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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Ninna nanna

Ninna nanna ninna oh, questo figlio a chi lo dò la cantavo a mio figlio per farlo addormentare; ma il dannato non voleva saperne  così  mi toccava  passeggiare  per la casa tenendolo in braccio, a volte fino a notte fonda e cantargliela all’infinito. Per allungare il brodo (e per non addormentarmi  al suo posto) avevo preso a inventare strofe usando tutti i colori così l’uomo nero diventava di volta in volta giallo (che lo tiene con il gallo), verde (così il bimbo non si perde), rosa (che gli dà una bella cosa), rosso (un omone grande e grosso), azzurro (che si mangia pane e burro). Quanti chilometri che ho fatto e quante mattonelle ho consumato ma alla fine la fine la peste che più non ne poteva si abbandonava sulla mia spalla. Però la cantavo bene anche se Lucilla Galeazzi mi supera in bravura, di poco ma mi supera.

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La mia riserva di incomunicabilità

Che poi comunicare non è obbligatorio; cioè non te lo può prescrivere il medico. Uno dice: “ E’ bello, io senza non saprei vivere”; beh anche a me piace però io saprei viverci. Ho una riserva di incomunicabilità come i cammelli hanno quella d’acqua; potrei stare mesi senza comunicare, senza mandare alcun tipo di quei messaggi sonori, visivi e scritti che di solito si mandano. Non che in tali frangenti io resti inerte, piuttosto sono periodi di permafrost in cui i semi restano gelati sotto terra e devo attendere che germoglino per parlarne. Non è una cosa bella da dirsi perché a più d’uno può dare il senso della sufficienza e del distacco aristocratico ostentato, beh non è così.
Comunicare, farlo la prima volta, è bello però; è un rampino lanciato sul bastione del castello che si vuole conquistare. Ho sempre avuto come più donne che uomini tra gli amici blogger e non per i possibili rimorchi, piuttosto trovo gli uomini quasi sempre banali, le donne quasi mai. Ricordo quella volta, erano i primi giorni in un blog che nemmeno ricordo, venne a visitarmi una blogger. Vidi il suo avatar scintillante comparire sullo schermo e le inviai un messaggio privato: “ Ehi ciao come stai, posso segnarti come amica?” non la vidi più né ho memoria del suo avatar. Chissà cosa aveva pensato o cosa temeva volessi farle; forse il rampino l’aveva colpita dritto nell’occhio o forse le ero antipatico d’acchito, non so.
Certo è che non tutti i tentativi di comunicazioni vanno a buon fine, alcuni sono segnali di fumo che si perdono nell’aria, altri trovano risposta con altri segnali e se ci sono cose da dire si continua; d’altra parte è così che va il mondo, per urti magari fortuiti divenuti legami.
Non è facile comunicare con me. Incostante come già detto, farraginoso e aleatorio a volte, indolente o troppo esigente delle altre, corro il rischio di arare qualsiasi terreno disarticolandone oltremodo le zolle. Il tempo mi ha reso più tenero e leggermente più malleabile, ma solo un poco Scusatemi.

Una foto alla pozzanghera

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Il fatto che stessi fotografando verso il basso aveva fatto avvicinare una signora; probabilmente pensava stessi inquadrando una buca sull’asfalto invece fotografavo una pozzanghera in cui si riflettevano i terrazzi e le antenne tv.
Fotografie. Che senso hanno, quale molla mi spinge, la borsa in una mano il telefonino nell’altra, a cercare la migliore inquadratura e scattare?
Certo non il fermare il tempo (ben misero stratagemma sarebbe) né per ripescare tra un decennio i vecchi scatti stile amarcord; i miei non li riguardo quasi mai come quasi mai rileggo le cose che scrivo (avete mai visto un uccello migratore guardarsi indietro mentre vola dall’Africa alla Francia?). Non so quindi da dove viene questa passione non ne conosco il senso, so che ci sono soggetti banalissimi che passano davanti inosservati altri altrettanto banali su cui il mio sguardo si posa restandone attratto. Forse c’entra in qualche modo il concetto di costruzione; mi attraggono le prospettive che richiedono in qualche modo una costruzione, una preparazione; che chiedono di essere scoperte, denudate, rese palesi; come questa pozzanghera con i terrazzi, le antenne e una carta di caramella che galleggia. Il contorno tenue, le tonalità morbide, mi pareva un edificio in prossimità del paradiso, per questo l’ho fotografato.
Sto imparando ad apprezzare i temi legati all’interazione tra uomo e ambiente, ad esempio le città, gli arredi urbani, i porti, le coltivazioni. Non credo infatti che le cose vadano fotografate per il fatto che esistono; un panorama, un tramonto o un canneto non hanno senso se in qualche modo non li rendiamo nostri, se non diamo loro un valore aggiunto; così delle volte basta girarci intorno, squadrarne il lato buono (quello che noi pensiamo sia il loro lato buono) e fotografare da lì. C’è una sola posizione per cui la foto che stiamo scattando sarà una buona foto, non ce ne saranno altre.
Lo scatto dunque come costruzione, come elaborazione di un qualcosa che prima non c’era vista da lì; qualcosa affiorata solo dopo una comunicazione tra osservatore e soggetto. Costruzione, elaborazione, comunicazione, termini che indicano movimento; la differenza tra una foto e una buona foto è tutta lì, in quel dialogo singolarissimo e pieno di corrispondenze che si intrattiene con l’immagine prima dello scatto.
– Facevo una foto alle case riflesse nella pozzanghera, signora.
– Ah…

Communication

All’improvviso si è spento e non si è acceso più. L’ultimo segnale di vita  lo ha dato con un sms in cui mi si ricordava un appuntamento per l’indomani, poi silenzio. Il passaggio al centro assistenza ha visto il ricovero dell’apparecchio e la prognosi di 30 gg per la sua riparazione. Vorremmo angustiarci per un gingillo elettronico che sta in una mano e come lui ce n’è un’infinità? Certo che no e infatti non mi sono angustiato affatto anche perché mio figlio con uno spirito di abnegazione che gli fa onore mi ha proposto:
“Papà ti do il mio e io userò quello vecchio; me lo restituirai quando aggiusteranno il tuo.”
” Grazie.Vanno bene 30 euro  per il disturbo?”
“ Si, vanno bene…!”

La prima sorpresa è stato il suo aspetto. Decine di applicazioni stile oroscopo, temperature, meteo, pronostici, giochi; una marea di icone a riempire la pagina. Geroglifici con poco o nessun senso e soprattutto di nessuna utilità pratica  per un uomo della giungla come me. E poi quel touch screen. Le mie ditone use ai tasti mal si conciliavano con lo sfiorare di farfalla che richiedeva lo schermo per cui telefonate interrotte all’improvviso, sms mal scritti e con scarsa punteggiatura, chiamate partite inavvertitamente verso destinatari che non sentivo da anni. Insomma una debacle. E poi la rubrica: solo ora mi accorgevo  che i numeri li avevo salvati quasi tutti nella memoria del telefono invece che nella carta Sim. E quel telefono adesso non lo avevo più.
Un telefono senza rubrica è una città vuota – riflettevo – un alveare senza api. Uno come me che non segnava più nulla su carta era ora ridotto all’impotenza comunicativa verbale dalla defaillance di un software.  
La rubrica telefonica è un centro di aggregazione permanente con ognuno di noi membro unitario di una forza motrice collettiva di cui solo ora percepivo la presunta utilità. La vita mi sembrava meno effervescente senza la borraccia illusoria della rubrica, come se avere a disposizione tanti numeri da chiamare potesse farmi sentire più importante di quanto io sia in realtà, come  se decidere di raggiungere a mio piacimento questo piuttosto che quell’altro appagasse in maniera compiuta la mia esistenza e non fosse invece un placebo zuccheroso di poca importanza. La rubrica telefonica come scaffale ricolmo di libri di cui si è letto solo il titolo sul dorso, come una zattera fatta coi tronchi di software sulla quale ciascuno può saltare e poi abbandonare a suo piacimento: “Sai ho chiamato per dirti che …” “A proposito di quel preventivo …” “ Stasera gioco a pallone …”  Che turno fai…”“Solo per un saluto, come stai …”
“Come stai”. Un tentativo di comunicazione partecipativa destinato a  naufragare subito dopo aver attaccato. “Come stai? Che vuoi che dica che va bene; dir che ho tutto e non ho niente non conviene…” cantava Gilda Giuliani. Eppure tutto ciò deve avere un senso,   e il senso è che la voce o  anche un semplice sms sono una prova dellanostra esistenza in vita. Ma è la risposta a farci sentire davvero vivi; è la risposta  a testimoniare che  dall’altra parte di questo filo virtuale il capo è ancora annodato e non in balia dei venti cosmici. Se qualcuno ci risponde è perché riusciamo a inviargli segnali comprensibili, finiti e convincenti.
Vale anche per i blog se ci pensate. Per cos’altro si scrive d’altra parte se non per sentirsi vivi? Anche lo scrivere come il comunicare verbale  è una zattera atta a tenerci  a galla, o almeno ci illudiamo lo faccia. Una zattera per alcuni, una cura antidolorifica per altri.
E se, come il telefonino, da domani sparisse il mio blog e per qualche accidente del cyberspazio sparissero anche gli altri blog? Sarebbe la fine di una comunicazione (strana anche questa) in cui ci si fregia di conoscere l’altro per il solo fatto di averlo linkato. Fateci caso, guardiamo il nostro blog roll sempre con un certo affetto come se la presenza di una lista di amici in qualche modo ci facesse compagnia o testimoniasse la buona riuscita del nostro ruolo di intrattenitori mediatici. Eppure si tratta di persone che in massima parte non conosciamo e forse mai conosceremo ma ci basta e non  chiediamo loro niente di più oltre a leggerci o commentarci di tanto in tanto. Chi condivide le nostre parole lo immaginiamo facente parte della nostra tribù, del nostro equipaggio, della nostra zattera; ci basta si.

Come sempre quando seguo un filo non lo tengo mai tanto stretto così divago e non so dove finisco. Ah già, eravamo rimasti al telefonino touch screen e alla rubrica scomparsa.
Ieri  ho riavuto il mio telefonino, quello con i tasti, internet, le foto  e poco altro ancora. La rubrica no, quella ora è quasi vuota, un deserto dei tartari  con il mio cellulare fare da avamposto. Sono tornato l’uomo della giungla che sono sempre stato e che in fondo ho sempre amato essere; quello che costruisce le capanne. Sono abituato alle ripartenze e riempire gli spazi vuoti mi affascina e poi le tabulae rasae sono belle perché sopra ci si può solo costruire. Tanto per cominciare accenderò un fuoco e manderò segnali di fumo.

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