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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Un falò

Dopo la potatura il fogliame di risulta va bruciato, almeno così si usa qui che la trincia pochi ce l’hanno. Sono stato il giorno intero con forbici e segaccio a scendere da un albero e salire su un altro per dare aria alla chioma, sfoltirne il centro, preparare l’albero alla nuova stagione.
Completato un albero scendo, lo rimiro da ogni lato a controllare il lavoro. Ah mi piace guardare le cose fatte, godermele con gli occhi; è un modo per riconoscere loro dignità.
E’ il tramonto, faccio in tempo a bruciare quello che ho tagliato. Raduno il fogliame in grandi mucchi e do fuoco; le fiamme interrompono la monotonia del paesaggio, saettano fluide verso l’alto e ognuna mi pare una storia, un racconto che non conoscevo; d’amore, di viaggi, d’avventure. Le faville sono spiritelli, saltimbanchi, suonatori di clarino; un mondo fatato. Laggiù il mare è già una tavola nera.

Un fuoco

Ho potato tutti gli alberi di ulivo, mica poco; a salire e scendere dai tronchi e a camminare sui rami sono diventato un ragno. Presto dovrò dare del verderame per disinfettare le piante ma innanzi tutto ho da bruciare i residui di potatura, a maggior ragione quest’anno che la raccolta è stata pessima per clima e attacchi vari e col fuoco ho buone possibilità di eliminare funghi e batteri che altrimenti resterebbero sul terreno. Mi piace il fuoco e mi piace farlo qui dove diventa un incontro ravvicinato, un rapporto senza intermediari; è un rendez-vous che mi affascina. E poi il fuoco è un voltare pagina, un mettersi alle spalle il passato, consumarlo definitivamente senza nemmeno una possibilità di ritorno. E’ già il tramonto e tira vento, non è il momento giusto per accendere ma domani danno pioggia e io già ho raccolto rami e foglie in uno spiazzo senza alberi così do fuoco.
Il crepitio, il fumo, la fiamma che divampa; tutto arde ora. Ah questo vento; cambia di direzione e intensità, le lingue di fuoco lo seguono, si inerpicano dritte verso il cielo poi si piegano, danzano, si contorcono, spiriti feriti.
Scalda il fuoco si, in questo tramonto freddo di fine dicembre viene da starci vicino e ascoltare quello che ha da raccontare. E ora silenzio lo spettacolo comincia.

Cenere

E’ paradossale la nostra corsa contro il tempo, quel rincorrere gli eventi, il tentare di prevenirli pianificando interventi, stilando tabelle o piani di lavoro. Abbiamo la pretesa, o almeno ce l’ho io, di pensare tutto sotto controllo e noi (io) con l’agenda in mano a scansionare il da farsi, barcamenandomi tra lavoro, casa, famiglia, barca, campagna e pensieri, impegnato in una perenne traversata e con l’aria di un Mosè sul Mar Rosso.
Questa terra che vedete, ora ridotta in cenere, è aggrappata alla collina come un quadro appeso male; terreno terrazzato ma in grande pendenza che a scendere è un gioco ma a risalire rimpiangi di essere arrivato laggiù. Terra dei nonni, ora incolta ma un tempo tenuta a vigneto, fatta di arenaria e argilla, arida e fertilissima con il mare a due passi che d’estate senti le voci dei bagnanti.

Il bello è che stavo per farla ripulire per preservarla dagli incendi estivi,  invece l’incendio è scoppiato a primavera. Una riga sull’agenda del mese di maggio: ripulire il terreno messa in ridicolo da uno sconosciuto fiammifero fuori stagione.
Quando ho saputo che stava andando a fuoco ho fatto più presto che ho potuto anche se a 100 km di distanza puoi fare davvero poco se non arrivare quando tutto è compiuto. E’ per certi versi curioso camminare in mezzo alla cenere; gli spazi sono aperti, tutto ci è chiaro e nulla ci viene celato; un mondo nuovo. Dove c’erano cespugli ora non vi è nulla, la chioma degli alberi che oscurava una parte di cielo non c’è più; tutto è luce.  Affiorano pietre bianche calcinate, gusci di lumaca, vecchi barattoli di latta, bottiglie; vestigia di un tempo in cui non ero ancora nato ma in questa terra si viveva e si mangiava,  i filari  verdi e ordinati adornavano il pendio e i grappoli neri in faccia al sole.

Questa era una ginestra; le fiamme che l’hanno raggiunta non erano alte così l’albero conserva l’aspetto neutrale di chi pare essere stato solo sfiorato da un evento; ma il fuoco è penetrato alla base del tronco e il calore ha raggiunto le radici; quanto in profondità lo vedremo la prossima primavera.

 

Laggiù il Mar Tirreno.

 

E queste le viti. Sono vitigni locali che avrei voluto liberare dai rovi, rialzare e riprenderli in mano come ho fatto in un terreno vicino. Il fuoco radente le ha percorse come una lama, lasciando apparentemente intatti i tralci più alti. Le gemme erano appena sbocciate, potete ancora vederle.

 

Un calcio e si alza la cenere, una nuvola di polvere grigia che gioca con l’aria e  ricade più avanti.  Tutto è vacuo adesso e consumato, nulla è più spietato della realtà che si fa beffe delle mie  certezze. 

Un fuoco

Il tempo secco di questa domenica mi ha permesso di bruciare il fogliame derivato dalla potatura degli ulivi. E’ un’operazione abbastanza importante perché oltre a liberare il terreno dagli arbusti elimina i funghi che si annidano tra i rami tagliati, funghi che se trascurati possono propagarsi e compromettere la crescita degli alberi.
Ho ammucchiato gli arbusti in un posto libero da vegetazione, ne è venuta fuori una pira considerevole. Per non farle assumere dimensioni babeliche l’ho pressata con delle pale di fico d’India; queste ultime si “stuferanno” a puntino e le userò assieme alla cenere come concime per il vigneto.
In genere qui  il pomeriggio  alza  il vento ma oggi c’era una calma inusitata  e così preparato il tutto ho acceso.
Il fuoco affascina e incanta; le sue lingue svettanti verso il cielo che danno l‘idea della forza e della leggerezza insieme; ti attrae al punto che ti viene di avvicinarti per carpire il segreto della sua mobilità indomita. Il fuoco ti culla e lo fa con la carezza consolatoria di una voce tranquilla che ti parla, così ne ascolti il crepitio come fossero parole; ognuna è diversa dalle altre e tutte assieme fanno un discorso che mai più sarà ripetuto uguale.
Si muove il fuoco, non si ferma mai; è vivo e caldo e il suo è il calore che tutti cerchiamo, quello che alcuni chiamano serenità, altri affetto, altri amore. Eraclito lo definì arché, il principio di tutte le cose: il fuoco che diventa vapore, poi acqua e poi pioggia, terra, legno e poi ancora fuoco. Fuoco a cui nulla resiste, né ferro né pietra né legno, ma che pure ora mi blandisce mostrandomi la sua parte migliore.

E’ sera; senza una bava di vento le fiamme si stagliano verso l’alto, le faville mi piroettano attorno prima di scomparire nel buio. Qui è tutto un bagliore; un palcoscenico illuminato apparso dal nulla con  gli spettatori  immersi nel buio che assistono alla recita: “ Se le visioni del sonno vanno oltre la semplice lusinga, allora i miei sogni mi preannunciano una notizia colma di gioia … ho sognato che la mia donna mi ha trovato morto (curioso sogno quello che concede ad un morto la capacità di pensare!), e bacio dopo bacio riversava nelle mie labbra un tale alito di vita, che io tornavo in vita ,ed ero imperatore. Ahimè! quanto deve essere dolce il reale godimento dell’amore, se è sufficiente solo sognarlo per ricavarne così’ tanta gioia.”
(William Shakespeare “ Romeo e Giulietta”)

Tra loro un melo in fiore

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