ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

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Di notte

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Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

La mia barca vola

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La mia barca vola; si è alzata di prua, una spinta di poppa, ha preso l’aria e in mare non è tornata più.  Una barca che vola non si è mai vista e poi non si pesca, col salvagente non sai che farci e non hai moli per ormeggiarti. Già, e ora dove attracco? Facile: a un albero, al palo della luce, al traliccio dell’Enel o direttamente al K2. Ho la bussola, direzione Sud Est dove tira il vento caldo; le rondini; nemmeno una barca che incontra le rondini si è mai vista. “Vi do un passaggio salite.”  ma si scansano che nemmeno loro una barca che vola l’hanno mai vista.

La spiaggia di febbraio

Per vedere davvero il mare bisogna lasciarsi dietro la città, separarsi dai suoi crocicchi, lacerare la pellicola che separa lo scontato dal reale e incamminarsi verso l’acqua.
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La bandiera rossa in inverno è un brandello lacero, l’asta inclinata dai venti il residuo di un naufragio il cui relitto pare essere lì sotto sepolto dalla sabbia.
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Se il mare è uno specchio per le nuvole può esserlo anche per noi; ma per conoscersi non basta riflettersi serve andare più in là, rompere la superficie solida e consolatoria delle nostre sicurezze, tuffarcisi dentro a occhi aperti.
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Una boa gialla. Sconvolge le cose il mare, le trasforma, le trasporta altrove e nulla è come prima; non lo è la boa divelta dalla sua catena, non lo è l’isolotto sulla destra eroso dalle onde.
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Casa al mare. Grigia con le finestre celesti e le ringhiere corrose dal sale; non è cambiata negli anni se non nelle parabole, corrose anch’esse.
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Le cabine. Gli amichetti quelli un po’ ricchi ci entravano bagnati e uscivano cambiati e asciutti, alcuni anche pettinati che non pensavi tornassero dal mare piuttosto dal doposcuola.
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Murales sul retro di cabine.
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Lanciare lenza, piombo ed esca 100 metri di distanza. E’ il lancio il momento più bello, quello in cui tutto deve ancora accadere e braccia, gambe e muscoli come la mente si protendono verso il largo. Un lancio è sempre segno di ottimismo.
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Già, prendere il largo magari su una tavola aspettando l’onda buona quella che ti porta riva e a te pare di volare. Si chiama felicità.
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Che poi nel mare niente lascia il segno; nella sabbia si, per pochi secondi, come le mie orme sulla battigia.
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La nebbia di qui

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Uno dice la nebbia è nebbia invece no. Quella di qui non è come quella vostra, unanime e solidale, compatta e ben inquadrata; è invece svogliata e decadente, instabile e tiepida come un suffumigio. Però lo sapete, a noi di qui piace darci le arie di quelli del nord così dopo pandoro, panettone e albero di natale (quando mai si è visto un abete qui) anche la nebbia è un logo da adottare. Qui da me poi, tutto colline brulle e terrazzi, la nebbia fa tanto pianura padana con le risaie dritte e a perdita d’occhio che a percorrerle fino ai confini ci vuole lo scooter. Macché, qui ogni pezzo di terra è un fazzoletto pietroso chiuso da un muro a secco; a scenderlo e salirlo consumi scarpe e malleoli e se devi portare pesi nemmeno ti dico cosa devi penare.
Però è bella la nebbia si; ti fa sentire etereo o, perché no, in cammino per il paradiso che da un momento all’altro ti aspetti San Pietro sbucare dalla bruma e farti: “Bu!”
Così in macchina accendiamo i fendinebbia, non li abbiamo mai usati da quando l’abbiamo comprata e infatti fanno una luce vivida di lampadina nuova. Che poi a non vedere oltre il cofano non tutti qui sono abituati così li vedi (si fa per dire) sulla statale a 25 all’ora con gli antinebbia, le quattro frecce accese e gli manca il lampeggiante sul tetto sennò lo accenderebbero pure. E poi le strade, le case, ci sono non ci sono; le misure falsate le distanze mutate:
“Qui dev’esserci un bar, e il benzinaio, dov’è finito il benzinaio?”
E le fabbriche. Già prima della nebbia più di là che di qua; se dovevo passarci mi toccava chiamare e chiedere:
“Siete aperti oggi?”
“Oggi si è martedì, giovedì e venerdì no.”
Fabbriche come quelle della foto qui sopra; ce n’era una sulla sinistra dopo il palo della luce. Maledetta nebbia non la vedo più.

La stanza degli amanti

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Mi avevano interpellato per certi problemi che a loro dire presentava l’impianto di acqua sanitaria. Era un albergo di quelli che definiremmo senza pretese, ma decoroso e pulito; tre piani, una cinquantina di camere e quattro torrioni merlati stile medioevale a cingerne gli spigoli.
Giù alla reception parlai con il direttore, alla fine convenni che fosse il caso di prelevare dei campioni così salimmo; scegliemmo la stanza 111 e la 211 poi arrivammo al terzo piano per l’ultimo campionamento. Qui alla fine del corridoio notai una camera che ritenni la più distale rispetto ai serbatoi dell’acqua per cui proposi:
– L’ultima analisi la facciamo lì.
– Ah nella stanza degli amanti…
Mi disse che era una camera riservata per abitudine alle coppie di passaggio.
– In genere sono coppie clandestine in cerca di intimità, amanti con poche ore a disposizione, un rapporto, una sigaretta, il tempo di una doccia e via; in estate abbiamo problemi ad averla libera ma in inverno questa è la loro camera.
Era uguale alle altre se non per il tono più sbiadito del copriletto e la minore ariosità; i comodini erano ben puliti, così l’armadio e gli altri arredi; una poltrona costeggiava il letto.
Aprii il rubinetto del lavabo poi quello della doccia e feci scorrere l’acqua; il direttore si mise da un lato forse pensava che mi sentissi a disagio, ma non lo ero. Quella stanza era piena di vita; sentivo i sospiri, le risate, vedevo le lacrime scendere, i corpi sovrapposti, le spalle nude, la pelle cosparsa di baci, la carne, gli abbracci disperati, le grida liberatorie, le bocche a cercare aria, le mani intrecciate, le smorfie, il senso del peccato, gli occhi proiettati verso chissà quale spiraglio di cielo.
E le voci, mi sembrava di sentire anche quelle…
– Basta ti prego basta…
– Non andare, non ancora, guarda dal balcone si vede il mare…
Dal balconcino semiaperto si intravedeva uno spicchio di mare e ora che era mezzogiorno entrava una buona luce. Flambai il rubinetto, prelevai i campioni e uscii.

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