ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivi per il mese di “luglio, 2015”

Festa di paese

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E’ un odore infinito di salsicce, pannocchie arrostite, arachidi tostate. La porchetta sul banco dell’ambulante mi guarda con aria di precarietà; avrebbe voluto durare qualche ora ancora, rimirare gli avventori, le colline, le case del paesello; inutilmente, tempo mezz’ora e non ci sarà più.
I bambini affondano la bocca nello zucchero filato e col dito indicano la giostra dove vorranno andare. I più piccoli nei passeggini non sanno dove guardare che mai avrebbero pensato potesse esistere al mondo qualcosa del genere. Il tiro a segno, bang bang e poi ancora bang; la lattina ammaccata da mille centri barcolla prima di cascare nella rete, tenta una reazione, non doveva farlo; un ultimo colpo e precipita morta. Dal palco arrivano le note del cantante che canta Bobby Solo. “Da una lacrima sul viso, ho capito tante cose”. Ballano i più vecchi, gli fanno spazio sotto al palco, ballano tra la polvere di questo scassato campo di calcio ma a me pare che stiano su una nuvola.
I ragazzetti alle prime uscite si aggirano in cerca di avventure; le ragazzine ridono tra loro, fanno finta di non guardarli, ma si immaginano le mani nelle mani e i baci d’amore; sono fiori prima della tempesta. Prende il volo un palloncino.

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Seni di mezza estate

Si lo so,  l’età e la razionalità dell’uomo fatto  imporrebbero un certo aplomb ma le temperature elevate fanno strame delle compostezze invernali e io barcollo, come colto da leggera febbricola, davanti alla suggestione di un seno femminile. Eh già perché l’estate scopre la pelle, la rende polpa visibile; il caldo, il sudore e l’entropia che sale fanno il resto. Il caldo muove, rende meno viscoso il sangue, facilita gli eccessi; non per nulla fuoco, calore e fiamme sono sinonimi di peccato e perdizione (nell’ inferno succede di tutto nel paradiso poco o nulla) e voluttà.
Ci pensavo oggi dopo che un seno graziosissimo ha fatto bella mostra di sé nello specchietto retrovisore; apparteneva a una donna dal casco celeste che sullo scooter faceva il mio sesso tragitto. Era contenuto in un top grigio; non  strabordava ma era ben fatto così che a guardarlo pareva un’entità perfetta a cui nulla si poteva aggiungere e nulla levare. Si muoveva come dotato di vita propria, soprattutto quando lo scooter sobbalzava sui dossi anti velocità assumendo nella mia mente significati e forme sempre diverse. Al dosso di via Garibaldi era un’onda, di quelle gonfie e belle che ti sommergono quando fai surf; al dosso di via Recanati  diventava una nuvola vaporosa da infilarcisi dentro per vedere quale mistero cela. All’incrocio di Via Dossetti era una forma di creta morbida, buona per modellarci anfore.  Al semaforo rosso di via San Marco potevo finalmente guardarlo nella sua staticità; ora era  un dizionario con centomila parole nascoste, un enigma che mai sarei riuscito a decifrare. Ci siamo separati sul lungomare, lei ha girato per via della Breccia io ho continuato per prendere la statale.
Che poi siamo solo a mezza estate, che mi succederà a ferragosto solo Dio lo sa.

Mio padre

Cammina a fatica, tre passi e si ferma,  me ne accorgo dai toc del bastone sul pavimento mai numerosi.
“Papà come va…”
“ Se deve andare peggio meglio così.” 85 anni a novembre, la giovinezza passata in Venezuela a fare il camionista, tornato in Italia nel 58 sposato nel 60, nel 61 sono nato io. Del periodo in Sud America ricorda il viaggio in nave, la polvere e poco altro; ai nipoti racconta soprattutto della guerra, dei bombardamenti, della fame, degli amici morti.  Da lui ho preso l’onestà; credo non abbia mai litigato con nessuno in vita sua se non con quel tale a cui disse che avrebbe preso il fucile, solo che il fucile aveva le canne scoppiate per cartucce mal caricate. Mi ha insegnato ad andare a caccia si, con lui sparai il primo colpo, fu un‘emozione terribile, affascinante. Rientrato in Italia prese a coltivare il terreno del padre e quello tenta di fare anche oggi trascinandosi tra pomodori, cocomeri e lattuga. Le mani nodose, la pelle di pergamena; passerebbe tra le fiamme di un falò soffrendo senza dire ahi; per non dare fastidio più che altro, perché comunque sono cose sue.
Non ricordo gesti d’intimità nei mie confronti, non ricordo carezze; nemmeno io a dire il vero gliene ho fatte mai; il mio grande smisurato amore nei suoi confronti non l’ho mai esternato mai, nemmeno con un “Ti voglio bene” buttato lì. Non si è mai usato in famiglia no.
“E’ finita.” mi ha detto l’altro giorno quando si è accorto che i gradini che saliva la settimana scorsa non li saliva più oggi.  “Macchè è che non sei più un ragazzino.”
Non ha foto recenti che lo ritraggono così in questa sorta di rito che so dover cominciare a preparare gliene ho scattata qualcuna alla festa di comunione del piccolo. In giacca e cravatta sorride giocondo le spalle alla ringhiera.

Il primo tuffo del 2015

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La strada che mi porta al mare è una discesa perenne, mentre la percorro rasentando i muri pare che pure la mia ombra cerchi riparo, io col cappello di paglia lei con quello nero. Rasento Via Ancona e via Torino, dopo via Amalfi la fila di ombrelloni mi appare davanti, rassicurante. Al bar del lido mi salutano come se la casella col mio nome potessero finalmente riempirla; un altro anno loro cliente, in questi tempi effimeri non è affatto poco. Saluto Tizio, abbraccio Caio: Come va, tutto bene? Si, vabbè, per come per quando. Ogni passo vero l’acqua è una conquista, ogni stretta di mano un ostacolo da superare in fretta. Il bagnasciuga mi accoglie fresco, morbido, invitante. L’acqua alle caviglie, poi alle ginocchia: mi immergo. E’ un tornare alle origini il mare, una Penelope che aspetta il mio ritorno. Qualche bracciata in superficie poi sott’acqua in apnea a sfiorare la sabbia, a coprire distanze senza il respiro, come se tutto il mare mi concedesse come ad abbracciarmi come io abbraccio lui. Pochi secondi, pochi attimi per queste effusioni. Mi avvio verso riva, più in là ciurma che gioca a palla. “Papà facciamo il coccodrillo!” Il coccodrillo, lui nuota e io debbo raggiungerlo mimando un coccodrillo. Mi sale sul dorso “L’ho catturato, l’ho catturato!!” Affondo sotto il suo peso, la sabbia del fondo brilla in un modo che non so descrivere.

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