ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “Fotografie”

Colours

260320131656

Non tutto è perduto se ci restano i colori. Non tutto è perduto se in tasca ci resta il giallo per il grano, il rosso per i papaveri e l’azzurro per il mare.
Usiamoli allora, coloriamo! Tutto ciò che ha colore è degno di vivere, i colori sono ponti, l’arcobaleno lo è. Sono ciottoli emersi buoni per guadare un torrente, testimoni da prendere a volo per proseguire una corsa, polline disperso alla ricerca di un substrato che sia l’ Islanda, il cratere di un vulcano, il deserto, il fondo del mare.
Con i colori negli occhi persino la morte non è più definitiva ma diventa un tragitto d’autobus, il percorso interessantissimo tra una fermata nota e un’altra che non conosci.

La macchia mediterranea precipita nel mare verde smeraldo. Tutto è luce in questa terra bruciata, tutto incantato e magico; verrebbe voglia di tuffarsi nel verde cristallino che è laggiù. Infrangerne la superficie, immergersi e valicare il confine con lo scibile.

28042012135 - Copia

Due alberi sulla cima di una montagna di massi brulli. Uno più grande e possente l’altro esile ma sempre forte. Vicini chissà, per darsi una mano quando serve ma distanti e autonomi, si godono il panorama e il mare lontano; sopra i sassi si crogiolano le lucertole.

???????????????????????????????

Nuvole gonfie e pulite, un prato di fiori gialli, sullo sfondo i contrafforti grigi una fabbrica che mai è sembrati così lontana. Se ne intravedono solo i lineamenti, eppure esiste anzi è in piena attività; ma ora è una linea grigia annegata in un mare di luce.

DSC05780

La burrasca è da poco finita. La linea increspata dell’orizzonte, la spuma delle onde, la riva da dove tutto parte e dove tutto arriva, i relitti, gli odori dell’alga strappata al fondale. Tra un po’ tornerà l’azzurro ma ora i colori sono tenui di quiete ritrovata.

240220131607

La collina e più giù il promontorio con la torre di avvistamento. Il mare azzurro, il cielo limpido, la luce che abbaglia. Sulla destra una quercia, un fico d’india. Ancora più in basso il dirupo; tira un sasso e lo vedrai perdersi nella voragine.

DSC09508

Grigie le città, grigi i palazzi, grigie le strade; abbiamo troppo grigio attorno per non cercare ristoro nei colori.

Una foto alla pozzanghera

230220131594

Il fatto che stessi fotografando verso il basso aveva fatto avvicinare una signora; probabilmente pensava stessi inquadrando una buca sull’asfalto invece fotografavo una pozzanghera in cui si riflettevano i terrazzi e le antenne tv.
Fotografie. Che senso hanno, quale molla mi spinge, la borsa in una mano il telefonino nell’altra, a cercare la migliore inquadratura e scattare?
Certo non il fermare il tempo (ben misero stratagemma sarebbe) né per ripescare tra un decennio i vecchi scatti stile amarcord; i miei non li riguardo quasi mai come quasi mai rileggo le cose che scrivo (avete mai visto un uccello migratore guardarsi indietro mentre vola dall’Africa alla Francia?). Non so quindi da dove viene questa passione non ne conosco il senso, so che ci sono soggetti banalissimi che passano davanti inosservati altri altrettanto banali su cui il mio sguardo si posa restandone attratto. Forse c’entra in qualche modo il concetto di costruzione; mi attraggono le prospettive che richiedono in qualche modo una costruzione, una preparazione; che chiedono di essere scoperte, denudate, rese palesi; come questa pozzanghera con i terrazzi, le antenne e una carta di caramella che galleggia. Il contorno tenue, le tonalità morbide, mi pareva un edificio in prossimità del paradiso, per questo l’ho fotografato.
Sto imparando ad apprezzare i temi legati all’interazione tra uomo e ambiente, ad esempio le città, gli arredi urbani, i porti, le coltivazioni. Non credo infatti che le cose vadano fotografate per il fatto che esistono; un panorama, un tramonto o un canneto non hanno senso se in qualche modo non li rendiamo nostri, se non diamo loro un valore aggiunto; così delle volte basta girarci intorno, squadrarne il lato buono (quello che noi pensiamo sia il loro lato buono) e fotografare da lì. C’è una sola posizione per cui la foto che stiamo scattando sarà una buona foto, non ce ne saranno altre.
Lo scatto dunque come costruzione, come elaborazione di un qualcosa che prima non c’era vista da lì; qualcosa affiorata solo dopo una comunicazione tra osservatore e soggetto. Costruzione, elaborazione, comunicazione, termini che indicano movimento; la differenza tra una foto e una buona foto è tutta lì, in quel dialogo singolarissimo e pieno di corrispondenze che si intrattiene con l’immagine prima dello scatto.
– Facevo una foto alle case riflesse nella pozzanghera, signora.
– Ah…

Fotografie

Nutro  una curiosità senza pari per le immagini e non da oggi.  Avevo da poco imparato a leggere e tra le mani una macchina fotografica; oddio chiamarla così è un po’ troppo perché era uno di quei giocattoli che premevi il pulsante e nell’obiettivo compariva di volta in volta il Vesuvio, Piazza San Marco  e la Torre di Pisa.
Eppure colori e guglie già allora avevano un’importanza fondamentale, costituivano i prodromi di quell’assioma in cui  ancora oggi credo: ciò che non sappiamo o non vediamo non è mai successo. Ma a parte questo era bello camminare con il Vesuvio in tasca che con un click potevi vederne la cima nel cielo azzurro; mi pareva di monitorarlo e state tranquilli vi avrei avvisati tutti se avesse cominciato a fumare: “Correte, l’eruzione!”
La prima vera macchina fu una  Kodak di poche lire, avevo nove anni.
Facevo foto a qualsiasi cosa si muovesse nella convinzione che tutto meritasse di essere immortalato anche il volo dei calabroni. A 16 anni ebbi la prima reflex, un Olympus Om1 completamente meccanica. Fotografavo i tronchi  secolari; mi piaceva il loro inviluppo, la forza contorta e mai ostentata dei loro rami.
Mi innamorai del bianco e nero e fu un amore corrisposto. Scevre dal peso delle altre tonalità le cose mi apparivano pulite e chiare; se c’era una maschera scompariva e i tanti veli colorati che spesso  coprono gli oggetti a fotografarli in b/n vanno via e il mondo ti appare nudo, rivelato.
Mi attraevano le piazze, ne ho fotografate tante; mi attraeva la loro ospitalità, quel loro modo di non far sentire nessuno solo. D’altra parte dove stai meglio che in una piazza? Quelle di Roma ce le ho quasi tutte, sorprese al sole o violate nella loro intimità di notte.
Ora ho una buona reflex digitale ma ingombra e le occasioni per fotografare mi appaiono all’improvviso; così uso il telefonino e i suoi poveri ma belli 3,2 mega pixel.
E oggi cosa mi attrae della fotografia? Quello di ieri con l’aggiunta del racconto.  Raccontare le cose, mostrarle, ci rende liberi, padroni dei noi stessi e aperti; così  attraverso le immagini  voi ora sapete  di me più di quanto io sappia di voi: dove vivo, cosa faccio, guardo, amo. Già perché fotografare alla fine è un atto d’amore per le cose che vediamo e che vogliamo condividere perché in qualche modo ci hanno colpito. Così una piazza, un campo arato, una strada, un cielo grigio  siamo contenti è vero già solo a guardarli, ma rimarrebbero  immobili e con poco costrutto, invece a fotografarli prendono vita, volano via e già non sono più nostri, che condividere vuol dire perdere felicemente la proprietà. Ma conservano la nostra firma; io sono, tu sei; dalle foto che scatto puoi sapere tutto di me, io dalle tue di te; sono un setaccio da cui nulla di quanto serve sfugge.
Non faccio più foto a iosa,  aspetto che siano le immagini a chiamarmi. “Ehi son qui vuoi fotografarmi? mi dice un molo frangi flutto e io lo fotografo, o un muro d’officina, o di pomeriggio un lungomare con le ombre lunghissime che sembra vogliano andare chissà dove e tutto corre verso un’unica direzione così la strada, i pali della luce e i due ragazzi seduti. Solo l’ultimo in fondo guarda davanti a sé. “Click”

Navigazione articolo