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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Come ho smesso di fumare

Cominciai al secondo anno di liceo periodo in cui si ha fretta di diventare grandi e dei grandi si seguono abitudini e atteggiamenti; mi piaceva la consistenza morbida eppur tenace della sigaretta che spiccava tra le dita come un’ascia o una spada a difendere il mondo e me che lo difendevo. Per un certo periodo ho arrotolato anche il tabacco, ero bravo; uscivano tonde e sottili che le accendevi e pure la fiamma era bella. Fumavo circa un pacchetto al giorno, non che non considerassi in maniera appropriata la monotonia di quel rito e la dipendenza che mi creava solo che la sigaretta tra le dita faceva compagnia, le volute di fumo atmosfera. Ciò nonostante, non essendo mai stato dipendente di niente e di nessuno qualche problema etico lo avevo così provai a smettere. L’intento durava quindici giorni un mese al massimo dopo di che passando davanti al tabaccaio un vortice mi attirava dentro e ricompravo il pacchetto.
Gli anni passavano e mi vedevano con la sigaretta in mano, con la sigaretta in mano finii l’università, feci il militare e cominciai a lavorare. Fumai anche dopo sposato anzi non c’era sigaretta migliore di quella accesa in cucina dopo il caffè. Quando nacque il primo figlio smisi di fumare dentro casa.
Con il passare del tempo si era sopito anche il desiderio di smettere mitigato da una governance dello status quo che dava per assodato il fatto che fumassi; per di più avevo anche tentato di smettere senza riuscirci, cos’altro potevo fare se non continuare?
Di fatti continuai senza più pensarci fino al marzo di 8 anni fa quando mi avvisarono che era morto Damiano. Damiano aveva la barca vicino alla mia e lavorava come carrellista in una fabbrica. Non morì per il fumo ma schiacciato dal carrello elevatore che guidava; lasciava due figli piccoli.
Il giorno dopo smisi di fumare; pensai infatti che morire sul lavoro era comunque una morte onorevole, i figli potevano raccontare alla maestra: “Mio padre faceva l’ operaio ed è morto in fabbrica come il soldato muore sul campo di battaglia.” Fossi morto per il fumo non sarebbe stato altrettanto onorevole e i miei figli non avrebbero potuto raccontare niente di eroico alla maestra. Io stesso nell’al di là mi sarei sentito un fesso.
Non ho più toccato una sigaretta da allora né la desidero. A chi mi chiede come ho smesso racconto questa storia e dico: se vuoi smettere di fumare devi voltare pagina, vestire un abito nuovo, devi in qualche modo rinascere; come il germoglio di quercia che spunta dalla terra dopo un incendio e non sa più chi era prima.

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Qui c’è un castello sul mare, dal torrione puoi guardare la curva della terra e anche più in là, immaginare città, gente e ponti che non hai mai visto e guardarli dall’alto in basso come uno che si affaccia dal balcone guarda giù e dice “Ciao io sono io tu chi sei?”. Qui c’è un mare azzurro che quando ti tuffi vuoi andare in profondità a vedere dove finisce l’azzurro ma non finisce mai e più nuoti e più vedi gorgonie e pesci mirabolanti che una fiocina non basta e nemmeno due. Qui ci sono colline di pietra calcarea che nemmeno un albero ci cresce, solo cespugli dietro i quali si nascondono le quaglie stremate dal viaggio. Qui c’è una terra secca che l’acqua non le basta mai; scende sottoterra in qualche cavità sconosciuta che qualcuno deve aver pur visto perché dice vi sia un lago fatato con alberi sulla riva e prati dove puoi sdraiarti. Qui c’è una strada antica che puoi sentirci le voci di quelli che ci hanno camminato mille anni fa, i rumori delle spade e i respiri degli amanti. Qui ci sono i cani sdraiati fuori l’uscio che quando li chiami muovono la coda e continuano a dormire. Qui c’è un sole che d’inverno scalda appena ma d’estate cuoce e la pelle mi diventa dura e secca come una pergamena su cui scrivere le cose che voglio.

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