho visto io, accennare un sorriso; mi piace pensare che anche la sposa giovane e quella morta di parto lo abbiano fatto. Se sali le scale in fondo a un corridoio trovi la tomba di mio nonno; gli assomiglio sempre di più.

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