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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

La vite ad agosto

E’ tutto fatto, il rito terminato; la vigna non ha più bisogno di me, va da sola verso la vendemmia. Quattro mesi di corse affannose, di zolfo e verderame dopo ogni pioggia, dopo agni aria umida finiscono qui; gli acini sono grandi grandi e robusti ora.
Passo tra i filari a dare ai grappoli aria e luce, tolgo le foglie laterali perché entri meglio il sole, lascio quelle sommitali a ripararli dalla grandine, l’unico nemico rimasto. Stanno per cambiare colore dal verde acerbo al dorato, stanno per aumentare gli zuccheri, scenderà l’acidità, salirà il pH, sarà il tempo della vendemmia. E’ vero si tratta di un ciclo naturale ma a me pare ogni volta un prodigio a cui non so per quale fortuna mi viene concesso di assistere.
I passi alzano polvere, poca erba è rimasta in vita; il sole del pomeriggio si intrufola tra le foglie, un caleidoscopio di colori in cui c’è il mio passato e il mio futuro. Faccio strade, mi muovo a cento all’ora, parlo con questo con quell’altro, ma alla fine semore qui torno; da questa grande madre che è la mia terra polverosa; qui mi ritrovo, qui misuro me stesso. E’ che sono un tipo che non piange mai se no una lacrima di commozione ora mi uscirebbe, magari direi che è sudore.
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Il sole di febbraio

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Guarda fuori, c’è il sole di febbraio  a infrangere le certezze dell’inverno, il ghiaccio solido delle abitudini tristi. C’è il sole di febbraio a scaldare il sangue, a dirti che di nuovo ce la puoi fare. C’è il sole di febbraio, nulla è perduto, puoi slacciare un bottone al cappotto, togliere il cappuccio, mettere il viso all’aria. Nessuno è solo, c’è il sole di febbraio.
Esci, c’è il sole di febbraio;  non credevi eh che il mandorlo potesse rifiorire, di questi tempi poi, con questa crisi; e invece eccolo al sole di febbraio mette le gemme, saluta me, te e tutto il vicinato.

Una vendemmia

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Tutto nasce qui in questo campo verde che non deve essere così diverso dal paradiso. Morbido d’erba, duro di tralci, odoroso di uva matura ed esposto ad occidente che il sole non va mai via. Nasce qui perché qui non c’era niente, solo rovi, serpi e sassi; ci ho piantato le viti e le ho fatte crescere; ora quando vengo il vigneto è la prima cosa che guardo. Tutto nasce qui in questo campo verde che mi dicevano “A cinquant’anni è tardi non si piantano le viti.” Mi crogiolo al sole pomeridiano.
Passo tra i filari e tutto è uno spettacolo; l’ho fatto io questo, l’ho fatto io. Pare addirittura di sentire gli applausi, ma mi sbaglio, sono le foglie mosse dal vento.

Una fionda, anzi due

Così vanno le cose; uno passa i giorni a rincorrere faccende, salire, scendere, ridere, discettare del più e del meno fino alla sera che il figlio gli dice: ”Papà avevi promesso di costruirmi  la fionda.”
E’ vero, è che i giorni li passo saltando da un evento all’altro senza soluzione di continuità; a volte ne comincio due assieme, altre volte addirittura tre con il primo che disturba il terzo e il secondo gli altri due; così ogni volta è un rimetterli in ordine intimando loro: “Il secondo e il terzo restino in attesa, tocca al primo!”
Il primo ora è la fionda.
Domenica mattina io e il piccolo siamo saliti in campagna; col segaccio abbiamo tagliato un ramo di carrubo, con la roncola l’abbiamo sfrondato ricavandoci le forcine per le fionde; perché sono diventate due, una per me una per lui.
Cos’altro serve per costruire una fionda? Un pezzo di fodera del suo vecchio zaino, spago, una striscia di camera d’aria di bicicletta e dello scotch.
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Cominciamo col fare due tagli al pezzo di fodera in modo da farci passare l’elastico che legheremo alle estremità della forcina con lo spago; lo scotch servirà a sigillare il nodo e a renderlo ancora più stabile. Occhio all’elastico, non deve essere né troppo spesso (sarà difficile tenderlo) né troppo sottile (potrebbe spezzarsi); soprattutto non deve avere abrasioni o tagli; un elastico che si spezza mentre è in tensione può causare danni importanti.
Alla fine il risultato è questo.
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Per provarle abbiamo scelto delle pale di fico d’india. I primi tiri sono stati un problema per il piccolo, la pietra gli restava tra le mani o cadeva poco distante dai piedi, poi ha imparato e per il fico d’india non c’è stato più nulla da fare.
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“Facciamo a chi la manda più lontano!” mi dice.

“Si, puntiamo a quella nuvola, sta scappando!”

Tira e ne esce un buon lancio teso; tiro io e la pietra scompare nel blu.

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