ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “maggio, 2015”

Un manichino

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Era dietro un container nell’area carico e scarico dell’ ipermercato; un manichino femminile senza braccia infilato in un bidone della spazzatura.
Sotto la pioggia faceva un effetto del tutto singolare, pareva si lamentasse del proprio destino e pareva farlo con me. Non che lo sguardo fosse mesto era anzi altero, di un orgoglio residuo; il naso rotto pareva darle nessun fastidio così il seno malconcio.
Che poi… – stavo per dirle – …non avresti tanto da lamentarti sei nata manichino e lo hai sempre saputo, non puoi aspettarti di essere trattata come un essere umano” (per quanto a prima vista ho avuto un soprassalto perché mi pareva una donna vera). Oh non è che mi aspettassi una risposta, era un manichino, eppure il suo silenzio mi pareva comune a quello di tante donne che subiscono subiscono ma per debolezza, pudicizia e per i figli tacciono e magari piangono in silenzio come questa cosa di plastica davanti a me che a cui scorrevano gocce dal viso ma io sapevo che non erano lacrime, solo pioggia.
Che poi così senza niente addosso mi pareva a disagio, non per il freddo che qui al sud non fa mai freddo piuttosto per l’imbarazzo di vedersi nuda senza averlo voluto. Oh anche qui, non che i manichini scelgono loro di spogliarsi, fanno tutto le vetriniste che gli levano una cosa e gliene mettono un’altra, eppure l’impressione che ne traevo ora era di una prevaricazione, di un oltraggio subito, come succede alle donne vere. Per sdrammatizzare stavo per parlarle dei suoi capelli, come mi sarebbe piaciuto li avesse avuti; neri che arrivassero sulle spalle. “Ma ti cresceranno vedrai, mica come me che oramai…!”
Speravo in qualche modo sorridesse come fanno le donne vere quando dici una cosa simpatica; ma mentre mi allontanavo con la mia valigetta di alambicchi non intravidi espressioni diverse sul suo volto.

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La pacciamatura del terreno

Così questo pezzo di terra dove passo i pomeriggi inoltrati sta diventando una specie di zattera su cui imparo a governare gli eventi (o mi illudo di farlo). Oh niente di che ve lo dico; ho imparato a intrecciare corde, a mettere pietre una sull’altra, a raccogliere l’acqua piovana e a usare la vanga con cui preparo la terra prima di piantare pochi ortaggi. A proposito, quest’anno ho pensato di sperimentare una tecnica che avevo in mente da tempo: la pacciamatura. Consiste nello stendere sul terreno una copertura che può essere di polietilene o di residui vegetali; avrà sia la funzione di inibire la crescita delle erbe infestanti che quella di limitare l’evaporazione dell’acqua mantenendo a lungo la terra fresca e umida.
Lo so che nemmeno per un istante avete pensato che io potessi usare il polietilene e infatti non l’ho usato; in un terreno poco distante tra le rocce erose da mille anni di venti nasce da sempre il porro selvatico, userò quello.
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Il porro selvatico è una pianta coi fiocchi, buona nelle minestre, per le insalate e per aromatizzare oli; ci si fanno anche delle gustose frittate ma questo non è un blog di cucina (che poi a parlare di troppe cose finisce che non parli bene di nessuna) per cui torniamo al porro selvatico che ho falciato e trasportato di sopra.
Approntato il materiale per la pacciamatura si tratta ora di sistemare il terreno fresato in precedenza, dobbiamo cioè tracciare i filari lungo i quali metteremo a dimora le nostre piantine. Per far questo uso la mia vecchia cara zappa (ho in debole per questo attrezzo) e una lenza per andare dritto.
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Siamo a buon punto. Ora spargiamo le foglie di porro selvatico sul terreno avendo cura di creare una coltre compatta e regolare. Il terreno è pronto, posso mettere a dimora le mie piantine di pomodoro. In vendita ci sono degli ottimi foraterra utili alla bisogna, io il mio l’ho ricavato da un ramo di ulivo sagomato a L a cui ho fatto una punta. Le pianto tra il pacciame a 30 cm di distanza l’una dall’altra; potete vederle fare capolino tra il fogliame. In fondo potete vedere anche il mio cane scansafatiche.
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E’ passato un mese e le piantine di pomodoro sono cresciute; a ciascuna di esse ho affiancato una canna che fungerà da tutore. Le canne le ho tagliate in un canneto poco distante, affilate con la roncola e infilate nel terreno dopo la pioggia quando era più morbido. Anche le viti sullo sfondo hanno messo le foglie nuove.
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