ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Festa di paese

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E’ un odore infinito di salsicce, pannocchie arrostite, arachidi tostate. La porchetta sul banco dell’ambulante mi guarda con aria di precarietà; avrebbe voluto durare qualche ora ancora, rimirare gli avventori, le colline, le case del paesello; inutilmente, tempo mezz’ora e non ci sarà più.
I bambini affondano la bocca nello zucchero filato e col dito indicano la giostra dove vorranno andare. I più piccoli nei passeggini non sanno dove guardare che mai avrebbero pensato potesse esistere al mondo qualcosa del genere. Il tiro a segno, bang bang e poi ancora bang; la lattina ammaccata da mille centri barcolla prima di cascare nella rete, tenta una reazione, non doveva farlo; un ultimo colpo e precipita morta. Dal palco arrivano le note del cantante che canta Bobby Solo. “Da una lacrima sul viso, ho capito tante cose”. Ballano i più vecchi, gli fanno spazio sotto al palco, ballano tra la polvere di questo scassato campo di calcio ma a me pare che stiano su una nuvola.
I ragazzetti alle prime uscite si aggirano in cerca di avventure; le ragazzine ridono tra loro, fanno finta di non guardarli, ma si immaginano le mani nelle mani e i baci d’amore; sono fiori prima della tempesta. Prende il volo un palloncino.

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Milano di gennaio

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Tappeto di pioggia Milano e di ombrelli multicolori; i negozi del centro (giorni di saldi questi) sono bocche strapiene in cui non entra più nulla. La folla in strada è una tromba d’aria; manica contro manica, spalla contro spalla, sfregamenti piezoelettrici tra chi va e chi viene, contatti che mai più avverranno : “Oh mi scusi…” “Le pare…”.
Fretta, frenesia, gorgoglii di piacere. Schizzi di pozzanghera sulle scarpe.

La nebbia di qui

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Uno dice la nebbia è nebbia invece no. Quella di qui non è come quella vostra, unanime e solidale, compatta e ben inquadrata; è invece svogliata e decadente, instabile e tiepida come un suffumigio. Però lo sapete, a noi di qui piace darci le arie di quelli del nord così dopo pandoro, panettone e albero di natale (quando mai si è visto un abete qui) anche la nebbia è un logo da adottare. Qui da me poi, tutto colline brulle e terrazzi, la nebbia fa tanto pianura padana con le risaie dritte e a perdita d’occhio che a percorrerle fino ai confini ci vuole lo scooter. Macché, qui ogni pezzo di terra è un fazzoletto pietroso chiuso da un muro a secco; a scenderlo e salirlo consumi scarpe e malleoli e se devi portare pesi nemmeno ti dico cosa devi penare.
Però è bella la nebbia si; ti fa sentire etereo o, perché no, in cammino per il paradiso che da un momento all’altro ti aspetti San Pietro sbucare dalla bruma e farti: “Bu!”
Così in macchina accendiamo i fendinebbia, non li abbiamo mai usati da quando l’abbiamo comprata e infatti fanno una luce vivida di lampadina nuova. Che poi a non vedere oltre il cofano non tutti qui sono abituati così li vedi (si fa per dire) sulla statale a 25 all’ora con gli antinebbia, le quattro frecce accese e gli manca il lampeggiante sul tetto sennò lo accenderebbero pure. E poi le strade, le case, ci sono non ci sono; le misure falsate le distanze mutate:
“Qui dev’esserci un bar, e il benzinaio, dov’è finito il benzinaio?”
E le fabbriche. Già prima della nebbia più di là che di qua; se dovevo passarci mi toccava chiamare e chiedere:
“Siete aperti oggi?”
“Oggi si è martedì, giovedì e venerdì no.”
Fabbriche come quelle della foto qui sopra; ce n’era una sulla sinistra dopo il palo della luce. Maledetta nebbia non la vedo più.

Roma spiegata a mio figlio

Via Prenestina è   grigia stamattina che la percorro  con mio figlio, a Roma per una visita medica. Ci fermiamo in un bar, un caffè e un pacchetto di gomme poi proseguiamo; davanti a noi la sopraelevata pare una rampa di lancio per chissà quale pianeta.

” Ma papà passa vicino alle finestre!”
”  Eh già ti immagini la mattina che sei in bagno tutta quella gente che ti guarda dal finestrino.”
” Ma è bruttissima!”
” Altroché, dovevano abbatterla già nel 2003, tu ancora dovevi nascere, ma sta ancora qui. ”
”  Perché? ”
” Perché le promesse è facile farle ma poi… Come te che avevi promesso di non mettere più le dita nel naso.”
Non c’è nemmeno il tempo perché la riproponga, siamo arrivati, il dottore ci aspetta.

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Quando usciamo vediamo affacciato un sole tiepido così invece che rientrare organizziamo due passi in centro; parcheggiamo a  San Pietro in Vincoli e il Colosseo ce l’abbiamo davanti.  
Gli parlo di Vespasiano, dei combattimenti tra gladiatori, delle armi, del pollice verso.

” Uh e dove gliela infilava la spada? ”  Gli mimo un fendente alla gola, lui fa “Ahhh… “ e si accascia.
Camminiamo lungo le mura; il centurione lo spaventa e lui mi stringe di più la mano; un contatto questo che mi rende immune a qualsiasi colpo di spada.

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Via dei Fori imperiali chiusa al traffico è un fiume di vita. Turisti di ogni specie, venditori e falsi fachiri levitanti.
” Ma come fanno papà… ”
”  C’è il trucco sono seduti su una struttura metallica che li sostiene; non la vedi perché nascosta dalla tunica. ”
Ma una foto si sa è già segno di spettacolo goduto così il complice… ehm l’aiutante si avvicina e fa tintinnare il cestino dei centesimi; io ci aggiungo i miei.
” Imbroglione…”   gli sussurra il piccolo mentre ci allontaniamo.

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”  Questo è il Vittoriano dove c’è la tomba del Milite Ignoto, un soldato di cui non si conosce il nome sepolto qui a rappresentare tutti i soldati morti senza nome. ”
”  Perché senza nome? ”
”  Perché una bomba troppo grande ha ucciso lui e distrutto i documenti che aveva addosso…”

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Piazza Venezia da qui pare il buco nero da cui tutto l’universo ha tratto origine; via del Corso, piazza del Popolo, via Flaminia e  poi sempre dritto il mondo intero.

”  Lo vedi quel palazzo rosso sulla sinistra?  Vi si affacciava Benito Mussolini, fu lui che portò l’Italia alla guerra che ti racconta sempre nonno, con gli aerei tedeschi che bombardavano e lui e l’amico a ripararsi chi qua chi là, e i colpi che  fischiavano prima di cadere e l’amico lo presero in pieno. ”
” Si ”
” Questa piazza era  piena di gente che lo applaudiva. ”
“Perché lo applaudiva? ”
” Lui la faceva sentire importante. ”

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Via del Corso  ci accoglie con la sua fresca ombra; la percorriamo  fino a via dei Condotti poi svoltiamo per Piazza di Spagna, tappa principe o approdo finale di qualsiasi viaggio a Roma. Ci dissetiamo alla prua della Barcaccia.

”  Quanta gente sulle scale! ”
” Prendiamo un gelato sediamo anche noi. ”
Penso che la vita da quassù abbia i colori della bellezza; il sole, le scale, la fontana, la gente sulla strada; un mondo che scorre sotto gli  occhi. E ora anche un papà con suo figlio piccolo.

” Lo sai, l’ultima volta che mi sono seduto qui ero all’università, avevo litigato con la ragazza e le diedi appuntamento qui per fare pace. ”
”  E hai fatto pace? ”
” No, non venne. ”
” Perché? ”
”  Andiamo che te lo racconto … “

A Firenze per il saggio

Si sale in una comitiva di auto che paiono i panzer della Wehrmacht. Ad Attigliano cede la prima stroncata dalla mancanza di corrente a Fabro la seconda da un sensore di giri che non va. Le lasciamo coi loro equipaggi alle cure dei meccanici e proseguiamo. Ah queste auto del sud…
La mia fa il suo dovere e nel pomeriggio sono a Firenze; una doccia in albergo e poi in centro. Santa Maria Novella, Ponte Vecchio, Piazza della Signoria, Piazza Duomo; alla luce della sera sono apparizioni che non crederesti provenire da questo mondo. Bellissima; le sue piazze e le sue gonne mozzafiato.
Firenze, piazza Duomo

Il giorno dopo il saggio musicale dei ragazzi di scuola media. Dialetti veneti, emiliani e siciliani insieme; chitarre, archetti di violino, bacchette, sassofoni, spartiti; l’orchestra di Linguaglossa ha solo 18 elementi ma bravi e hanno delle belle divise. I miei oggi suonano il clarino in un ensemble, li vado a vedere il pomeriggio nella saletta di un convento. Piccoli uomini con i primi peli di barba, ma i volti hanno già lineamenti da grandi e se li guardi negli occhi ci può vedere come saranno; le ragazze hanno i fianchi già belli accennati, i reggiseni sotto le magliette e le facce da donna.
A vederli così nella luce del primo pomeriggio sono tante perle infilate a un unico grande filo; almeno così mi paiono mentre li fotografo da dietro.
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