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Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Una fionda, anzi due

Così vanno le cose; uno passa i giorni a rincorrere faccende, salire, scendere, ridere, discettare del più e del meno fino alla sera che il figlio gli dice: ”Papà avevi promesso di costruirmi  la fionda.”
E’ vero, è che i giorni li passo saltando da un evento all’altro senza soluzione di continuità; a volte ne comincio due assieme, altre volte addirittura tre con il primo che disturba il terzo e il secondo gli altri due; così ogni volta è un rimetterli in ordine intimando loro: “Il secondo e il terzo restino in attesa, tocca al primo!”
Il primo ora è la fionda.
Domenica mattina io e il piccolo siamo saliti in campagna; col segaccio abbiamo tagliato un ramo di carrubo, con la roncola l’abbiamo sfrondato ricavandoci le forcine per le fionde; perché sono diventate due, una per me una per lui.
Cos’altro serve per costruire una fionda? Un pezzo di fodera del suo vecchio zaino, spago, una striscia di camera d’aria di bicicletta e dello scotch.
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Cominciamo col fare due tagli al pezzo di fodera in modo da farci passare l’elastico che legheremo alle estremità della forcina con lo spago; lo scotch servirà a sigillare il nodo e a renderlo ancora più stabile. Occhio all’elastico, non deve essere né troppo spesso (sarà difficile tenderlo) né troppo sottile (potrebbe spezzarsi); soprattutto non deve avere abrasioni o tagli; un elastico che si spezza mentre è in tensione può causare danni importanti.
Alla fine il risultato è questo.
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Per provarle abbiamo scelto delle pale di fico d’india. I primi tiri sono stati un problema per il piccolo, la pietra gli restava tra le mani o cadeva poco distante dai piedi, poi ha imparato e per il fico d’india non c’è stato più nulla da fare.
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“Facciamo a chi la manda più lontano!” mi dice.

“Si, puntiamo a quella nuvola, sta scappando!”

Tira e ne esce un buon lancio teso; tiro io e la pietra scompare nel blu.

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Molle, viti e cuscinetti volventi

“Ci hai usato  e poi dimenticato” mi sono sentito dire chiudendo il ripostiglio; a parlare era stata una vite a brugola stipata sul fondo della cassetta degli attrezzi. E’ vero, l’avevo dimenticata e con lei avevo dimenticato le altre viti, i dadi da dieci, il cuscinetto e  la molla grande del filtro da un pollice.
E’ che gli oggetti ce li lasciamo dietro come se non avessero più dignità, né meritassero  rispetto;  eppure li abbiamo utilizzati, ce ne siamo serviti; con loro abbiamo fatto viaggi, costruito marchingegni, dato energia alle cose; e allora che uomini saremmo se non rendessimo loro onore, se non dicessimo:

“Ehi ti riconosco, sei il perno che ho sostituito alla pompa centrifuga, e voi le viti della mensola, voi altre le molle della tendina e tu il cuscinetto dell’albero motore!”

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Messi  sul foglio alla rinfusa  paiono  viaggiatori in attesa di un imbarco, animali  in procinto di salire sull’Arca.

“Prego rondelle accomodatevi!  Salite a bordo dadi da 10 e tu dado da quaranta sei solo?”
“Si”
“Sali, ti farà compagnia il cuscinetto o il kit del gpl.”

Già, il kit del gpl rinvenuto dentro un vecchio bruciatore e messo in borsa per curiosità; pare la base di un’astronave.
Un’astronave certo, come questa pronta a partire e atterrare su Marte.
“5,4,3,2,1… decollo!”

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Ma le cose si sa è bello vederle anche all’incontrario; è bello capovolgere  i punti di vista, infrangere i volumi delle  certezze consolidate, sfondarle, guardarci dentro per poi assemblarle magari in maniera opposta, con il sopra che finisce sotto e il sotto sopra.

“Venghino signori venghino!  E’ arrivata la giostra più bella del mondo, tutta di metallo con in cima una  bandiera di latta che si vede da tutta la città!.”

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