ottimistaperplesso

Quello che non siamo in grado di cambiare dobbiamo almeno descriverlo (R. W. Fassbinder)

Archivio per la categoria “lessenziale è invisibile agli occhi”

Di notte

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Se la notte ti sorprende vuol dire che stai invecchiando, non calcoli i tempi o forse doveva andare così, isolato nella campagna con il buio calato e il freddo a bloccare i movimenti. Ma non i pensieri, affascinati da questa luna catarifrangente che dice “ Fermati fermati” e tu ti fermi come se altro non avessi da fare tipo parlare con tizio e incontrare caio. “Fermati fermati” e tu ti fermi come se chissà quale spettacolo stesse per cominciare e per alzare il sipario aspettassero solo te. Oh per carità nessuno parla, nessuno recita parte alcuna, nemmeno nessuno si muove se non tu e le scarpe a fare crac degli arbusti già gelati. Crac e il rumore fa girare gli ulivi che sei tu l’estraneo qui ora lo sai e gli animali notturni (che giammai vedrai) a scrutarti dagli anfratti delle pietraie o gli incavi dei tronchi. Ma se è un invito non posso non accettare così siedo su un masso a guardare, ombra tra le ombre, la luna sopra il nespolo grande bianca piena.

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La mia barca vola

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La mia barca vola; si è alzata di prua, una spinta di poppa, ha preso l’aria e in mare non è tornata più.  Una barca che vola non si è mai vista e poi non si pesca, col salvagente non sai che farci e non hai moli per ormeggiarti. Già, e ora dove attracco? Facile: a un albero, al palo della luce, al traliccio dell’Enel o direttamente al K2. Ho la bussola, direzione Sud Est dove tira il vento caldo; le rondini; nemmeno una barca che incontra le rondini si è mai vista. “Vi do un passaggio salite.”  ma si scansano che nemmeno loro una barca che vola l’hanno mai vista.

Come nascono le storie

Non faccio che guardare, sono una telecamera perennemente accesa. Imprimo sulla pellicola occhi, bocche, facce da marionette. Registro caratteri, debolezze, rumori, grida, musica, risate lacrime; tutto rimane inciso in un grande nastro che deposito in qualche parte di me. Tanti semi buttati lì; alcuni germogliano altri non prenderanno mai più vita e resteranno in quel grande contenitore che raccoglie le cose che non sono successe.
“Come nascono le storie?” qualcuno mi ha chiesto.
Così nascono; chicchi microscopici che a mano a mano crescono fino a occupare spazio e volume proprio. Io non faccio nulla se non aspettare, dargli aria e acqua, togliergli le erbacce. Le erbacce di una storia sono le parole in eccesso, quelle che la fanno rigogliosa ma che in realtà le tolgono forza e sostanza. Così le levo; una storia bella è quella che non ha più nulla che puoi levarle perché più l’hai fatta agile più può volare e il lettore riempirla come vuole.
Agile ma forte di modo che già nata possa reggersi da sola, camminare e poi allontanarsi così altro non puoi fare che salutarla e metterti a pensare ad un altra perché le cose che hai scritto scritte non sono più tue, né vale la pena di rileggerle. Così per me il momento più bello è quando dopo averle fatte crescere, limate e preparate, le lancio nell’aria come un aereo di carta. Devono essere leggére, anche le più tristi e seriose devono esserlo. La leggerezza è la padrona del mondo; leggére (l’ho ripetuto tre volte a rischio di appesantirle) perché più lo sono e più vanno lontano, anche se atterreranno prima o poi come i soffioni che vediamo volare in primavera e se avranno fortuna saranno semi nuovi, inaridiranno e seccheranno se andrà male; ma le dovevamo scrivere, dovevamo lanciarle. L’essenziale è invisibile agli occhi dicono, io però continuo a guardare; non so fino a quale profondità riesco a farlo, se a malapena scandaglio il fondo della pozzanghera o piuttosto il buio profondo degli abissi dove non si vede a un palmo e quello che trovi può fare paura. Poi risalgo e quello che si può scrivere lo scrivo. Fatelo anche voi, fate nascere una storia, scrivetela, poi aprite la finestra e lanciatela nell’aria. Non vi sporgete troppo.

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