ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “Estate”

Afternoon

010

I pomeriggi che passo nella casa sul mare hanno un che di meditativo; il sole che cala mi trova esposto agli appuntamenti con me stesso, con quello che sono diventato; un uomo dalle mani rugose, il carattere pure, corazzato all’apparenza, un cuore che batte.
Saranno stati i giocattoli a farmi diventare così; i sonagli dei primi mesi, le biglie, i carri armati a batteria. Lavavo i soldatini; li mettevo sul davanzale ad asciugare che i vicini dicevano a mia madre. “Ma com’è che tuo figlio lava i giocattoli?” Lei allargava le braccia:“E’ fatto così.”
Mi piaceva lavare i giocattoli e il senso di decoro che ne traevo; ne ero certo, un giocattolo pulito si sarebbe sentito più amato.
O le canzoni, forse mi hanno costruito le canzoni; mentre ascoltavo The dark side of the moon mi immaginavo sulla luna a esplorarla; mi è sempre piaciuto guardare dall’altra parte, dove è buio, dove nessuno guarda.
Davanti ho il mare, lungo l’orizzonte un’isola; lì ci sono stato d’inverno quando il mare arrivava sulle case e le onde alle finestre. il ristorante era in piazza, devo averci le foto da qualche parte; di notte da qui si vede il faro.
Sono seduto sul gradino le mani sulla pietra calda; il sole di marzo sprofonda verso l’estate.

Qualcosa sui fichi d’India

Ho sempre amato questa pianta. Per la sua stranezza, la resistenza e per il suo non dover dar conto a nessuno. Non chiede acqua, né cure, non profuma, nemmeno si può dire che è bella o ospitale ma io l’ho amata come amo tutto quello che si mostra in disparte, che non si fa notare.
Non so dove abitate ma non crescerà se siete al freddo, vuole il caldo, l’arsura, il sudore di chi la guarda.009

 

Da bambino mi infilavo tra le sue pale cercando di attraversarle senza ferirmi, era un labirinto terribile di meandri e di spine che ne ero convinto, mi avrebbero imprigionato e non ne sarei più uscito.024

 

Che poi ti arrampichi verso l’alto a vedere dove arriva e cosa c’è sopra, cosa oltre; lo fai mettendo le mani nei radi punti in cui non vi sono spine; è una recherche, ogni centimetro una conquista. Oggi sono arrivato fin qui, oltre non ho potuto e da lì si vedeva questo.010

 

Già le spine. Quelle sui frutti sono fragili, ti entrano nella pelle con poco danno ma quelle sulle pale no, sono spade e quanto entrano provi un dolore freddo di baionetta. Ah ma i frutti sono belli, quelli da cogliere sfumano dal verde al giallo arancio; io uso della carta da pane a mo’ di guanto (le spine ci scivolano sopra) con cui preso il fico d’India lo faccio ruotare; si stacca delicato, come forse avrebbe voluto.007

 

Il fico d’India si mangia fresco di temperatura, io qui lo mangio di mattina presto quando lo stomaco è vuoto e la sua bontà l’assapori tutta. Ha una polpa ruvida e tenace, è dolce, appagante; vi sembrerà di mangiare il migliore dei gelati. Per togliere la buccia tagliate le estremità, incidetela trasversalmente e divaricatela.
Guardate, da quando non vedevate qualcosa di così bello?041

 

La vite ad agosto

E’ tutto fatto, il rito terminato; la vigna non ha più bisogno di me, va da sola verso la vendemmia. Quattro mesi di corse affannose, di zolfo e verderame dopo ogni pioggia, dopo agni aria umida finiscono qui; gli acini sono grandi grandi e robusti ora.
Passo tra i filari a dare ai grappoli aria e luce, tolgo le foglie laterali perché entri meglio il sole, lascio quelle sommitali a ripararli dalla grandine, l’unico nemico rimasto. Stanno per cambiare colore dal verde acerbo al dorato, stanno per aumentare gli zuccheri, scenderà l’acidità, salirà il pH, sarà il tempo della vendemmia. E’ vero si tratta di un ciclo naturale ma a me pare ogni volta un prodigio a cui non so per quale fortuna mi viene concesso di assistere.
I passi alzano polvere, poca erba è rimasta in vita; il sole del pomeriggio si intrufola tra le foglie, un caleidoscopio di colori in cui c’è il mio passato e il mio futuro. Faccio strade, mi muovo a cento all’ora, parlo con questo con quell’altro, ma alla fine semore qui torno; da questa grande madre che è la mia terra polverosa; qui mi ritrovo, qui misuro me stesso. E’ che sono un tipo che non piange mai se no una lacrima di commozione ora mi uscirebbe, magari direi che è sudore.
003

Bianca

022 (2)

Oggi ho rivisto Bianca; era col marito posavano in macchina le buste della spesa. Bianca la conobbi poco più che ragazzo sugli scogli dove amavo truffarmi io e gli altri. Conoscere è una parola grossa che mai ci diede confidenza; prendeva il sole con le amiche mentre noi ci sfracellavamo tentando per lei tuffi da paura. Mora, occhi lucidi da cerbiatto, aveva un corpo che avevamo visto solo al cinema per chi ci andava; ersavamo tutti innamorati di lei, di quegli amori velleitari senza speranza e infatti nessuno di noi la toccò mai. Tranne me. Accadde una sera durante una festa in piscina, non so in preda a quale raptus di coraggio la presi in braccio e finii in acqua con lei; mi guardò sorpresa e allo stesso tempo divertita. Credo che mai nessuno avesse osato tanto; ma io lo avevo fatto per toccare la sua pelle; la sensazione che ne trassi fu di aver toccato un pesce raro e con i riflessi argentati che sale dagli abissi apposta per te e poi vi ridiscende per non tornare in superficie mai più.
Seppi poi che si era sposata con uno di fuori, non so altro della sua vita. Oggi era appesantita, i capelli ancora belli, lunghi; il viso stremato. Avrei voluto dirle: “Ciao Bianca…sono io, ricordi” ma non era adatto il luogo né il momento. Così ho proseguito salutandola con un piccolo colpo di clacson; dallo specchietto l’ho vista voltarsi ma non mi ha riconosciuto no.

Cammino sul bruciato

DSC00012

Cammino sul bruciato a vedere se c’è vita, qualcosa che si muove da salvare.
Ho tre pregi tra i mille miei difetti: il non arrendermi, la voglia di vedere,
scoprire il lato oscuro delle cose.
Crepitano sotto le suole i rami carbonizzati, non una foglia è rimasta viva.

Navigazione articolo