ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “ballata”

Qui

Qui

Qui c’è un castello sul mare, dal torrione puoi guardare la curva della terra e anche più in là, immaginare città, gente e ponti che non hai mai visto e guardarli dall’alto in basso come uno che si affaccia dal balcone guarda giù e dice “Ciao io sono io tu chi sei?”. Qui c’è un mare azzurro che quando ti tuffi vuoi andare in profondità a vedere dove finisce l’azzurro ma non finisce mai e più nuoti e più vedi gorgonie e pesci mirabolanti che una fiocina non basta e nemmeno due. Qui ci sono colline di pietra calcarea che nemmeno un albero ci cresce, solo cespugli dietro i quali si nascondono le quaglie stremate dal viaggio. Qui c’è una terra secca che l’acqua non le basta mai; scende sottoterra in qualche cavità sconosciuta che qualcuno deve aver pur visto perché dice vi sia un lago fatato con alberi sulla riva e prati dove puoi sdraiarti. Qui c’è una strada antica che puoi sentirci le voci di quelli che ci hanno camminato mille anni fa, i rumori delle spade e i respiri degli amanti. Qui ci sono i cani sdraiati fuori l’uscio che quando li chiami muovono la coda e continuano a dormire. Qui c’è un sole che d’inverno scalda appena ma d’estate cuoce e la pelle mi diventa dura e secca come una pergamena su cui scrivere le cose che voglio.

Annunci

Il sole di febbraio

005 (2)

Guarda fuori, c’è il sole di febbraio  a infrangere le certezze dell’inverno, il ghiaccio solido delle abitudini tristi. C’è il sole di febbraio a scaldare il sangue, a dirti che di nuovo ce la puoi fare. C’è il sole di febbraio, nulla è perduto, puoi slacciare un bottone al cappotto, togliere il cappuccio, mettere il viso all’aria. Nessuno è solo, c’è il sole di febbraio.
Esci, c’è il sole di febbraio;  non credevi eh che il mandorlo potesse rifiorire, di questi tempi poi, con questa crisi; e invece eccolo al sole di febbraio mette le gemme, saluta me, te e tutto il vicinato.

Ninna nanna

Ninna nanna ninna oh, questo figlio a chi lo dò la cantavo a mio figlio per farlo addormentare; ma il dannato non voleva saperne  così  mi toccava  passeggiare  per la casa tenendolo in braccio, a volte fino a notte fonda e cantargliela all’infinito. Per allungare il brodo (e per non addormentarmi  al suo posto) avevo preso a inventare strofe usando tutti i colori così l’uomo nero diventava di volta in volta giallo (che lo tiene con il gallo), verde (così il bimbo non si perde), rosa (che gli dà una bella cosa), rosso (un omone grande e grosso), azzurro (che si mangia pane e burro). Quanti chilometri che ho fatto e quante mattonelle ho consumato ma alla fine la fine la peste che più non ne poteva si abbandonava sulla mia spalla. Però la cantavo bene anche se Lucilla Galeazzi mi supera in bravura, di poco ma mi supera.

Ballata per curare la tristezza

Mi chiedi una ballata per curare la tristezza.

Come se fosse una facile  ricetta,

come se chi ti scrive ne fosse immune

e non avesse anche lui deficit di allegrezza.

Mi chiedi una ballata per  la malinconia.

Come se non fosse un’onda  che mi culla,

una nenia  che mi cammina accanto,

affezionata compagnia.

 L’inganno delle volte la tristezza,

dietro un angolo aspetto che mi superi

altre ancora me la  lascio dietro,

come ladro che fugge con destrezza.

Ma pure mi raggiunge la tristezza

e allora vedi brillarmi gli occhi

per un istante forse due.

Tre nei momenti di debolezza.

Mi chiedi una ballata per curare la tristezza.

Come se fosse una facile  ricetta,

come se chi ti scrive ne fosse immune

e invece è come te, ragazza.

Navigazione articolo