ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Il primo papavero

006 L’ho visto stamattina ieri mi pareva non c’era; ondeggiava su una pietraia al poco vento e si godeva il panorama. Rosso di un rosso che stupisce faceva capolino tra i sassi come un pulcino appena uscito dall’uovo che si guarda intorno e si chiede cos’è questo e cos’è quell’altro. Che poi le pietraie mi piacciono, danno il senso dell’essenzialità, quella che cerco e solo a volte trovo, della provvisorietà, della tenacità, della superficie effimera su cui stare in equilibrio. Ondeggia, attira la mia attenzione; uno stelo sottile, quattro petali; non ha segreti non vuole essere sfogliato, non profuma né induce tentazioni; lo avete mai regalato un papavero? Io no, non si trasporta è fatto per vivere o per morire sul posto. Ondeggia, ondeggia, pare librarsi nell’aria, voler prendere il volo; una sorta di ascensione magica, una cosa a metà strada tra cielo e terra a dimostrare che tutto può succedere, che la vita è sempre una sorpresa, che può essere leggera ma non nel senso del peso piuttosto dell’approccio, basta guardarla con gli occhi giusti; basta guardarli con gli occhi giusti uno stelo e quattro petali.
Quando metto in moto il decespugliatore ha un fremito di apprensione come se dopo questa poesia che gli ho dedicato potessi tranciarlo su due piedi. Non ti faccio nulla no.

 

Giocattoli

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La cassa piena di giocattoli è su un lato dello scaffale; spunta una zampa di giraffa, la punta di un boomerang, il manubrio di una motocicletta, zanne di elefanti, ruote, colori vari. E’ lì da non so quando, ogni tanto mio figlio ci si si siede accanto, sceglie il giocattolo del giorno e ci gioca; sempre più di rado adesso che ha nove anni e le cose che gli interessano cominciano ad essere altre.
Così un giorno: “Papà a chi possiamo darli questi giocattoli?”
“Beh al cuginetto piccolo o ai bambini poveri del centro di accoglienza che di giocattoli neon ne hanno nemmeno uno.”
“ Si, ai bambini poveri.”
“ Va bene allora lascia quelli che ti piacciono di più, il resto lo diamo via”.
Si siede e comincia. Li prende in mano uno per uno, li considera e li ripone, da un lato quelli da conservare dall’ altro quelli da dare; resta il bufalo, la giraffa, l’uomo ragno, spider man, lo scavatore; via l’astronave, le macchinine, gli animali piccoli, i pupazzi.
Lì dentro ci sono i giochi suoi e dei fratelli più grandi, una stratigrafia ludica da scoprire.
Affiorano mattoncini di Lego. Ai fratelli con le Lego costruii una portaerei che non finiva più, diventata poi arca di Noè usata per evacuare tutti gli animali del mondo ma anche motociclette e soldatini. Navigava dal pavimento del salotto a quello della camera da letto e quando ogni tanto perdeva un passeggero qualcun altro si tuffava per riprenderlo (in questo era specializzato Wolverine) così che a destinazione arrivavano, non uno di meno, tutti quelli che erano partiti. Ora ne restavano così pochi pezzi che non avrei potuto farci una scialuppa.
“Che faccio con questi?”, chiede indicandomeli.
“Lasciali qui”.
Dalla cassa fuoriescono pezzi di rotaie; sono quelle del treno a batteria che corredato da tre vagoni merci si infilava sotto sedia e scrivania, sfiorava le gambe del tavolo e tornava alla stazione. E’ rimasto solo il locomotore e ancora funziona con il macchinista che mentre il treno fa ciuf ciuf mi saluta con la mano.
“E poi salvo Billy Billy.” Billy Billy, un orsacchiotto di pezza con cui sempre si addormentava e la mattina con una mano abbracciava lui con l’altra me o la madre.

Porto vecchio

Una linea di riva ha senso se la vedi come un filo da seguire. E’ un percorso di conoscenza, una sorta di maturazione interiore, e allora non avere paura se alla rassicurante battigia si sostituisce la falesia orrida o gli scogli aguzzi su cui mai metteresti i piedi; fallo invece e dopo un promontorio potresti incontrare un porto vecchio come il mio con barche e barchette e i pescherecci che escono la notte e rientrano il pomeriggio.
E’ una darsena riparata a levante ma non a ponente così lo scirocco la prende d’infilata e più d’uno ho visto guardare la propria barca andare a fondo senza potere far nulla se non recuperare quanto rimasto a galla; relitti ora sono che quando l’acqua è cristallina ne vedi gli scalmi e i legni di poppa ricoperti di alga e pesciolini e granchi a perlustrare i gavoni. Il mare non lascia traccia dietro di sé, né lo si può abbracciare o stringere; nemmeno la mera deriva ci può salvare; una direzione, giusta o sbagliata, bisogna tenerla.
La mia barca per ora è a galla, forse per una sorte bonaria di cui sono inconsapevole e che ancora non mi ha voltato le spalle; così tutt’ora mi affanno a regolare le cime e a controllarne l’ormeggio ma quando il mare vorrà, già so, la spazzerà via; mi dicono c’è stato un anno che tutte le barche di qui il mare le ha sollevate e lanciate sulla strada e nessuna si è salvata.
Il porto vecchio che per tutta la mattina è rimasto deserto il primo pomeriggio si anima; prima i più vecchi (piuttosto che averli in casa le mogli li mandano giù al porto), poi i curiosi, i gatti e le donne dei pescatori; aspettano l’arrivo dei pescherecci.
Mi piace il concetto del ritorno; vuol dire che il viaggio è compiuto, la scommessa vinta, che ne valeva la pena.

Sempre devi avere in mente Itaca
raggiungerla sia il pensiero costante.
Ma soprattutto, non affrettare il viaggio:
fa’ che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
tu metta piede sull’isola

raccomanda ad Ulisse Costantinos Kavafis.

Un punto appena percettibile all’orizzonte; un ragazzo che parlotta con l’amico guarda quel pulviscolo di gabbiani lontano e lo identifica subito. “E’ tornato papà” dice, poi salta sul barchino e si dirige verso il centro della rada per dare assistenza al peschereccio del padre che è tornato.

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A Firenze per il saggio

Si sale in una comitiva di auto che paiono i panzer della Wehrmacht. Ad Attigliano cede la prima stroncata dalla mancanza di corrente a Fabro la seconda da un sensore di giri che non va. Le lasciamo coi loro equipaggi alle cure dei meccanici e proseguiamo. Ah queste auto del sud…
La mia fa il suo dovere e nel pomeriggio sono a Firenze; una doccia in albergo e poi in centro. Santa Maria Novella, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Piazza Duomo; alla luce della sera sono apparizioni che non crederesti provenire da questo mondo. Bellissima; le sue piazze e le sue gonne mozzafiato.
Firenze, piazza Duomo

Il giorno dopo il saggio musicale dei ragazzi di scuola media. Dialetti veneti, emiliani e siciliani insieme; chitarre, archetti di violino, bacchette, sassofoni, spartiti; l’orchestra di Linguaglossa ha solo 18 elementi ma bravi e hanno delle belle divise. I miei oggi suonano il clarino in un ensemble, li vado a vedere il pomeriggio nella saletta di un convento. Piccoli uomini con i primi peli di barba, ma i volti hanno già lineamenti da grandi e se li guardi negli occhi ci può vedere come saranno; le ragazze hanno i fianchi già belli accennati, i reggiseni sotto le magliette e le facce da donna.
A vederli così nella luce del primo pomeriggio sono tante perle infilate a un unico grande filo; almeno così mi paiono mentre li fotografo da dietro.
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Stazioni

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In tempi passati ho preso il treno più spesso oggi meno; dei miei viaggi ho amato molto le stazioni. Nell’attesa del treno me le giravo tutte; dall’edicola, alla fontana con i pesci rossi, alla voliera; mi affacciavo nell’ufficio del capostazione con gli scambi sul pannello elettronico, i binari e le lucette lampeggianti.
Quando sentivo: “Attenzione allontanarsi dal primo binario treno in transito” invece mi avvicinavo. Mi piaceva entrare nell’orbita distruttrice del treno in corsa, assordarmi col suo sferragliare potente, mi piaceva il vuoto d’aria che creava e il risucchio, i pezzi di carta che volavano.
Nelle stazioni i muri sono pieni di scritte, passavo il tempo a leggerle cercando quella più bella o semplicemente la più vecchia; dove sarà adesso chi la scrisse, quale espressione nei suoi occhi, avrà bambini, dove abiterà e che penserà di quel tempo.
Gente che aspetta, il naso all’insù, gli occhi sul tabellone delle partenze; le valige e i borsoni contengono tutto di loro; dal rasoio, allo spazzolino, dai reggiseni, ai tamponi, le calze, la canottiera con il buco, una fotografia. Ora io non so cosa ci sia di più bello del partire; a me che sono un sentimentale piacciono i saluti sotto al treno, quando uno dei due parte; mi piacciono le lacrime, in genere di lei, che lo stringe, lui che l’abbraccia e le accarezza la schiena sul paltò. Se le lacrime di stazione potessero cadere su un prato invece che sul marciapiede verrebbe fuori un prato fiorito di quelli grandi.
“E’ in arrivo sul terzo binario intercity per….” Ecco arriva, tutto è compiuto, non c’è che da salire. “Ciao, chiamami quando arrivi” “Si ti chiamo, ciao”
Lei gli lancia un bacio da giù, lui glielo rimanda e la saluta, il treno parte e lui scompare.
Ma col treno si arriva anche. Io dell’arrivo me ne accorgevo dall’odore del mare; di notte le luci del golfo apparivano proprio dopo la galleria e io riconoscevo le chiese e il municipio o il campo di calcio; e a chi ti aspetta giù vorresti dire già dallo scompartimento: “Sono qui sono tornato”.
Non ricordo chi disse: “Se non torni diverso da come sei partito non hai viaggiato”. Non credo sia vero per quanto mi riguarda, io sono sempre lo stesso; è il mio grande difetto o la mia grande virtù.
Se le grandi stazioni sono delle città affollate quelle piccole sono eremi che si animano di rado; quattro binari, un sottopassaggio e un orologio. Quella della foto il sole del primo pomeriggio la pennella con colori pastello; la campanella che annuncia del treno pare chiamare un intero popolo a raccolta ma siamo solo io e uno più in là.

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