ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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18 aprile

Ora tutte le cose vanno in un certo modo come i gomitoli di lana che alla fine resta un capo tra le mani. Sapevo da tempo come sarebbe andata a finire, da quando la situazione cominciò a precipitare eppure tenevo su tutti e anche me (terribile l’ardore di chi consola gli altri quando pure la fine è nota). Tutto si accavalla ora e i ricordi sono grani di rosario “E’ finita.” mi disse un giorno. “Macché, camperai 100 anni e passa.”
Un gomitolo che si svolge lento col filo di una vita intera; me ne accorgo ora che tutto affiora come alga nello stagno. Non credevo di dover tanto a mio padre, alla sua figura onesta, alla sua vita anonima di lavoratore una vita a fare quello che si doveva fare. Questa cosa del dovere l’ho imparata da lui; non fuggire mai che le cose solo ad affrontarle è già una vittoria. Credo sia stata una fortuna vederlo morire. Insieme, io, lui, la sua faccia, la mia, le sue braccia, le mie; che poi erano uguali, la stessa peluria disordinata.
E’ stato un passaggio di consegne intimo, uno scambio d’intenti, un passaggio d’abito tra lui e me Mi è parso avermi dato i suoi, io li ho provati e mi sono andati bene, comodi.
Non ho pianto in quei momenti piango ora a descriverli. Gli carezzavo il viso, “Guagliò…” gli dicevo mentre osservavo i suoi respiri diradarsi, all’improvviso smise, riprese, poi non respirò più. Non ho provato dolore in quel momento piuttosto smarrimento, come quando si spezza una corda a cui è legato qualcosa d’importante. Ho chiamato i medici, l’ho vegliato prima di chiamare i miei; mentre li aspettavo l’ho accarezzato tanto, poi ho consolato anche loro. Per il funerale ho scelto una chiesa in faccia al sole.
Qui è già estate e l’erba è secca. Ieri oltre i forasacchi che ondeggiavano al vento mi è parso di vederlo che scavava le buche per le viti; ho chiamato “Guagliò, guagliò…” ma nessuno mi ha risposto. Sono pieno di lui.

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Mio padre

Cammina a fatica, tre passi e si ferma,  me ne accorgo dai toc del bastone sul pavimento mai numerosi.
“Papà come va…”
“ Se deve andare peggio meglio così.” 85 anni a novembre, la giovinezza passata in Venezuela a fare il camionista, tornato in Italia nel 58 sposato nel 60, nel 61 sono nato io. Del periodo in Sud America ricorda il viaggio in nave, la polvere e poco altro; ai nipoti racconta soprattutto della guerra, dei bombardamenti, della fame, degli amici morti.  Da lui ho preso l’onestà; credo non abbia mai litigato con nessuno in vita sua se non con quel tale a cui disse che avrebbe preso il fucile, solo che il fucile aveva le canne scoppiate per cartucce mal caricate. Mi ha insegnato ad andare a caccia si, con lui sparai il primo colpo, fu un‘emozione terribile, affascinante. Rientrato in Italia prese a coltivare il terreno del padre e quello tenta di fare anche oggi trascinandosi tra pomodori, cocomeri e lattuga. Le mani nodose, la pelle di pergamena; passerebbe tra le fiamme di un falò soffrendo senza dire ahi; per non dare fastidio più che altro, perché comunque sono cose sue.
Non ricordo gesti d’intimità nei mie confronti, non ricordo carezze; nemmeno io a dire il vero gliene ho fatte mai; il mio grande smisurato amore nei suoi confronti non l’ho mai esternato mai, nemmeno con un “Ti voglio bene” buttato lì. Non si è mai usato in famiglia no.
“E’ finita.” mi ha detto l’altro giorno quando si è accorto che i gradini che saliva la settimana scorsa non li saliva più oggi.  “Macchè è che non sei più un ragazzino.”
Non ha foto recenti che lo ritraggono così in questa sorta di rito che so dover cominciare a preparare gliene ho scattata qualcuna alla festa di comunione del piccolo. In giacca e cravatta sorride giocondo le spalle alla ringhiera.

Ninna nanna

Ninna nanna ninna oh, questo figlio a chi lo dò la cantavo a mio figlio per farlo addormentare; ma il dannato non voleva saperne  così  mi toccava  passeggiare  per la casa tenendolo in braccio, a volte fino a notte fonda e cantargliela all’infinito. Per allungare il brodo (e per non addormentarmi  al suo posto) avevo preso a inventare strofe usando tutti i colori così l’uomo nero diventava di volta in volta giallo (che lo tiene con il gallo), verde (così il bimbo non si perde), rosa (che gli dà una bella cosa), rosso (un omone grande e grosso), azzurro (che si mangia pane e burro). Quanti chilometri che ho fatto e quante mattonelle ho consumato ma alla fine la fine la peste che più non ne poteva si abbandonava sulla mia spalla. Però la cantavo bene anche se Lucilla Galeazzi mi supera in bravura, di poco ma mi supera.

Una fionda, anzi due

Così vanno le cose; uno passa i giorni a rincorrere faccende, salire, scendere, ridere, discettare del più e del meno fino alla sera che il figlio gli dice: ”Papà avevi promesso di costruirmi  la fionda.”
E’ vero, è che i giorni li passo saltando da un evento all’altro senza soluzione di continuità; a volte ne comincio due assieme, altre volte addirittura tre con il primo che disturba il terzo e il secondo gli altri due; così ogni volta è un rimetterli in ordine intimando loro: “Il secondo e il terzo restino in attesa, tocca al primo!”
Il primo ora è la fionda.
Domenica mattina io e il piccolo siamo saliti in campagna; col segaccio abbiamo tagliato un ramo di carrubo, con la roncola l’abbiamo sfrondato ricavandoci le forcine per le fionde; perché sono diventate due, una per me una per lui.
Cos’altro serve per costruire una fionda? Un pezzo di fodera del suo vecchio zaino, spago, una striscia di camera d’aria di bicicletta e dello scotch.
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Cominciamo col fare due tagli al pezzo di fodera in modo da farci passare l’elastico che legheremo alle estremità della forcina con lo spago; lo scotch servirà a sigillare il nodo e a renderlo ancora più stabile. Occhio all’elastico, non deve essere né troppo spesso (sarà difficile tenderlo) né troppo sottile (potrebbe spezzarsi); soprattutto non deve avere abrasioni o tagli; un elastico che si spezza mentre è in tensione può causare danni importanti.
Alla fine il risultato è questo.
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Per provarle abbiamo scelto delle pale di fico d’india. I primi tiri sono stati un problema per il piccolo, la pietra gli restava tra le mani o cadeva poco distante dai piedi, poi ha imparato e per il fico d’india non c’è stato più nulla da fare.
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“Facciamo a chi la manda più lontano!” mi dice.

“Si, puntiamo a quella nuvola, sta scappando!”

Tira e ne esce un buon lancio teso; tiro io e la pietra scompare nel blu.

Un esercizio con i verbi

“Io dico
tu dici
rgli dice
noi diciamo
voi dicete
Voi dite…
voi dite
essi dicono.”

Mio figlio si cimenta con i verbi; mentre scrivo lo ascolto e se serve lo correggo.
“Voi dite, si dice voi dite… ” Lui ride e spalanca gli occhi come a dire che è un errore dapoco; ha sei anni e gli piacciono i verbi, dice che sono da recitare come le poesie.
“Qual è il verbo che ti piace di più?” gli chiedo.
“Giocare! E a te papà?
La domanda mi coglie di sorpresa, non ho mai pensato a un verbo più importante degli altri.
“Costruire.”
“Ti piace costruire papà, e cosa?”
“Beh tutto, gli aerei di carta, i soldatini di legno, le navi con la Lego. Ti ricordi quella portaerei della Lego che tu ci hai messo anche gli animali?”
“Si, belli! Gli animali e le macchinine!”
Le va a cercare nella  cassapanca dove sono i suoi giochi.
Si, mi piace costruire. Mi piace mettere pezzi uno sull’altro, vedere come si incastrano; mi piace consolidarli, assestarli, rinforzare  i punti di  congiunzione; mi piace lasciarli riposare  la notte e poi riprendere la mattina, se non con le mani con il cervello. Continuare a costruire, magari veder cadere tutto, raccogliere i pezzi e cominciare di nuovo perché qualunque cosa si costruisca vale la pena continuare anche se non sappiamo fino a  quando resterà  in piedi prima di crollare al suolo un’altra volta. Costruire ci mantiene in vita.

“Io dico
tu dici
egli dice
noi diciamo
voi dite
essi dicono.”

“Bravo! Ora prendi la palla che facciamo ai rigori…”
Io dico, tu dici, noi diciamo. Dire, comunicare, lanciare un razzo luminoso nel buio della notte perché qualcuno lo noti e dica “L’ho visto, sono qui!; perché non c’è alternativa al comunicare, nessuna alternativa a questa scia che fende l’aria in attesa di un’altra sconosciuta proveniente dal senso opposto che la intercetti. Da piccolo con due bicchieri di plastica e una lenza comunicavo con il bimbo del balcone di fronte e ci pareva di essere io da una parte dell’oceano e lui dall’altra.

“Sei pronto papà?”
“Tira pure tanto non segni!”
Prende la rincorsa tira, paro.
“Non vale ti sei mosso prima!”
Giocare, costruire, dire, sono verbi di movimento, ma a pensarci bene tutti i verbi sono di movimento; presuppongono azione, motilità. Pensare, aspettare, immaginare, guardare sembrano verbi di stasi ma hanno compiuto tutti un preciso percorso prima di essere coniugati; presuppongono curve, salite, discese e rettilinei a perdifiato. Guardare è il verbo più mobile dei quattro, presuppone movimento fisico oltre che mentale; uno sguardo può attraversare montagne e arrivare ovunque. Una freccia mirabile che dal nervo ottico raggiunge il cervello, una miriade di informazioni in movimento.
“Non ti muovere prima del tiro papà che non vale…”
“Non mi muoverò… “
Riprende la rincorsa e tira.
“Goooal!!”

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